Cara Settimana,
la celebrazione del sacramento del matrimonio in forma “classica” attualmente è parecchio costosa. Alcuni si accontentano di convivere, altri ricorrono al matrimonio civile.
Se c’è qualche credente che vorrebbe il sacramento, ma è tentato di ricorrere ai surrogati per motivi economici, si propone la celebrazione semplice: in una santa messa di orario, feriale o festivo, i fidanzati che si trovano in mezzo ai fedeli nella navata della chiesa, escono dopo l’omelia con i testimoni. Si mettono davanti all’altare in piedi. Pronunciano la formula sacramentale, si danno la mano, si mettono gli anelli e tornano in mezzo alla navata. Dopo la messa vanno in sacrestia a firmare e quindi si leggono gli articoli del Codice civile. È ammesso al massimo un amico che scatti qualche foto. Così c’è il risparmio degli inviti e delle bomboniere, delle corsie e dei fiori, dei canti e dei musicanti, per non parlare di abiti bianchi, pranzi e viaggi di nozze.
don Pietro Mozzato
Vetrego di Mirano (VE)
Se il matrimonio diventa una spesa non indifferente, non è certo a causa del rito cristiano. Il rituale del matrimonio cattolico, infatti, non prevede tutte quelle cose che costituiscono un peso finanziario tale da diventare veramente un ostacolo alla forma… “classica” delle nozze cristiane. Non prevede neppure le cosiddette “tariffe” ecclesiastiche. Anzi, uno spirito veramente evangelico suggerirebbe le scelta di comportamenti assai più liberi e controcorrente da ambo le parti. «Il mistero di salvezza che si comunica nella povertà dei segni umani e il carattere propriamente religioso del rito, esigono una celebrazione del matrimonio che si caratterizzi ad un tempo per la sua solennità e per la sua semplicità, l’una e l’altra rivelazione e annuncio della gioia cristiana di fronte al dono di Dio» (Cei, Evangelizzazione e sacramento del matrimonio, 88).
Semplicità e solennità non sono in contraddizione; basta chiarirci sui termini. «Si tenga presente che la vera solennità di un’azione liturgica dipende non tanto dalla forma più ricca del canto e dall’apparato più fastoso delle cerimonie, quanto piuttosto dal modo degno e religioso della celebrazione, che tiene conto dell’integrità dell’azione liturgica, dell’esecuzione cioè di tutte le sue parti, secondo la loro natura». Così si legge nell’istruzione Musicam sacram n. 11, pubblicata nel 1967).
La semplicità non è sciatteria. La festa ha un ruolo importantissimo nella vita dell’uomo ed essa si manifesta e si esprime anche attraverso il rito, un’azione abitualmente connessa a certi eventi e che pertanto diventa un segnale: l’abito, i fiori, il pranzo con i familiari e gli amici, la musica, ecc… Del resto, nei vangeli la gioia dell’incontro con Cristo e l’accoglienza del regno di Dio sfociano sempre in una festa che in genere si esprime con un banchetto (basti ricordare l’incontro con Zaccheo e la parabola del padre misericordioso).
Non solo gli orientamenti pastorali della chiesa italiana per questo primo decennio del XXI secolo affermano che è «assolutamente centrale approfondire il senso della festa e della liturgia» (Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, 49), ma anche il recente convegno ecclesiale di Verona ha affrontato il tema del lavoro e della festa come ambito dell’evangelizzazione. Si tratta di ritrovare il vero senso della festa che «non è qualcosa che si consuma», ma una questione di relazioni. Non si tratta di ostracizzare i segni della festa, ma quelle esagerazioni che ne oscurano l’autentico significato, specie quando la festa intende essere espressione della fede evangelica.
Nel caso specifico si tratta di dare verità e significatività ai segni del matrimonio cristiano. «La comune e gratuita partecipazione alla salvezza di Dio chiede che, nel suo svolgimento esteriore, il rito sia dignitoso ed eguale per tutte le copie di sposi, perché maggiormente appaia il carattere comunitario della celebrazione e sia affermata la medesima dignità di tutti i fedeli» Cei, doc. cit., 88).
Un corretto itinerario di preparazione al matrimonio cristiano non dovrebbe esaurirsi semplicemente in problematiche psicologiche, morali e giuridiche, come purtroppo capita sovente, ma dovrebbe anche condurre i futuri sposi ad una gestione più coerente del rito liturgico come pure delle tradizioni che lo circondano e condizionano, senza per questo rinunciare alla festa che ri-crea la vita e dà senso alla ferialità.
Tanto per cominciare, si dovrebbe convincere gli sposi che non è lecito addobbare la chiesa con fiori o altro per ostentare la propria condizione sociale umiliando le coppie meno abbienti (cf. Rito del matrimonio (RM) 31). Pur rispettando i gusti personali, l’addobbo floreale dovrebbe essere contenuto in una misura uguale per tutti e possibile a tutti.
È vero poi che il rituale non prevede una precisa collocazione per gli sposi, tuttavia non mi pare giusto che siano confusi nell’assemblea. Non è così per nessun altro sacramento. Lo stesso rito prevede un’accoglienza che immediatamente e giustamente pone i nubendi in una posizione di rilievo (cf. RM 45). Nel rito attuale inoltre è prevista la memoria battesimale che sostituisce l’atto penitenziale e coinvolge tutta l’assemblea (cf. RM 51-58). Con tutto ciò non è detto che gli sposi, con relativi testimoni, debbano essere collocati nella posizione “classica”, con poltrone e inginocchiatoio al centro, davanti all’altare. Né si può dire che questa sia la collocazione migliore, anzi… Tuttavia un posto di rilievo in testa all’assemblea o altrove, secondo la disposizione del luogo, è più che opportuno. Certamente trovo significativo e conforme alle norme che il consenso abbia luogo davanti all’altare e all’assemblea, dove gli sposi in piedi si pongono l’uno di fronte all’altro (cf. RM 70) e dove, in ginocchio, ricevono la solenne benedizione nuziale (cf. RM 79 e 84).
Sebbene abbia suscitato qualche perplessità, il nuovo rito colloca la lettura degli articoli del Codice civile prima della benedizione e del congedo (cf. RM 91).
Anche le foto sono una “memoria” importante da non ostracizzare (in certi riti di ordinazione se ne fanno anche di più). Da qualche anno esiste un regolamento preparato dall’Ufficio liturgico nazionale e proposto alle diocesi quale modello per redigere una convenzione con i fotografi che, dopo un corso di preparazione, vengono autorizzati per il servizio durante i matrimoni nel rispetto della celebrazione liturgica e per evitare la confusione causata da amici e parenti improvvisati fotografi.
L’inserimento del rito nuziale nell’assemblea eucaristica domenicale e festiva sarebbe l’ideale perché, oltre ad esprimere chiaramente non solo il matrimonio in chiesa ma anche e soprattutto nella chiesa, risolverebbe alla radice il problema di cantanti e musicanti (cf. RM 28 e 30). Sarebbe l’assemblea che canta, come di norma. Purtroppo, nello stato attuale di cose, in molti casi questa prassi susciterebbe più problemi di quanti non ne risolverebbe. Si tratta di salvaguardare la dignità dell’assemblea dei credenti!
Lasciamo agli sposi di decidere sull’abito, il pranzo, le bomboniere, il viaggio di nozze… Sono faccende private che esulano dalla liturgia. Tuttavia, una buona preparazione dovrebbe aiutare gli sposi ad essere anche liberi da tutti questi condizionamenti e senza complessi; capaci di cogliere il messaggio e lo spirito che sta alla radice degli orientamenti pastorali della Cei: «La celebrazione del sacramento non può essere scambiata in cerimonia folcloristica o trasformata, più o meno gravemente, in uno spettacolo profano. La rinuncia ad un lusso che contraddice alla povertà di tanti fratelli, deve fare del momento delle nozze un’occasione di carità più largamente diffusa per i fratelli poveri e più abbandonati. Alla responsabile valutazione e decisione degli sposi deve essere affidato il compito di limitare le esteriorità delle nozze e di andare incontro alle varie necessità della comunità ecclesiale» (Evangelizzazione e sacramento del matrimonio, 89).
Sono sempre in numero maggiore gli sposi che hanno compreso e preso sul serio questa dimensione della festa cristiana che si esprime nella condivisione. Le bomboniere sono sostituite da un semplice annuncio e invito dove si dice che la somma corrispondente sarà destinata ad una precisa attività caritativa. C’è anche chi ha sostituito la solita lista-regali con una lista di doni, a costi diversificati, a favore di concreti progetti di solidarietà nei paesi del terzo mondo. (Silvano Sirboni)
mercoledì 28 marzo 2007
giovedì 22 marzo 2007
LA CHIESA DI OGGI NON È DA "ROTTAMARE"....
Cara Settimana,
sono un “giovane prete” di quelli di cui parla don Averardo Dini in una recente sua lettera alla vostra rivista. Una duplice impressione dopo la lettura delle sue parole, un senso frammisto di gioia e di tristezza:
– la gioia di sentire che un sacerdote che ama definirsi “rottamato” possa ancora sognare e immaginare una chiesa diversa da quella che sperimenta ogni giorno. Il gap, la distanza fra il sogno e quella che lui descrive come la triste realtà, infatti, può essere il motore che porta ad un suo sviluppo, ad una crescita;
– la tristezza, perché le sue parole esprimono un profondo disagio interiore, l’esperienza della disgregazione di un mondo, il crollo e la fine di un’identità che – come un ciclone – portano don Averardo a smarrire persino la strada evangelica della carità rispetto ad una chiesa a cui egli stesso appartiene.
Anche a me piace sognare e immaginare la chiesa, ma il sogno di cui voglio parlare è un sogno che vedo realizzarsi ogni giorno e non certo sfaldarsi poco a poco.
La chiesa che io sogno i nostri vescovi la definirebbero “comunità missionaria ed evangelizzatrice”, “oratorio di famiglie”, “carità vissuta in un mondo che cambia”, (non mancano coloro che invitano a riscoprire come fondanti certe dimensioni)…: non è chiusa in se stessa ma capace di uscire, comprende gli strumenti moderni quale il computer e i telefonini cellulari ma non è compresa da essi, è santa e peccatrice, capace di parlare quando si vorrebbe tacesse e di tacere quando invece vorremmo che parlasse…
La chiesa dei miei sogni, la chiesa che vedo, fa anche “volantinaggio” prima e dopo la santa messa, avvisa cioè di una presenza, si fa incontro perché vuole guardare più in là rispetto alla punta delle sue scarpe, vuole guardare oltre la punta del suo campanile.
Questa chiesa la incontro nello sguardo di ogni malato visitato (e sono tanti, ma – fortunatamente – le tante mani sinistre non sanno cosa fanno le tante mani destre!) e in questo nostro mondo sono molti i malati (forse anche più dei “sani”): questa chiesa si trova su ogni volto lacerato, su ogni volto mascherato, oppure su ogni volto nascosto che cerca di essere rivelato. Questa chiesa è anche il malato di aids che mi è morto fra le braccia un giorno di qualche anno fa: eppure questa chiesa non fa rumore! Protagonista sembra essere sempre la sagra, la cena, la gita. Eppure dietro a quella tavola imbandita, dietro quel sentiero aperto a tutti, dietro a quella musica o a quell’atmosfera giocosa, ci sono sempre tanti volti e c’è sempre un Volto.
C’è anche la chiesa raccontata da tanti come padre Turoldo, don Milani, un amico come don Emilio Gandolfo, don Vacca Mauri, don Serafino Ceri, ma anche tanti laici che, nella loro semplicità e con le loro storie, ne hanno scritto le pagine! Questa chiesa la narrano anche i più moderni predicatori internauti che parlano la voce moderna del computer come la racconta pure il buon “don Ave” – così lo chiamano i suoi ex parrocchiani –; questa chiesa si trova in film come quelli di don Camillo e di Peppone, ma anche nei più moderni film di registi dell’Uzbekistan, perché è una chiesa che non vuole avere confini di spazio e di tempo; è la chiesa parlata dal vernacolo fiorentino ma è anche cantata dal sorriso amaro di un clown all’oratorio.
È la chiesa che si ispira al vangelo e al volto di Cristo: insieme a quello di Gesù, vede il volto tumefatto e insieme radioso di gente povera e ricca, e in mezzo a questi volti vive.
È la chiesa che vuole incontrare, oltre al 10% della gente che va alla messa – praticanti e forse anche fedeli –, pure il 90% che non frequenta la celebrazione domenicale. Questa chiesa è la chiesa delle gite attentamente preparate per fare del volto di un bambino un sacramento e di una passeggiata un rito capace di indurre il passaggio dalla solitudine alla solidarietà. Forse questa chiesa canterà anche nei concerti, anche con note stonate, ma comunque canta la gioia e il dolore di questa nostra creazione che geme e soffre nelle doglie del parto.
C’è una chiesa che parla molte lingue e fra queste anche il DOS e gli altri linguaggi dell’informatica, ma in queste lingue cerca di dare espressione alla Parola: cerca di comunicare non solo col prossimo vicino ma cerca di farsi prossima ai lontani.
Questa chiesa non può accontentarsi dell’immagine raccontata di una montagna nella storia di chi, quella montagna, l’ha scalata o ha immaginato di scalarla; il suo racconto dovrebbe essere veramente carico di una tensione e di una passione indicibili e incontenibili: la chiesa, quella montagna la deve e la vuole scalare essa stessa con le sue gambe, la deve amare col suo cuore, la deve contemplare con i suoi occhi. Questa chiesa – dice Leonardo Boff – da quella montagna si deve far contemplare, si deve lasciar provocare. Questa sarà la montagna in cui individuare sentieri, tracce di Dio e dell’uomo… e non sarà mai tempo perso tracciare il sentiero!
Questa chiesa, che io immagino, vive nel mondo ma non gli appartiene (l’hanno già detto tanti anni or sono): non corre dietro al denaro, perché deve fidarsi della Provvidenza, eppure deve fare i conti anche con il denaro che può essere mezzo da condividere e strumento di partecipazione alla cosa di tutti; anche il denaro le sarà compagno nella navigazione fra i marosi di questa vita: è evidente che i problemi economici, e specie il loro accumulo negli anni, non dovranno mai assorbirla, appesantirla e renderla incapace di viaggiare…
Questa chiesa ama “viaggiare”. Nella nostra comunità parrocchiale c’è una donna anziana che, anziché definirsi “rottamata”, si è chiamata “madrina dei morti”: mi accompagna in tutti i funerali che celebro (circa cento ogni anno) e soprattutto “accompagna” loro, gli amici che vogliamo salutare. Una specie di Caronte che vince ogni solitudine e racconta tutta la solidarietà. La chiesa è anche questo nel 2007, silenziosa e insieme eloquente sposa di Cristo.
Questa è anche la chiesa che, nella “beata confusione” di un’affollatissima festa, in mezzo a tante solitudini, trova il coraggio di piangere senza vergogna ora lacrime di gioia e ora lacrime di dolore: lo può fare in quanto non è una chiesa di facciate ma di volti e di Volto.
La chiesa compie il suo viaggio sospinta dai venti dello Spirito di Dio ed è spesso sbatacchiata non poco e sicuramente anche a ragione, dal “Dio delle bastonate” che, come un padre, corregge il figlio monello; una chiesa che passa attraverso tempeste e crisi verso il porto sospirato.
Questa chiesa riconosce a tutti il diritto di cittadinanza, dà a tutti un permesso di soggiorno, anche a chi in essa non vorrebbe riconoscersi: c’è chi smarrisce la strada che ad essa porta ma il suo portone d’ingresso resterà sempre spalancato se essa, sposa di Cristo, non vuole rinnegare il suo partner.
Una chiesa così io la vedo ogni giorno: il volto di Cristo almeno in qualche occasione, in qualche suo “forse” lo manifesta, e Dio Padre di questi “forse” si accontenta: sono germi che niente hanno della noia perché parlano di un movimento e di un cammino da compiere che si rinnova e che mai puzza di sorpassato. In questa chiesa trova spazio il volto sorridente e paffuto di un bambino come quello pieno di rughe di colui che si affaccia all’altra riva; trova significato il volto sudato come quello che piange lacrime di sangue: in ognuno di questi volti io vedo la pasqua e vedo Cristo, nostra pasqua.
Per questa chiesa io e tanti abbiamo scommesso la vita e io la amerò anche quando la vedrò lacerata (tanto la mia vita quanto la chiesa, come vorrei fossero un’unità inscindibile!): è la chiesa fatta di preti e di laici che mi hanno preceduto, tutors sulla via della vita, vivi o defunti, sempre e comunque sguardi luminosi e illuminanti che non hanno mai smesso di essere bagliori o riflessi del volto di Dio che fa brillare il sole sui giusti e sugli ingiusti.
Questi tutors e, insieme, compagni di viaggio, ad oggi mi hanno fornito gli scalini e consentito di salire non su di un podio per essere protagonista, campione o premiato nella storia degli uomini, quanto invece di arrampicarmi su una piccola collina dall’alto della quale si assapora la vetta della montagna, ora più vicina: dall’alto di quella rampa io posso allungare la mia mano da mendicante che chiede aiuto e che anela ad essere stretta ad un’altra mano, ben più grande, quella di Dio. Vorrei che questa fiducia nella mano di Dio, che quasi ci avvolge, fosse trasmessa a tutti coloro che vogliono sognare, immaginare, credere e sperare – nella certezza – che, in questa chiesa, non esiste e mai esisterà “rottamazione” perché essa non può smarrirsi nell’“usa e getta” del mondo.
Grazie ad Andrea, a Daniele, a padre Saverio Corradino, a Maria Giovanna, al piccolo Emilio Gandolfo, ai tanti nomi che hanno segnato il mio cammino, e grazie anche a “don Ave”.
don Vittorio Menestrina
sono un “giovane prete” di quelli di cui parla don Averardo Dini in una recente sua lettera alla vostra rivista. Una duplice impressione dopo la lettura delle sue parole, un senso frammisto di gioia e di tristezza:
– la gioia di sentire che un sacerdote che ama definirsi “rottamato” possa ancora sognare e immaginare una chiesa diversa da quella che sperimenta ogni giorno. Il gap, la distanza fra il sogno e quella che lui descrive come la triste realtà, infatti, può essere il motore che porta ad un suo sviluppo, ad una crescita;
– la tristezza, perché le sue parole esprimono un profondo disagio interiore, l’esperienza della disgregazione di un mondo, il crollo e la fine di un’identità che – come un ciclone – portano don Averardo a smarrire persino la strada evangelica della carità rispetto ad una chiesa a cui egli stesso appartiene.
Anche a me piace sognare e immaginare la chiesa, ma il sogno di cui voglio parlare è un sogno che vedo realizzarsi ogni giorno e non certo sfaldarsi poco a poco.
La chiesa che io sogno i nostri vescovi la definirebbero “comunità missionaria ed evangelizzatrice”, “oratorio di famiglie”, “carità vissuta in un mondo che cambia”, (non mancano coloro che invitano a riscoprire come fondanti certe dimensioni)…: non è chiusa in se stessa ma capace di uscire, comprende gli strumenti moderni quale il computer e i telefonini cellulari ma non è compresa da essi, è santa e peccatrice, capace di parlare quando si vorrebbe tacesse e di tacere quando invece vorremmo che parlasse…
La chiesa dei miei sogni, la chiesa che vedo, fa anche “volantinaggio” prima e dopo la santa messa, avvisa cioè di una presenza, si fa incontro perché vuole guardare più in là rispetto alla punta delle sue scarpe, vuole guardare oltre la punta del suo campanile.
Questa chiesa la incontro nello sguardo di ogni malato visitato (e sono tanti, ma – fortunatamente – le tante mani sinistre non sanno cosa fanno le tante mani destre!) e in questo nostro mondo sono molti i malati (forse anche più dei “sani”): questa chiesa si trova su ogni volto lacerato, su ogni volto mascherato, oppure su ogni volto nascosto che cerca di essere rivelato. Questa chiesa è anche il malato di aids che mi è morto fra le braccia un giorno di qualche anno fa: eppure questa chiesa non fa rumore! Protagonista sembra essere sempre la sagra, la cena, la gita. Eppure dietro a quella tavola imbandita, dietro quel sentiero aperto a tutti, dietro a quella musica o a quell’atmosfera giocosa, ci sono sempre tanti volti e c’è sempre un Volto.
C’è anche la chiesa raccontata da tanti come padre Turoldo, don Milani, un amico come don Emilio Gandolfo, don Vacca Mauri, don Serafino Ceri, ma anche tanti laici che, nella loro semplicità e con le loro storie, ne hanno scritto le pagine! Questa chiesa la narrano anche i più moderni predicatori internauti che parlano la voce moderna del computer come la racconta pure il buon “don Ave” – così lo chiamano i suoi ex parrocchiani –; questa chiesa si trova in film come quelli di don Camillo e di Peppone, ma anche nei più moderni film di registi dell’Uzbekistan, perché è una chiesa che non vuole avere confini di spazio e di tempo; è la chiesa parlata dal vernacolo fiorentino ma è anche cantata dal sorriso amaro di un clown all’oratorio.
È la chiesa che si ispira al vangelo e al volto di Cristo: insieme a quello di Gesù, vede il volto tumefatto e insieme radioso di gente povera e ricca, e in mezzo a questi volti vive.
È la chiesa che vuole incontrare, oltre al 10% della gente che va alla messa – praticanti e forse anche fedeli –, pure il 90% che non frequenta la celebrazione domenicale. Questa chiesa è la chiesa delle gite attentamente preparate per fare del volto di un bambino un sacramento e di una passeggiata un rito capace di indurre il passaggio dalla solitudine alla solidarietà. Forse questa chiesa canterà anche nei concerti, anche con note stonate, ma comunque canta la gioia e il dolore di questa nostra creazione che geme e soffre nelle doglie del parto.
C’è una chiesa che parla molte lingue e fra queste anche il DOS e gli altri linguaggi dell’informatica, ma in queste lingue cerca di dare espressione alla Parola: cerca di comunicare non solo col prossimo vicino ma cerca di farsi prossima ai lontani.
Questa chiesa non può accontentarsi dell’immagine raccontata di una montagna nella storia di chi, quella montagna, l’ha scalata o ha immaginato di scalarla; il suo racconto dovrebbe essere veramente carico di una tensione e di una passione indicibili e incontenibili: la chiesa, quella montagna la deve e la vuole scalare essa stessa con le sue gambe, la deve amare col suo cuore, la deve contemplare con i suoi occhi. Questa chiesa – dice Leonardo Boff – da quella montagna si deve far contemplare, si deve lasciar provocare. Questa sarà la montagna in cui individuare sentieri, tracce di Dio e dell’uomo… e non sarà mai tempo perso tracciare il sentiero!
Questa chiesa, che io immagino, vive nel mondo ma non gli appartiene (l’hanno già detto tanti anni or sono): non corre dietro al denaro, perché deve fidarsi della Provvidenza, eppure deve fare i conti anche con il denaro che può essere mezzo da condividere e strumento di partecipazione alla cosa di tutti; anche il denaro le sarà compagno nella navigazione fra i marosi di questa vita: è evidente che i problemi economici, e specie il loro accumulo negli anni, non dovranno mai assorbirla, appesantirla e renderla incapace di viaggiare…
Questa chiesa ama “viaggiare”. Nella nostra comunità parrocchiale c’è una donna anziana che, anziché definirsi “rottamata”, si è chiamata “madrina dei morti”: mi accompagna in tutti i funerali che celebro (circa cento ogni anno) e soprattutto “accompagna” loro, gli amici che vogliamo salutare. Una specie di Caronte che vince ogni solitudine e racconta tutta la solidarietà. La chiesa è anche questo nel 2007, silenziosa e insieme eloquente sposa di Cristo.
Questa è anche la chiesa che, nella “beata confusione” di un’affollatissima festa, in mezzo a tante solitudini, trova il coraggio di piangere senza vergogna ora lacrime di gioia e ora lacrime di dolore: lo può fare in quanto non è una chiesa di facciate ma di volti e di Volto.
La chiesa compie il suo viaggio sospinta dai venti dello Spirito di Dio ed è spesso sbatacchiata non poco e sicuramente anche a ragione, dal “Dio delle bastonate” che, come un padre, corregge il figlio monello; una chiesa che passa attraverso tempeste e crisi verso il porto sospirato.
Questa chiesa riconosce a tutti il diritto di cittadinanza, dà a tutti un permesso di soggiorno, anche a chi in essa non vorrebbe riconoscersi: c’è chi smarrisce la strada che ad essa porta ma il suo portone d’ingresso resterà sempre spalancato se essa, sposa di Cristo, non vuole rinnegare il suo partner.
Una chiesa così io la vedo ogni giorno: il volto di Cristo almeno in qualche occasione, in qualche suo “forse” lo manifesta, e Dio Padre di questi “forse” si accontenta: sono germi che niente hanno della noia perché parlano di un movimento e di un cammino da compiere che si rinnova e che mai puzza di sorpassato. In questa chiesa trova spazio il volto sorridente e paffuto di un bambino come quello pieno di rughe di colui che si affaccia all’altra riva; trova significato il volto sudato come quello che piange lacrime di sangue: in ognuno di questi volti io vedo la pasqua e vedo Cristo, nostra pasqua.
Per questa chiesa io e tanti abbiamo scommesso la vita e io la amerò anche quando la vedrò lacerata (tanto la mia vita quanto la chiesa, come vorrei fossero un’unità inscindibile!): è la chiesa fatta di preti e di laici che mi hanno preceduto, tutors sulla via della vita, vivi o defunti, sempre e comunque sguardi luminosi e illuminanti che non hanno mai smesso di essere bagliori o riflessi del volto di Dio che fa brillare il sole sui giusti e sugli ingiusti.
Questi tutors e, insieme, compagni di viaggio, ad oggi mi hanno fornito gli scalini e consentito di salire non su di un podio per essere protagonista, campione o premiato nella storia degli uomini, quanto invece di arrampicarmi su una piccola collina dall’alto della quale si assapora la vetta della montagna, ora più vicina: dall’alto di quella rampa io posso allungare la mia mano da mendicante che chiede aiuto e che anela ad essere stretta ad un’altra mano, ben più grande, quella di Dio. Vorrei che questa fiducia nella mano di Dio, che quasi ci avvolge, fosse trasmessa a tutti coloro che vogliono sognare, immaginare, credere e sperare – nella certezza – che, in questa chiesa, non esiste e mai esisterà “rottamazione” perché essa non può smarrirsi nell’“usa e getta” del mondo.
Grazie ad Andrea, a Daniele, a padre Saverio Corradino, a Maria Giovanna, al piccolo Emilio Gandolfo, ai tanti nomi che hanno segnato il mio cammino, e grazie anche a “don Ave”.
don Vittorio Menestrina
lunedì 19 marzo 2007
NON LA POSSO ASSOLVERE, MA....
Gentile direttore.
anche se non sono un esperto in materia e non ho nulla da insegnare o di nuovo e di originale da dire, pure io mi inserisco nel discorso/dibattito della pastorale di frontiera nei confronti di coloro che stanno vivendo una situazione coniugale non secondo Dio, ma alla maniera degli uomini (cf. Mc 8,33).
Prendo semplicemente le mosse da un fatto che mi ha ulteriormente illuminato e fatto riflettere.
Mi si presenta una persona che non conosco direttamente e mi chiede se mi può parlare privatamente. Ci vediamo. «Padre, avrà notato che, quando celebra la santa messa, io non faccio mai la comunione; sono divorziata e quindi ne sono esclusa». Mi affretto a dirle che questa situazione non è di per sé un impedimento all’esperienza sacramentale. Mi interrompe. «Mi lasci finire: io ho un compagno».
E così mi racconta la sua storia di moglie tradita dal marito il quale ha avuto un figlio con un’altra donna. Per questo lei non si è più sentita di stare con lui e lui neppure.
Poi continua: «Quando è morta mia mamma e ha fatto la prima comunione mia figlia, ho chiesto al mio prete se potevo comunicarmi perché non potevo dire alla mia bambina le cose come stavano. Il prete, dopo aver sentito la mia vicenda, mi ha detto di sì. E così è avvenuto con mia soddisfazione e senza imbarazzo di mia figlia, ignara di tutto; se non mi fossi comunicata con lei e come lei, certamente mi avrebbe chiesto il perché con grande mio disagio a doverle svelare, di punto in bianco, la mia situazione. Ora vorrei regolarizzare il tutto con una assoluzione e riprendere a comunicarmi perché ne sento un grande bisogno e piacere».
Mi si sono raggelate le vene al pensare di non poterla accontentare e farle sfumare forse la speranza di aver trovato un prete “comprensibile” e “accondiscendente”!
A scanso di equivoci, mi sono buttato a parlare liberamente e, senza mezzi termini, le ho detto che non ero sulla stessa linea del confratello; non per questo lo giudicavo male in quanto lui, essendo esperto in morale, avrà certamente avuto le sue “brave” motivazioni per dire quanto aveva detto e avallato.
Come conclusione di questa prima parte della conversazione, le ho confermato quanto lei aveva già intuito e cioè che in coscienza non potevo e non mi sentivo di assolverla.
Ne è convenuta anche lei perché anche altri preti le avevano espresso la stessa cosa, ossia che le condizioni per risolvere la questione erano due: avviare la causa di verifica della validità o meno del matrimonio ed essere disposta, nel frattempo, a vivere da fratello e sorella col proprio compagno non potendolo lasciare.
La signora mi dice che esclude ambedue le cose per non rivangare il passato coinvolgendo e facendo star male i propri congiunti e perché il proprio compagno non ci starebbe in quanto non è praticante ed è lontano da un discorso religioso e di chiesa.
Allora le faccio un altro discorso: quello sulle varie presenze di Cristo. La invito a prendere atto che la comunione eucaristica è, in realtà, il vertice della fede; tuttavia ci sono altre “comunioni”, non alternative beninteso, che nel frattempo si possono fare abitualmente con Cristo dovunque lui ha rivelato e indicato la sua presenza come, ad esempio:
– ogni volta che avete fatto un gesto di amore verso un prossimo in situazione di povertà e di bisogno, l’avete fatto a me (cf. Mt 25);
– dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro (cf. Mt18,15);
– chi avrà dato un solo bicchiere d’acqua ad un discepolo di Cristo non perderà la sua ricompensa perché è come averlo dato a lui (cf. Mc 9,41)…
Aggiungo che il concilio Vaticano II (cf. SC n. 7) ha messo a fuoco sette presenze vere di Gesù; non le chiama reali, e riserva questo aggettivo solo alla presenza di Gesù nelle sacre specie eucaristiche “per antonomasia”, ma ciò non le destituisce del loro valore di presenza di Cristo.
Provo ad elencargliene alcune:
* quando nella chiesa viene proclamata la parola di Dio, è Dio stesso che, qui e ora, parla al suo popolo,
* quando vengono celebrati i sacramenti, è Cristo stesso che battezza, assolve, consacra ecc.,
* quando si sta o si prega insieme, è ancora Cristo il centro e l’agente dell’unità e della comunione (cf. Mt 18,20),
* quando si vive l’amore vicendevole e fraterno, è sempre Cristo, presente e operante, il dono e la ragione di questa relazione (cf. Gv 13,35),
* lo stesso ministro celebrante è segno vivo di Cristo per cui, quando il sacerdote va all’altare per la santa messa, è Gesù che, nel segno di una persona fisica e visibile come il prete, entra nell’assemblea liturgica e vi ripresenta la sua offerta sacrificale per la nuova ed eterna alleanza con tutti i fedeli compartecipanti,
* Gesù si ritiene maltrattato in chi è perseguitato e combattuto a motivo della propria fede (cf. At 9,4-5).
Man mano che dicevo queste cose, osservavo che gli occhi della donna, inumiditi dalle lacrime per la mancata assoluzione sacramentale, diventavano radiosi nel sorriso per la finestra che si era andata dischiudendo.
La persona in questione, ad un certo punto, ha rotto il silenzio e ha commentato: «Anche se non posso vivere la pienezza della comunione mediante l’eucaristia, posso fare tante comunioni che mi avvicineranno al vertice; anche se la mia condizione, per ora, non mi consente di muovermi al livello, mettiamo, del “dieci”, però anche l’uno, il due, il tre… hanno il loro significato e valore; uno più uno più uno può diventare dieci!».
Mi sono reso conto ancora una volta che la questione dei separati risposati non è solo un problema scabroso di ordine morale e giuridico, ma di fede.
A volte ho l’impressione che si tenga di più ad essere autorizzati a fare la comunione mediante il poter “prendere l’ostia” – come a volte sento dire – che essere una sola cosa con Cristo per se stesso come Persona, morto e risorto per noi, considerato come il collaboratore della nostra libertà, della nostra gioia, del nostro vero e definitivo bene, che avere il suo pensiero (cf. 1Cor 2,16), che condividere il suo progetto-uomo, la sua volontà di amore benevolente.
Le amnistie, gli indulti, le concessioni compassionevoli e benevolenti attutiscono il dolore ma non guariscono.
Gesù, a chi gli chiedeva quali opere erano da fare, ha risposto, senza tergiversare: «Questa è l’opera di Dio: credere in colui che egli ha mandato» (Gv 6,26). Queste parole rivelano che il servizio (azione/opera) fondamentale di Dio è che noi, suoi beneamati figli, siamo capaci di fidarci lui e affidarci a lui, che «è buono e fa il bene» (Salmo 119,68).
Alla samaritana che aveva avuto cinque mariti e quello che aveva non era il suo (cf. Gv 4,19), Gesù ha detto: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “dammi da bere!”, tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva» (Gv 4,10). E la samaritana, avendo incontrato e conosciuto il dono di Dio, ossia il Messia Salvatore, ha dato una svolta alla sua vita (cf. Gv 4,28-29).
Gesù dice che chi ha trovato un tesoro, non esita a vendere tutto quello che ha e a procurarselo (cf. Matteo 13,44-46); chi guarda a chi e a cosa “guadagna”, ha la ragione e la forza di liberarsi (non di rinunciare!) da ciò che impedisce di concludere l’affare.
Sono sempre validi e attuali, anche se sembrano duri e autodistruttivi, i criteri di gestione della propria vita dati da Cristo: «Se il tuo occhio destro ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo via da te; se la tua mano destra ti è occasione di scandalo, tagliala e gettala via da te… conviene che perisca uno dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geenna» (Mt 5,28-30).
È altrettanto significativa l’ingiunzione imperativa di Gesù alla donna adultera: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più» (Gv 8,11).
Si comincia a fare la comunione quando si arriva a dire: il mio bene sei tu (Gesù): non c’è felicità per me senza di te! Chi trova Cristo, trova il più bello e il meglio senza eguali!
Occorre potenziare e intensificare il desiderio e soprattutto la voglia di Gesù per se stesso come l’amato del proprio cuore perché «chi altri avrò per me in cielo? Fuori di te nulla bramo sulla terra… Il mio bene è stare vicino a Dio» (Sal 73,25.28).
Le comunioni di desiderio scavano e predispongono alla comunione reale con Cristo, via, verità e vita. La Verità (Gesù stesso), insieme alla verità della propria ricerca di lui, libera, fa liberi, rende possibile quello che umanamente sembra impossibile, a condizione che si creda in lui come Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna» (Gv 6,68) e, come lui, dicessimo: «Sulla tua parola getterò le reti» (Lc 5,5).
Fanno impressione e fanno pensare e sono provocanti le parole di Gesù: «Voi non volete venire a me per avere la vita» (Gv 5,40) e la domanda che ha posto ai primi discepoli: «Che cercate?» (Gv 1,38).
L’esperienza delle molteplici forme di comunione con Gesù secondo i suoi vari “modi” e “luoghi” di presenza, senza concentrarsi esclusivamente su quella eucaristica, pur non arrivando all’eccesso di non considerarla più o eguagliarla a tutte le altre presenze, mi pare che possa essere una pista percorribile da tutti la quale può sfociare nel «fons et culmen» del sacramento eucaristico.
don Guido Oliveri
anche se non sono un esperto in materia e non ho nulla da insegnare o di nuovo e di originale da dire, pure io mi inserisco nel discorso/dibattito della pastorale di frontiera nei confronti di coloro che stanno vivendo una situazione coniugale non secondo Dio, ma alla maniera degli uomini (cf. Mc 8,33).
Prendo semplicemente le mosse da un fatto che mi ha ulteriormente illuminato e fatto riflettere.
Mi si presenta una persona che non conosco direttamente e mi chiede se mi può parlare privatamente. Ci vediamo. «Padre, avrà notato che, quando celebra la santa messa, io non faccio mai la comunione; sono divorziata e quindi ne sono esclusa». Mi affretto a dirle che questa situazione non è di per sé un impedimento all’esperienza sacramentale. Mi interrompe. «Mi lasci finire: io ho un compagno».
E così mi racconta la sua storia di moglie tradita dal marito il quale ha avuto un figlio con un’altra donna. Per questo lei non si è più sentita di stare con lui e lui neppure.
Poi continua: «Quando è morta mia mamma e ha fatto la prima comunione mia figlia, ho chiesto al mio prete se potevo comunicarmi perché non potevo dire alla mia bambina le cose come stavano. Il prete, dopo aver sentito la mia vicenda, mi ha detto di sì. E così è avvenuto con mia soddisfazione e senza imbarazzo di mia figlia, ignara di tutto; se non mi fossi comunicata con lei e come lei, certamente mi avrebbe chiesto il perché con grande mio disagio a doverle svelare, di punto in bianco, la mia situazione. Ora vorrei regolarizzare il tutto con una assoluzione e riprendere a comunicarmi perché ne sento un grande bisogno e piacere».
Mi si sono raggelate le vene al pensare di non poterla accontentare e farle sfumare forse la speranza di aver trovato un prete “comprensibile” e “accondiscendente”!
A scanso di equivoci, mi sono buttato a parlare liberamente e, senza mezzi termini, le ho detto che non ero sulla stessa linea del confratello; non per questo lo giudicavo male in quanto lui, essendo esperto in morale, avrà certamente avuto le sue “brave” motivazioni per dire quanto aveva detto e avallato.
Come conclusione di questa prima parte della conversazione, le ho confermato quanto lei aveva già intuito e cioè che in coscienza non potevo e non mi sentivo di assolverla.
Ne è convenuta anche lei perché anche altri preti le avevano espresso la stessa cosa, ossia che le condizioni per risolvere la questione erano due: avviare la causa di verifica della validità o meno del matrimonio ed essere disposta, nel frattempo, a vivere da fratello e sorella col proprio compagno non potendolo lasciare.
La signora mi dice che esclude ambedue le cose per non rivangare il passato coinvolgendo e facendo star male i propri congiunti e perché il proprio compagno non ci starebbe in quanto non è praticante ed è lontano da un discorso religioso e di chiesa.
Allora le faccio un altro discorso: quello sulle varie presenze di Cristo. La invito a prendere atto che la comunione eucaristica è, in realtà, il vertice della fede; tuttavia ci sono altre “comunioni”, non alternative beninteso, che nel frattempo si possono fare abitualmente con Cristo dovunque lui ha rivelato e indicato la sua presenza come, ad esempio:
– ogni volta che avete fatto un gesto di amore verso un prossimo in situazione di povertà e di bisogno, l’avete fatto a me (cf. Mt 25);
– dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro (cf. Mt18,15);
– chi avrà dato un solo bicchiere d’acqua ad un discepolo di Cristo non perderà la sua ricompensa perché è come averlo dato a lui (cf. Mc 9,41)…
Aggiungo che il concilio Vaticano II (cf. SC n. 7) ha messo a fuoco sette presenze vere di Gesù; non le chiama reali, e riserva questo aggettivo solo alla presenza di Gesù nelle sacre specie eucaristiche “per antonomasia”, ma ciò non le destituisce del loro valore di presenza di Cristo.
Provo ad elencargliene alcune:
* quando nella chiesa viene proclamata la parola di Dio, è Dio stesso che, qui e ora, parla al suo popolo,
* quando vengono celebrati i sacramenti, è Cristo stesso che battezza, assolve, consacra ecc.,
* quando si sta o si prega insieme, è ancora Cristo il centro e l’agente dell’unità e della comunione (cf. Mt 18,20),
* quando si vive l’amore vicendevole e fraterno, è sempre Cristo, presente e operante, il dono e la ragione di questa relazione (cf. Gv 13,35),
* lo stesso ministro celebrante è segno vivo di Cristo per cui, quando il sacerdote va all’altare per la santa messa, è Gesù che, nel segno di una persona fisica e visibile come il prete, entra nell’assemblea liturgica e vi ripresenta la sua offerta sacrificale per la nuova ed eterna alleanza con tutti i fedeli compartecipanti,
* Gesù si ritiene maltrattato in chi è perseguitato e combattuto a motivo della propria fede (cf. At 9,4-5).
Man mano che dicevo queste cose, osservavo che gli occhi della donna, inumiditi dalle lacrime per la mancata assoluzione sacramentale, diventavano radiosi nel sorriso per la finestra che si era andata dischiudendo.
La persona in questione, ad un certo punto, ha rotto il silenzio e ha commentato: «Anche se non posso vivere la pienezza della comunione mediante l’eucaristia, posso fare tante comunioni che mi avvicineranno al vertice; anche se la mia condizione, per ora, non mi consente di muovermi al livello, mettiamo, del “dieci”, però anche l’uno, il due, il tre… hanno il loro significato e valore; uno più uno più uno può diventare dieci!».
Mi sono reso conto ancora una volta che la questione dei separati risposati non è solo un problema scabroso di ordine morale e giuridico, ma di fede.
A volte ho l’impressione che si tenga di più ad essere autorizzati a fare la comunione mediante il poter “prendere l’ostia” – come a volte sento dire – che essere una sola cosa con Cristo per se stesso come Persona, morto e risorto per noi, considerato come il collaboratore della nostra libertà, della nostra gioia, del nostro vero e definitivo bene, che avere il suo pensiero (cf. 1Cor 2,16), che condividere il suo progetto-uomo, la sua volontà di amore benevolente.
Le amnistie, gli indulti, le concessioni compassionevoli e benevolenti attutiscono il dolore ma non guariscono.
Gesù, a chi gli chiedeva quali opere erano da fare, ha risposto, senza tergiversare: «Questa è l’opera di Dio: credere in colui che egli ha mandato» (Gv 6,26). Queste parole rivelano che il servizio (azione/opera) fondamentale di Dio è che noi, suoi beneamati figli, siamo capaci di fidarci lui e affidarci a lui, che «è buono e fa il bene» (Salmo 119,68).
Alla samaritana che aveva avuto cinque mariti e quello che aveva non era il suo (cf. Gv 4,19), Gesù ha detto: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “dammi da bere!”, tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva» (Gv 4,10). E la samaritana, avendo incontrato e conosciuto il dono di Dio, ossia il Messia Salvatore, ha dato una svolta alla sua vita (cf. Gv 4,28-29).
Gesù dice che chi ha trovato un tesoro, non esita a vendere tutto quello che ha e a procurarselo (cf. Matteo 13,44-46); chi guarda a chi e a cosa “guadagna”, ha la ragione e la forza di liberarsi (non di rinunciare!) da ciò che impedisce di concludere l’affare.
Sono sempre validi e attuali, anche se sembrano duri e autodistruttivi, i criteri di gestione della propria vita dati da Cristo: «Se il tuo occhio destro ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo via da te; se la tua mano destra ti è occasione di scandalo, tagliala e gettala via da te… conviene che perisca uno dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geenna» (Mt 5,28-30).
È altrettanto significativa l’ingiunzione imperativa di Gesù alla donna adultera: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più» (Gv 8,11).
Si comincia a fare la comunione quando si arriva a dire: il mio bene sei tu (Gesù): non c’è felicità per me senza di te! Chi trova Cristo, trova il più bello e il meglio senza eguali!
Occorre potenziare e intensificare il desiderio e soprattutto la voglia di Gesù per se stesso come l’amato del proprio cuore perché «chi altri avrò per me in cielo? Fuori di te nulla bramo sulla terra… Il mio bene è stare vicino a Dio» (Sal 73,25.28).
Le comunioni di desiderio scavano e predispongono alla comunione reale con Cristo, via, verità e vita. La Verità (Gesù stesso), insieme alla verità della propria ricerca di lui, libera, fa liberi, rende possibile quello che umanamente sembra impossibile, a condizione che si creda in lui come Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna» (Gv 6,68) e, come lui, dicessimo: «Sulla tua parola getterò le reti» (Lc 5,5).
Fanno impressione e fanno pensare e sono provocanti le parole di Gesù: «Voi non volete venire a me per avere la vita» (Gv 5,40) e la domanda che ha posto ai primi discepoli: «Che cercate?» (Gv 1,38).
L’esperienza delle molteplici forme di comunione con Gesù secondo i suoi vari “modi” e “luoghi” di presenza, senza concentrarsi esclusivamente su quella eucaristica, pur non arrivando all’eccesso di non considerarla più o eguagliarla a tutte le altre presenze, mi pare che possa essere una pista percorribile da tutti la quale può sfociare nel «fons et culmen» del sacramento eucaristico.
don Guido Oliveri
giovedì 8 marzo 2007
IL CELIBATO E LA SOLITUDINE DEL PRETE
Cara Settimana,
mi sembra importante riconoscere che, nella scelta celibataria del prete, c’è un inevitabile, conseguente “senso di solitudine” che va accettato, sofferto e offerto. Un senso di solitudine che consegue, di tutta logica, alla rinuncia a quel “adiutorium simile sibi” che la stessa natura umana – così come era uscita dalle mani del Creatore – “naturalmente” esigeva, anche dentro i succedanei di un paradiso terrestre. E lui, il Creatore – come ricorda la Genesi – riconosce e afferma che «non è bene che l’uomo sia solo». Trovo quindi senz’altro utile e necessario valorizzare – come giustamente si raccomanda – i preziosi aiuti che una vita comunitaria, l’amicizia fra preti, il legame sacramentale con il presbiterio ecc… possono offrire per sostenere questa inevitabile “solitudine” del prete. A condizione che sia chiaro che la nostra scelta celibataria ci fa mancare quel rapporto profondo di vita che fa dei due “quasi una sola carne” – e non mi riferisco primariamente alle fatiche conseguenti ad una vita casta – consentendo ai due di non affrontare da soli la vita.
Ritengo, cioè, che una certa sofferta “solitudine” rientra nella condizione celibataria in quanto ogni prete – come ogni altro normale essere umano – sentirebbe anche il bisogno di un tipo di relazione che solo la vita di coppia può offrire e di cui probabilmente avvertirà sempre la mancanza. Soprattutto in qualche momento della vita.
Ritengo che né il carisma celibatario con la sua grazia propria, né l’amore sponsale con Dio cancellino questo bisogno e questa umanissima nostalgia. Se mai, costituisce un motivo aggiunto per una spiritualità di relazione delicata e forte con Dio e l’accettazione di condividere nella propria carne le tante sofferte solitudini che ci sono oggi nella società. Anche all’interno della coppia.
don Fernando Pavanello
Breda di Piave (TV)
mi sembra importante riconoscere che, nella scelta celibataria del prete, c’è un inevitabile, conseguente “senso di solitudine” che va accettato, sofferto e offerto. Un senso di solitudine che consegue, di tutta logica, alla rinuncia a quel “adiutorium simile sibi” che la stessa natura umana – così come era uscita dalle mani del Creatore – “naturalmente” esigeva, anche dentro i succedanei di un paradiso terrestre. E lui, il Creatore – come ricorda la Genesi – riconosce e afferma che «non è bene che l’uomo sia solo». Trovo quindi senz’altro utile e necessario valorizzare – come giustamente si raccomanda – i preziosi aiuti che una vita comunitaria, l’amicizia fra preti, il legame sacramentale con il presbiterio ecc… possono offrire per sostenere questa inevitabile “solitudine” del prete. A condizione che sia chiaro che la nostra scelta celibataria ci fa mancare quel rapporto profondo di vita che fa dei due “quasi una sola carne” – e non mi riferisco primariamente alle fatiche conseguenti ad una vita casta – consentendo ai due di non affrontare da soli la vita.
Ritengo, cioè, che una certa sofferta “solitudine” rientra nella condizione celibataria in quanto ogni prete – come ogni altro normale essere umano – sentirebbe anche il bisogno di un tipo di relazione che solo la vita di coppia può offrire e di cui probabilmente avvertirà sempre la mancanza. Soprattutto in qualche momento della vita.
Ritengo che né il carisma celibatario con la sua grazia propria, né l’amore sponsale con Dio cancellino questo bisogno e questa umanissima nostalgia. Se mai, costituisce un motivo aggiunto per una spiritualità di relazione delicata e forte con Dio e l’accettazione di condividere nella propria carne le tante sofferte solitudini che ci sono oggi nella società. Anche all’interno della coppia.
don Fernando Pavanello
Breda di Piave (TV)
SULLA CONFESSIONE E SUI CONFESSORI
Caro direttore,
mi permetto di inviarti qualche riflessione sulla sgradevole vicenda delle false confessioni di cui si è reso protagonista il settimanale L’espresso. Sulla vicenda sono apparsi tempestivamente autorevoli interventi (cf. L. Lorenzetti su Famiglia Cristiana n. 5/2007, p. 31, e l’editoriale di Civiltà Cattolica del 17.2.2007, quaderno n. 3760) e anche Settimana n. 7/2007 del 18.2.2007 ha ospitato una lettera sulla questione. Ecco quanto mi sembra di poter scrivere, partendo dal discorso del papa riportato dall’Osservatore Romano del 19-20 febbraio scorso: «Quante persone in difficoltà cercano il conforto e la consolazione di Cristo! Quanti penitenti trovano nella confessione la pace e la gioia che rincorrevano da tempo! Come non riconoscere che anche in questa nostra epoca, segnata da tante sfide religiose e sociali, vada riscoperto e riproposto questo sacramento?».[1]
Non per cercare conforto e consolazione, né per riscoprire e riproporre al nostro tempo e alla nostra cultura in larga misura secolarizzata il profilo salvifico e misterioso di questo sacramento – al presente in notevole crisi – ma per la curiosità, debitamente stipendiata, di sapere cosa pensa il “grande esercito” dei preti italiani, alcuni inviati de L’espresso[2] sono entrati con identità fittizie nei confessionali di 24 chiese italiane da Torino a Palermo, da Milano a Napoli e Roma, accusando peccati o colpe che toccano l’arco delle questioni più dibattute e scomode dell’oggi e le conseguenti registrazioni delle risposte dei confessori.
I lettori ne sono a conoscenza, perché tutti gli organi di informazione hanno riferito di tale vicenda, che ha un precedente di pochi anni or sono, deplorevole e detestabile violazione della santità del sacramento, nonché della deontologia professionale giornalistica che interdice inganno e frode a fini conoscitivi.
Non tutto il male vien per nuocere. Male c’è stato: è necessario riaffermarlo senza esitazioni e senza sconti. Dissacrazione di un sacramento della chiesa e trappola tesa al confessore con accusa fittizia del tutto priva di dolore e di volontà di conversione e con domande non finalizzate alla richiesta di perdono, ma alla conferma dei propri pregiudizi ideologici, violazione della privacy, cui oggi si presta tanta attenzione.[3] E tuttavia qualcosa di positivo è possibile ricavare da questa triste vicenda.
Le risposte e gli atteggiamenti dei confessori presi alla sprovvista, incapaci di identificare la realtà delle persone sotto la maschera del finto penitente, e quindi da non condannare senza discernimento, inducono a riflettere sulla loro preparazione in campo di etica della vita, di morale sessuale e sociale. Riesce infatti abbastanza facile evidenziare nei loro responsi approssimazioni, superficialità e ambiguità e, in particolare, notevoli divergenze sul fatto di concedere o meno l’assoluzione.
I falsi penitenti tentatori – forse non del tutto consapevoli della malizia del loro gesto – dimostrano di ignorare lo spessore teologico e la realtà complessa del peccato che, oltre al profilo personale riveste anche una dimensione sociale e collettiva,[4] e in particolare la bipolarità della morale: riferimento non obliabile a valori e norme (aspetto oggettivo) e alla soggettività della coscienza della persona in situazione, sempre da rispettare come norma ultima di comportamento (aspetto soggettivo).
A motivo di tale ignoranza dimostrano stupore e scandalo a fronte dei verdetti, ora di assoluta condanna, motivata dalla violazione oggettiva di norme evangeliche o ecclesiali, ora tradizionali e largamente assolutorie, spesso inadeguate alla gravità dei problemi proposti. Questi vertono su temi ardui: aids e uso dei preservativi, liceità o meno del ricorso a cellule staminali embrionali, droghe, fecondazione assistita, aborto e frequentazione di prostitute, omosessualità e comportamenti in linea con tale condizione, sesso con minori, divorzio e convivenze de facto, truffe ed evasioni fiscali.
Che i confessori abbiano dimostrato perplessità e inadeguatezze nei loro responsi non sorprende più di tanto: stupisce però l’impreparazione e l’approssimazione di alcuni, rivelatrice di una scarsa familiarità sia con i documenti della chiesa, sia con le più recenti elaborazioni teologico-morali in queste delicate e complesse questioni. Ovviamente sulla validità di tali inchieste ottenute per la via dell’inganno è necessario fare la dovuta tara e avanzare tutte le opportune riserve.
Saggezza e attualità del messaggio pontificio. Nel discorso da cui abbiamo preso le mosse, papa Benedetto non fa alcun riferimento al doloroso fatto di cronaca che abbiamo brevemente richiamato, ma offre una messe ricca e feconda di riflessioni che aiutano a riproporre in maniera altamente valida e veritiera il sacramento della penitenza e della conversione sia ai confessori che ne sono ministri (persona dramatis) sia alla nostra cultura inetta a percepire il significato dei simboli e lo spessore salvifico del sacramento: rinascita spirituale e trasformazione del penitente in una nuova creatura, non come risultato di un gesto magico, ma attraverso l’incontro della grazia con l’atteggiamento serio di dolore e di conversione del penitente.
Questi, afferma il pontefice, è strumento della misericordia divina: «Pertanto è necessario che egli unisca ad una buona sensibilità spirituale e pastorale una seria preparazione teologica, morale e pedagogica che lo renda capace di comprendere il vissuto della persona. Gli è poi assai utile conoscere gli ambiti sociali, culturali e professionali di quanti si accostano al confessionale per poter offrire idonei consigli e orientamenti spirituali e pratici. Non dimentichi il sacerdote che in questo sacramento egli è chiamato a svolgere il compito di padre, di giudice spirituale, di maestro e di educatore». Ma ciò esige un costante aggiornamento.
Giuseppe Mattai SDB, Alassio
[1] Discorso di Benedetto XVI ai penitenzieri delle quattro basiliche pontificie romane e ai prelati e officiali della Penitenzieria Apostolica, in Osservatore Romano, 19-20 febbraio 2007, p. 9, che, oltre a riferire il testo integrale dell’intervento pontificio, ne evidenzia i passi più significativi.
[2] Vedi il servizio di Riccardo Bocca su L’espresso, n. 4 del 1°febbraio 2007.
[3] Si veda in proposito la lettera a Settimana del 18 febbraio 2007, di don Onerio Manduca.
[4] Cf. Ignazio Schinella, Il peccato, realtà pluridimensionale, in RTM, 153, 2007, pp. 95-106.
mi permetto di inviarti qualche riflessione sulla sgradevole vicenda delle false confessioni di cui si è reso protagonista il settimanale L’espresso. Sulla vicenda sono apparsi tempestivamente autorevoli interventi (cf. L. Lorenzetti su Famiglia Cristiana n. 5/2007, p. 31, e l’editoriale di Civiltà Cattolica del 17.2.2007, quaderno n. 3760) e anche Settimana n. 7/2007 del 18.2.2007 ha ospitato una lettera sulla questione. Ecco quanto mi sembra di poter scrivere, partendo dal discorso del papa riportato dall’Osservatore Romano del 19-20 febbraio scorso: «Quante persone in difficoltà cercano il conforto e la consolazione di Cristo! Quanti penitenti trovano nella confessione la pace e la gioia che rincorrevano da tempo! Come non riconoscere che anche in questa nostra epoca, segnata da tante sfide religiose e sociali, vada riscoperto e riproposto questo sacramento?».[1]
Non per cercare conforto e consolazione, né per riscoprire e riproporre al nostro tempo e alla nostra cultura in larga misura secolarizzata il profilo salvifico e misterioso di questo sacramento – al presente in notevole crisi – ma per la curiosità, debitamente stipendiata, di sapere cosa pensa il “grande esercito” dei preti italiani, alcuni inviati de L’espresso[2] sono entrati con identità fittizie nei confessionali di 24 chiese italiane da Torino a Palermo, da Milano a Napoli e Roma, accusando peccati o colpe che toccano l’arco delle questioni più dibattute e scomode dell’oggi e le conseguenti registrazioni delle risposte dei confessori.
I lettori ne sono a conoscenza, perché tutti gli organi di informazione hanno riferito di tale vicenda, che ha un precedente di pochi anni or sono, deplorevole e detestabile violazione della santità del sacramento, nonché della deontologia professionale giornalistica che interdice inganno e frode a fini conoscitivi.
Non tutto il male vien per nuocere. Male c’è stato: è necessario riaffermarlo senza esitazioni e senza sconti. Dissacrazione di un sacramento della chiesa e trappola tesa al confessore con accusa fittizia del tutto priva di dolore e di volontà di conversione e con domande non finalizzate alla richiesta di perdono, ma alla conferma dei propri pregiudizi ideologici, violazione della privacy, cui oggi si presta tanta attenzione.[3] E tuttavia qualcosa di positivo è possibile ricavare da questa triste vicenda.
Le risposte e gli atteggiamenti dei confessori presi alla sprovvista, incapaci di identificare la realtà delle persone sotto la maschera del finto penitente, e quindi da non condannare senza discernimento, inducono a riflettere sulla loro preparazione in campo di etica della vita, di morale sessuale e sociale. Riesce infatti abbastanza facile evidenziare nei loro responsi approssimazioni, superficialità e ambiguità e, in particolare, notevoli divergenze sul fatto di concedere o meno l’assoluzione.
I falsi penitenti tentatori – forse non del tutto consapevoli della malizia del loro gesto – dimostrano di ignorare lo spessore teologico e la realtà complessa del peccato che, oltre al profilo personale riveste anche una dimensione sociale e collettiva,[4] e in particolare la bipolarità della morale: riferimento non obliabile a valori e norme (aspetto oggettivo) e alla soggettività della coscienza della persona in situazione, sempre da rispettare come norma ultima di comportamento (aspetto soggettivo).
A motivo di tale ignoranza dimostrano stupore e scandalo a fronte dei verdetti, ora di assoluta condanna, motivata dalla violazione oggettiva di norme evangeliche o ecclesiali, ora tradizionali e largamente assolutorie, spesso inadeguate alla gravità dei problemi proposti. Questi vertono su temi ardui: aids e uso dei preservativi, liceità o meno del ricorso a cellule staminali embrionali, droghe, fecondazione assistita, aborto e frequentazione di prostitute, omosessualità e comportamenti in linea con tale condizione, sesso con minori, divorzio e convivenze de facto, truffe ed evasioni fiscali.
Che i confessori abbiano dimostrato perplessità e inadeguatezze nei loro responsi non sorprende più di tanto: stupisce però l’impreparazione e l’approssimazione di alcuni, rivelatrice di una scarsa familiarità sia con i documenti della chiesa, sia con le più recenti elaborazioni teologico-morali in queste delicate e complesse questioni. Ovviamente sulla validità di tali inchieste ottenute per la via dell’inganno è necessario fare la dovuta tara e avanzare tutte le opportune riserve.
Saggezza e attualità del messaggio pontificio. Nel discorso da cui abbiamo preso le mosse, papa Benedetto non fa alcun riferimento al doloroso fatto di cronaca che abbiamo brevemente richiamato, ma offre una messe ricca e feconda di riflessioni che aiutano a riproporre in maniera altamente valida e veritiera il sacramento della penitenza e della conversione sia ai confessori che ne sono ministri (persona dramatis) sia alla nostra cultura inetta a percepire il significato dei simboli e lo spessore salvifico del sacramento: rinascita spirituale e trasformazione del penitente in una nuova creatura, non come risultato di un gesto magico, ma attraverso l’incontro della grazia con l’atteggiamento serio di dolore e di conversione del penitente.
Questi, afferma il pontefice, è strumento della misericordia divina: «Pertanto è necessario che egli unisca ad una buona sensibilità spirituale e pastorale una seria preparazione teologica, morale e pedagogica che lo renda capace di comprendere il vissuto della persona. Gli è poi assai utile conoscere gli ambiti sociali, culturali e professionali di quanti si accostano al confessionale per poter offrire idonei consigli e orientamenti spirituali e pratici. Non dimentichi il sacerdote che in questo sacramento egli è chiamato a svolgere il compito di padre, di giudice spirituale, di maestro e di educatore». Ma ciò esige un costante aggiornamento.
Giuseppe Mattai SDB, Alassio
[1] Discorso di Benedetto XVI ai penitenzieri delle quattro basiliche pontificie romane e ai prelati e officiali della Penitenzieria Apostolica, in Osservatore Romano, 19-20 febbraio 2007, p. 9, che, oltre a riferire il testo integrale dell’intervento pontificio, ne evidenzia i passi più significativi.
[2] Vedi il servizio di Riccardo Bocca su L’espresso, n. 4 del 1°febbraio 2007.
[3] Si veda in proposito la lettera a Settimana del 18 febbraio 2007, di don Onerio Manduca.
[4] Cf. Ignazio Schinella, Il peccato, realtà pluridimensionale, in RTM, 153, 2007, pp. 95-106.
giovedì 1 marzo 2007
Si può auspicare un clima e un dibattito più sereno?
Cara Settimana,
il disegno di legge sui diritti civili delle persone implicate in convivenze anomale, offre l’occasione per qualche riflessione che vorrei né acritica né polemica (di polemica ce n’è già troppa in giro!).
Così come sono fatto – ed è la fede con l’età e l’esperienza che “fa” le persone –, non vedo male per principio ciò che potrebbe contribuire a rendere un po’ più sicura e meno triste la vita (soprattutto la vecchiaia) delle persone, di qualunque persona, perché ogni persona è preziosa agli occhi di Dio. «La gloria di Dio è l’uomo vivente», dice la Parola e Gesù è morto e risorto per ogni donna, uomo, bambino, giovane che vive su questa terra.
D’altro lato, non mi nascondo i pericolosi riflessi psicologici di talune leggi sulle scelte di vita dei cittadini. Si pensi alla facile tentazione di abortire, dopo l’approvazione dell’aborto in Italia (1981) e a quella – ancor più facile e non raramente capricciosa – del divorzio dopo la sua legalizzazione (1974). Si sa che la legge crea un costume, “legalizza” appunto, e rende più accessibile una scelta su temi spesso terribilmente importanti come l’origine della vita e la stabilità della famiglia.
Ma non è questo il problema che ora mi preoccupa maggiormente. È piuttosto una serie di rischi non soltanto ipotetici, ma purtroppo già inquietanti realtà circa il clima che si sta vivendo in Italia. Ne sottolineo alcuni.
1. L’incomprensione dell’atteggiamento severo e degli interventi insistenti della chiesa su una materia che riguarda sì la delicata questione della natura della famiglia – così come esce dalla parola di Dio – ma coinvolge anche l’autonomia dei politici, specie di quei cattolici che – per le mediazioni cui sono costretti oggi in un clima di innegabile pluralismo – sono letteralmente vessati da rimproveri e da parole che non vorremmo mai leggere. Vedasi, ad esempio, come Il Giorno di venerdì 16 febbraio ha maltrattato il ministro per la famiglia Rosi Bindi, persona consacrata, ex presidente nazionale dell’Azione cattolica, donna di fede.
2. La strumentalizzazione politica della voce della chiesa che diventa quasi piedistallo per gli esponenti dello schieramento opposto, che si presentano come strenui difensori della fede, denigrando i cattolici dell’altra coalizione, la cui fede pure è indiscutibile.
3. Il rischio di dividere ulteriormente i cattolici collocati nei due schieramenti. Se ne vedono gli effetti in certi titoli giornalistici che danno la misura di una divisione sempre più profonda, mentre sarebbe auspicabile tornare – anche nella prassi politica dei cattolici – a quel detto famoso di papa Giovanni: «Ciò che ci unisce è immensamente più grande di quello che ci divide». Ma se i cristiani alzano la voce sempre e solo su ciò che divide, come potranno riconoscersi in ciò che invece dovrebbe unirli?
4. Da ultimo – non perché rischio minore – il pericolo (purtroppo non ipotetico, basta leggere certe dichiarazioni) di un anticlericalismo sempre più aspro, denigratorio e velenoso, che può mettere a repentaglio la pace sociale descrivendo la chiesa come nemica dell’uomo.
Concludo ribadendo il mio pensiero. L’intervento non è sul contenuto della legge – sul cui giudizio mi sento pienamente allineato a quello della chiesa – ma sul clima che si è acceso in questi ultimi giorni. Non mi ritrovo in questa asprezza dei toni, in un rincorrersi e ribattere con dichiarazioni a dichiarazioni, in questa specie di ping-pong che fa male e fa star male tanti cristiani. È peccato sognare una chiesa che contribuisca a calmare gli animi?
don Giancarlo Conte (PC)
il disegno di legge sui diritti civili delle persone implicate in convivenze anomale, offre l’occasione per qualche riflessione che vorrei né acritica né polemica (di polemica ce n’è già troppa in giro!).
Così come sono fatto – ed è la fede con l’età e l’esperienza che “fa” le persone –, non vedo male per principio ciò che potrebbe contribuire a rendere un po’ più sicura e meno triste la vita (soprattutto la vecchiaia) delle persone, di qualunque persona, perché ogni persona è preziosa agli occhi di Dio. «La gloria di Dio è l’uomo vivente», dice la Parola e Gesù è morto e risorto per ogni donna, uomo, bambino, giovane che vive su questa terra.
D’altro lato, non mi nascondo i pericolosi riflessi psicologici di talune leggi sulle scelte di vita dei cittadini. Si pensi alla facile tentazione di abortire, dopo l’approvazione dell’aborto in Italia (1981) e a quella – ancor più facile e non raramente capricciosa – del divorzio dopo la sua legalizzazione (1974). Si sa che la legge crea un costume, “legalizza” appunto, e rende più accessibile una scelta su temi spesso terribilmente importanti come l’origine della vita e la stabilità della famiglia.
Ma non è questo il problema che ora mi preoccupa maggiormente. È piuttosto una serie di rischi non soltanto ipotetici, ma purtroppo già inquietanti realtà circa il clima che si sta vivendo in Italia. Ne sottolineo alcuni.
1. L’incomprensione dell’atteggiamento severo e degli interventi insistenti della chiesa su una materia che riguarda sì la delicata questione della natura della famiglia – così come esce dalla parola di Dio – ma coinvolge anche l’autonomia dei politici, specie di quei cattolici che – per le mediazioni cui sono costretti oggi in un clima di innegabile pluralismo – sono letteralmente vessati da rimproveri e da parole che non vorremmo mai leggere. Vedasi, ad esempio, come Il Giorno di venerdì 16 febbraio ha maltrattato il ministro per la famiglia Rosi Bindi, persona consacrata, ex presidente nazionale dell’Azione cattolica, donna di fede.
2. La strumentalizzazione politica della voce della chiesa che diventa quasi piedistallo per gli esponenti dello schieramento opposto, che si presentano come strenui difensori della fede, denigrando i cattolici dell’altra coalizione, la cui fede pure è indiscutibile.
3. Il rischio di dividere ulteriormente i cattolici collocati nei due schieramenti. Se ne vedono gli effetti in certi titoli giornalistici che danno la misura di una divisione sempre più profonda, mentre sarebbe auspicabile tornare – anche nella prassi politica dei cattolici – a quel detto famoso di papa Giovanni: «Ciò che ci unisce è immensamente più grande di quello che ci divide». Ma se i cristiani alzano la voce sempre e solo su ciò che divide, come potranno riconoscersi in ciò che invece dovrebbe unirli?
4. Da ultimo – non perché rischio minore – il pericolo (purtroppo non ipotetico, basta leggere certe dichiarazioni) di un anticlericalismo sempre più aspro, denigratorio e velenoso, che può mettere a repentaglio la pace sociale descrivendo la chiesa come nemica dell’uomo.
Concludo ribadendo il mio pensiero. L’intervento non è sul contenuto della legge – sul cui giudizio mi sento pienamente allineato a quello della chiesa – ma sul clima che si è acceso in questi ultimi giorni. Non mi ritrovo in questa asprezza dei toni, in un rincorrersi e ribattere con dichiarazioni a dichiarazioni, in questa specie di ping-pong che fa male e fa star male tanti cristiani. È peccato sognare una chiesa che contribuisca a calmare gli animi?
don Giancarlo Conte (PC)
Chiesa: non avere paura di comunicare!
Cara Settimana,
prendo spunto per le mie riflessioni dalla lettera firmata “Politica, questioni etiche e implicazioni pastorali” pubblicata sul vostro settimanale l’11.2.2007. Sono d’accordo e sottoscrivo, escluse poche particolarità. Ma aggiungo una nota che non riguarda solo un dettaglio secondario ma che, a mio parere, è sintomo di una situazione generale di importanza notevole.
Il fatto che si tratti di una “lettera firmata” mi sembra il sintomo di una malattia.
a) Il sintomo. A mio parere la cosa mette in evidenza il “nicodemismo” imperante nella situazione ecclesiale non solo italiana. Non importa sapere chi sia il firmatario non firmante, ma si ripete troppe volte che all’interno della chiesa, in alto e in basso, spesso si dissenta a voce bassa, in privato, mentre non si ha il coraggio di prendere la parola in pubblico, in consigli pastorali, presbiterali o episcopali, in convegni o in assemblee. Credo che ognuno debba assumersi la propria responsabilità all’interno della chiesa.
b) La malattia. La cosa mette in luce la condizione di non comunicazione nella chiesa. Nel 1991 su Il Regno si parlava di uno scisma strisciante fra il magistero e la base della chiesa (diversi anni dopo ne avrebbe parlato anche il prof. Prini). Più recentemente si è parlato del processo di “liofilizzazione della fede” invalso con il pontificato di Giovanni Paolo II. Di fatto l’autorità ha avocato a sé la soluzione di molte situazioni, chiudendosi alla comunione ecclesiale. Con – tra l’altro – il risultato che il muro di incenso degli “uomini del sì” (un episcopato preso in larga maggioranza tra vicari episcopali e rettori), senza il coraggio dell’“oltre” come intus-legentia di quanto sta avvenendo (ad es., il problema delle convivenze era rilevante già dieci anni fa), ha impedito una visione chiara e realistica e ha mortificato il senso di corresponsabilità. L’“episkopein” nel vangelo di Luca indica la “visita di Dio” prima ancora del ruolo di supervisione.
L’atteggiamento sopra ricordato ha portato a non valorizzare i laici e, se lo si è fatto, talora sono stati cooptati quelli più clericali dei preti. Da qui viene anche il senso di non rispetto degli uomini politici nella loro pesante e difficile responsabilità, che andrebbe aiutata e non appesantita ulteriormente, anche ripensando al valore della riflessione di Todorov sulla “tentazione del bene”, cioè sul fatto che, tendendo al massimo, si possono costruire mostri storici. In verità, la situazione cristiana non è utopica (ciò porterebbe a dire “bello, impossibile”), ma è escatologica, cioè crede nella pienezza della storia e perciò va avanti con la tenacia faticosa della “prolessi”, cioè della volontà di atti parziali e poveri, che però sono reali anticipazioni della pienezza finale.
Inoltre ora è possibile constatare i danni del “ricentraggio”, che ha diminuito la presa di responsabilità dei diversi ordini nella chiesa.
Infine, va detto che tutto questo sistema ha portato anche una censura parziale. Infatti, mentre si sono fatti ponti d’oro per il lefebvriani, sono state fatte tacere la teologia della liberazione e la teologia delle religioni. Si è avuta anche una autocensura che ha portato a uno svuotamento della presenza della teologia, che è uno dei modi nei quali scorre il sangue vivo della chiesa, per fare memoriale non solo con la fede che vive la liturgia, ma anche con la fede che vive in condizione di scienza.
Per puntualizzare la situazione attuale, vista dal mio punto di osservazione, vorrei aggiungere qualche altra nota:
1) Rimanendo vero quello che è scritto nella lettera apparsa su Settimana, è anche vero che occorre fare attenzione a quanti, pur non essendo praticanti, sentono il beneficio della presenza etica della chiesa (non risolviamo le cose con le battute facili tipo “teodem” o “atei devoti”; lasciamoli alla volgarità degli “spettacoli di chiacchiera”). Giungono, infatti, alla comunità voci di persone sofferenti e preoccupate, che nella loro laicità smagata guardano ai valori annunziati dalla chiesa spesso in solitudine.
2) Non si può dimenticare che oggi i problemi vengono anche da e in una cultura di tipo secolaristico, per cui rispondere con immediatezza può portare a dei cortocircuiti logici e teologico-pastorali. Di questo a volte forse non c’è coscienza adeguata, non solo negli integralisti, ma anche in coloro che vivono l’accoglienza. Occorre, infatti, tener di conto il confine tra accoglienza e complicità (è una grossa fatica, ma bisogna portare insieme il peso della debolezza e del peccato, perché il caso umano è serio e serio è il caso umano-divino ).
3) I comandamenti sono “dieci parole”, senza selezione. Noi abbiamo da portare il peso e la gloria, la luce e la fedeltà della Scrittura e della tradizione (= consegna dell’esperienza spirituale), nella loro verità. Diversamente si segue un metodo incongruente, come il non fare parola su una proposta di legge che prevedeva l’introduzione della tortura nelle inchieste giudiziarie (era cosa non attinente alla morale?); o come il non alzare la voce sulla legge del falso in bilancio e, al contrario, appoggiare la presenza italiana in Iraq (chi è più morale: un governo che porta a casa le truppe dall’Iraq o un vescovo che dice “noi resteremo”?).
E i poveri? Chi ha messo a tema lucido ed esplicito l’esistenza in Italia di due milioni di anziani con 400 euro al mese di pensione?
Con la volontà di camminare insieme.
Paolo Giannoni,
eremo di Mosciano (FI)
prendo spunto per le mie riflessioni dalla lettera firmata “Politica, questioni etiche e implicazioni pastorali” pubblicata sul vostro settimanale l’11.2.2007. Sono d’accordo e sottoscrivo, escluse poche particolarità. Ma aggiungo una nota che non riguarda solo un dettaglio secondario ma che, a mio parere, è sintomo di una situazione generale di importanza notevole.
Il fatto che si tratti di una “lettera firmata” mi sembra il sintomo di una malattia.
a) Il sintomo. A mio parere la cosa mette in evidenza il “nicodemismo” imperante nella situazione ecclesiale non solo italiana. Non importa sapere chi sia il firmatario non firmante, ma si ripete troppe volte che all’interno della chiesa, in alto e in basso, spesso si dissenta a voce bassa, in privato, mentre non si ha il coraggio di prendere la parola in pubblico, in consigli pastorali, presbiterali o episcopali, in convegni o in assemblee. Credo che ognuno debba assumersi la propria responsabilità all’interno della chiesa.
b) La malattia. La cosa mette in luce la condizione di non comunicazione nella chiesa. Nel 1991 su Il Regno si parlava di uno scisma strisciante fra il magistero e la base della chiesa (diversi anni dopo ne avrebbe parlato anche il prof. Prini). Più recentemente si è parlato del processo di “liofilizzazione della fede” invalso con il pontificato di Giovanni Paolo II. Di fatto l’autorità ha avocato a sé la soluzione di molte situazioni, chiudendosi alla comunione ecclesiale. Con – tra l’altro – il risultato che il muro di incenso degli “uomini del sì” (un episcopato preso in larga maggioranza tra vicari episcopali e rettori), senza il coraggio dell’“oltre” come intus-legentia di quanto sta avvenendo (ad es., il problema delle convivenze era rilevante già dieci anni fa), ha impedito una visione chiara e realistica e ha mortificato il senso di corresponsabilità. L’“episkopein” nel vangelo di Luca indica la “visita di Dio” prima ancora del ruolo di supervisione.
L’atteggiamento sopra ricordato ha portato a non valorizzare i laici e, se lo si è fatto, talora sono stati cooptati quelli più clericali dei preti. Da qui viene anche il senso di non rispetto degli uomini politici nella loro pesante e difficile responsabilità, che andrebbe aiutata e non appesantita ulteriormente, anche ripensando al valore della riflessione di Todorov sulla “tentazione del bene”, cioè sul fatto che, tendendo al massimo, si possono costruire mostri storici. In verità, la situazione cristiana non è utopica (ciò porterebbe a dire “bello, impossibile”), ma è escatologica, cioè crede nella pienezza della storia e perciò va avanti con la tenacia faticosa della “prolessi”, cioè della volontà di atti parziali e poveri, che però sono reali anticipazioni della pienezza finale.
Inoltre ora è possibile constatare i danni del “ricentraggio”, che ha diminuito la presa di responsabilità dei diversi ordini nella chiesa.
Infine, va detto che tutto questo sistema ha portato anche una censura parziale. Infatti, mentre si sono fatti ponti d’oro per il lefebvriani, sono state fatte tacere la teologia della liberazione e la teologia delle religioni. Si è avuta anche una autocensura che ha portato a uno svuotamento della presenza della teologia, che è uno dei modi nei quali scorre il sangue vivo della chiesa, per fare memoriale non solo con la fede che vive la liturgia, ma anche con la fede che vive in condizione di scienza.
Per puntualizzare la situazione attuale, vista dal mio punto di osservazione, vorrei aggiungere qualche altra nota:
1) Rimanendo vero quello che è scritto nella lettera apparsa su Settimana, è anche vero che occorre fare attenzione a quanti, pur non essendo praticanti, sentono il beneficio della presenza etica della chiesa (non risolviamo le cose con le battute facili tipo “teodem” o “atei devoti”; lasciamoli alla volgarità degli “spettacoli di chiacchiera”). Giungono, infatti, alla comunità voci di persone sofferenti e preoccupate, che nella loro laicità smagata guardano ai valori annunziati dalla chiesa spesso in solitudine.
2) Non si può dimenticare che oggi i problemi vengono anche da e in una cultura di tipo secolaristico, per cui rispondere con immediatezza può portare a dei cortocircuiti logici e teologico-pastorali. Di questo a volte forse non c’è coscienza adeguata, non solo negli integralisti, ma anche in coloro che vivono l’accoglienza. Occorre, infatti, tener di conto il confine tra accoglienza e complicità (è una grossa fatica, ma bisogna portare insieme il peso della debolezza e del peccato, perché il caso umano è serio e serio è il caso umano-divino ).
3) I comandamenti sono “dieci parole”, senza selezione. Noi abbiamo da portare il peso e la gloria, la luce e la fedeltà della Scrittura e della tradizione (= consegna dell’esperienza spirituale), nella loro verità. Diversamente si segue un metodo incongruente, come il non fare parola su una proposta di legge che prevedeva l’introduzione della tortura nelle inchieste giudiziarie (era cosa non attinente alla morale?); o come il non alzare la voce sulla legge del falso in bilancio e, al contrario, appoggiare la presenza italiana in Iraq (chi è più morale: un governo che porta a casa le truppe dall’Iraq o un vescovo che dice “noi resteremo”?).
E i poveri? Chi ha messo a tema lucido ed esplicito l’esistenza in Italia di due milioni di anziani con 400 euro al mese di pensione?
Con la volontà di camminare insieme.
Paolo Giannoni,
eremo di Mosciano (FI)
mercoledì 21 febbraio 2007
PER UNA CHIESA "MADRE" E "MAESTRA"
Caro direttore,
fortemente sollecitato dalla lettera apparsa su Settimana dell’11 febbraio scorso, scrivo di getto alcune osservazioni, sull’onda emotiva del dibattito in corso a proposito di politica e vescovi, coppie di fatto ed etica, Cei e realtà pastorale italiana. Condivido il tono e il contenuto della lettera citata: pacata, seriamente articolata nelle sue argomentazioni, con ampio respiro di amore al vangelo, all’uomo e alla chiesa, vista come mater et magistra. Mater et magistra, appunto, secondo l’ineguagliabile definizione che ne ha dato l’indimenticabile papa Giovanni XXIII nell’omonima enciclica.
Maternità e magisterialità della chiesa: un binomio inscindibile a servizio del mondo per amarlo e illuminarlo. Maternità, come capacità di esprimere compassione; magisterialità, come capacità di proporre la “buona notizia” del vangelo. Buona notizia che non è buonismo pacioso e pressappochista ma annuncio profetico e testimonianza di misericordia. Una buona notizia offerta a due mani: una mano che indica il progetto ideale e l’altra mano che sostiene con amorevolezza il cammino accidentato della vita degli uomini.
Qualche mese fa, in diocesi di Treviso, è stato celebrato il 50° anniversario della morte del vescovo Antonio Mantiero che, per il suo impegno civile a favore dei poveri e dei perseguitati durante l’occupazione tedesca, è stato riconosciuto come defensor civitatis nel primo consiglio comunale di Treviso liberata. Questo vescovo amava ripetere argutamente: «Non bisogna adoperare il pastorale per darlo in testa alla gente, ma per servire amando!». Il pastorale, che come strumento simbolico rappresenta il ministero episcopale e la sua funzione magisteriale, in questo caso diventava per Mantiero la metafora di una testimonianza di vita che metteva al centro dell’azione pastorale il cuore del vangelo che è, appunto, il servizio, la misericordia e l’agape. E così, infatti, è stato per il vescovo trevigiano negli anni dell’ultima guerra mondiale quando ha sottratto alle torture e al carcere nazifascista centinaia di preti e di civili. Così è stato quando, nell’immediato dopoguerra, in una Treviso distrutta dai bombardamenti, ha aperto le porte del suo episcopio per una mensa popolare a favore dei senzatetto.
I vecchi trevigiani, dopo oltre 50 anni dalla morte di Mantiero, non conoscono affatto il titolo delle sue lettere pastorali dove certamente veniva proposta la dottrina ecclesiale ma conservano intatta nel cuore la memoria profetica di un vescovo, pater et magister, che si chinava per estrarre dalle macerie le vittime del devastante bombardamento del venerdì santo 1944 o a detergere le piaghe dei feriti superstiti o a supplicare clemenza presso i carnefici nazifascisti.
Mentre scrivevo queste righe ho tenuto davanti a me il brano del vangelo di domenica 18 febbraio dove si leggeva: «Siate misericordiosi, com’è misericordioso il Padre vostro! Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato!» (Lc 6,37). Sono gocce di balsamo purificante che scendono a lenire e a detergere il cuore ferito degli uomini, anche degli uomini di chiesa. E sognavo che quel “lieto messaggio” fosse proclamato, con verità e umiltà, dai pulpiti italiani.
don Giorgio Morlin
Mogliano Veneto (TV)
fortemente sollecitato dalla lettera apparsa su Settimana dell’11 febbraio scorso, scrivo di getto alcune osservazioni, sull’onda emotiva del dibattito in corso a proposito di politica e vescovi, coppie di fatto ed etica, Cei e realtà pastorale italiana. Condivido il tono e il contenuto della lettera citata: pacata, seriamente articolata nelle sue argomentazioni, con ampio respiro di amore al vangelo, all’uomo e alla chiesa, vista come mater et magistra. Mater et magistra, appunto, secondo l’ineguagliabile definizione che ne ha dato l’indimenticabile papa Giovanni XXIII nell’omonima enciclica.
Maternità e magisterialità della chiesa: un binomio inscindibile a servizio del mondo per amarlo e illuminarlo. Maternità, come capacità di esprimere compassione; magisterialità, come capacità di proporre la “buona notizia” del vangelo. Buona notizia che non è buonismo pacioso e pressappochista ma annuncio profetico e testimonianza di misericordia. Una buona notizia offerta a due mani: una mano che indica il progetto ideale e l’altra mano che sostiene con amorevolezza il cammino accidentato della vita degli uomini.
Qualche mese fa, in diocesi di Treviso, è stato celebrato il 50° anniversario della morte del vescovo Antonio Mantiero che, per il suo impegno civile a favore dei poveri e dei perseguitati durante l’occupazione tedesca, è stato riconosciuto come defensor civitatis nel primo consiglio comunale di Treviso liberata. Questo vescovo amava ripetere argutamente: «Non bisogna adoperare il pastorale per darlo in testa alla gente, ma per servire amando!». Il pastorale, che come strumento simbolico rappresenta il ministero episcopale e la sua funzione magisteriale, in questo caso diventava per Mantiero la metafora di una testimonianza di vita che metteva al centro dell’azione pastorale il cuore del vangelo che è, appunto, il servizio, la misericordia e l’agape. E così, infatti, è stato per il vescovo trevigiano negli anni dell’ultima guerra mondiale quando ha sottratto alle torture e al carcere nazifascista centinaia di preti e di civili. Così è stato quando, nell’immediato dopoguerra, in una Treviso distrutta dai bombardamenti, ha aperto le porte del suo episcopio per una mensa popolare a favore dei senzatetto.
I vecchi trevigiani, dopo oltre 50 anni dalla morte di Mantiero, non conoscono affatto il titolo delle sue lettere pastorali dove certamente veniva proposta la dottrina ecclesiale ma conservano intatta nel cuore la memoria profetica di un vescovo, pater et magister, che si chinava per estrarre dalle macerie le vittime del devastante bombardamento del venerdì santo 1944 o a detergere le piaghe dei feriti superstiti o a supplicare clemenza presso i carnefici nazifascisti.
Mentre scrivevo queste righe ho tenuto davanti a me il brano del vangelo di domenica 18 febbraio dove si leggeva: «Siate misericordiosi, com’è misericordioso il Padre vostro! Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato!» (Lc 6,37). Sono gocce di balsamo purificante che scendono a lenire e a detergere il cuore ferito degli uomini, anche degli uomini di chiesa. E sognavo che quel “lieto messaggio” fosse proclamato, con verità e umiltà, dai pulpiti italiani.
don Giorgio Morlin
Mogliano Veneto (TV)
PRESBITERI: MENO ESTERIORITÀ E PROTAGONISMI
Cara Settimana,
da tempo rimugino dentro di me una domanda che mi inquieta e non riesco a liberarmene: dove va la chiesa? So benissimo che essa è nelle mani di Dio e che, malgrado tutto e tutti, giungerà a salvezza.
Anche il popolo di Abramo era nelle mani di Dio e da lui benedetto, ma giunse il tempo in cui dovette sperimentare l’esilio dalla sua terra e vivere da schiavo nelle mani degli egiziani. Che ci sia un tempo simile anche per la chiesa a causa della perdita della sua specifica identità, per l’oscuramento della sua bellezza interiore, per essersi smarrita nel suo cammino sfociato in un vero e proprio deserto?
Se i giovani non sono più attratti dal sacerdozio, come scelta di vita, non è forse perché dal nostro cuore non è balzato fuori il suo alto significato, il suo assoluto valore e la sua necessità? La scarsità dei sacerdoti, ridotti quasi al lumicino, è sotto gli occhi di tutti.
Vedo elevati al ministero di vescovi – anche se non è loro colpa – sacerdoti dotati di lauree guadagnate in svariate università teologiche, ma che difettano dell’esperienza diretta in una qualsiasi parrocchia, pur essendo vivaci programmatori di pastorale globale.
Vedo sacerdoti nelle parrocchie che, anziché essere “profumo di Cristo”, spandono a piene mani l’odore di se stessi. Sembra che essi abbiano una sola preoccupazione: farsi ammirare stando in vetrina, sempre sfornatori di affastellate programmazioni per tutti i gusti e per tutte le ore, sovente per racimolare denaro. Dove sono i sacerdoti che celebrano con fede luminosa l’eucaristia e vivono in povertà come Cristo, che dedicano tempo e cuore per assistere gli infermi, visto che la quasi totalità di essi muore priva di ogni sacramentalità?
Mi si dice che i sacerdoti hanno tante cose da fare, seduti al computer o al telefonino per scambiarsi un po’ di chiacchiere, o che hanno da pensare al percorso delle gite da fare, oppure hanno da organizzare le merende a prezzo libero e le cene a prezzo fisso, e anche i “festivalbar” con annesse canzoni.
Sì, tutte cose belle. Ma non sono, casomai, cose che possono fare i laici avendone competenza e diritto? Non hanno i preti il compito di essere canali della grazia di Dio, operatori del mistero di Dio, trasmettitori del soffio dello Spirito Santo, testimoni autentici e limpidi della parola di Dio che da loro dev’essere innanzitutto vissuta e poi annunciata in tutta la sua limpidezza e in tutta la sua carica di attrazione, così da scendere e depositarsi nel cuore della gente, fino ad essere provocatrice di conversione?
Se le omelie sono sciatte e noiose è perché non si avvicinano abbastanza al “verbo di Dio”, ma si camuffano di eloquio pieno di cultura, sono prive di afflato interiore, spirituale, autenticamente biblico e carismatico. Mi sembrano talora al passo con questo nostro tempo, appiattito e povero di significati alti.
È serio e dignitoso fare la comunione eucaristica e appena messa in bocca l’ostia consacrata, sentirsi offrire un volantino che programma una commedia al teatro oppure una cena all’aperto con annessa lotteria? Se la pastorale è a questo livello di “mercato rionale”, come può la gente incontrare gli occhi di Cristo e sentire i battiti del suo cuore misericordioso e salvifico?
La gente è alla ricerca di preti che abbiano i “calli alle ginocchia”, perché costoro hanno la capacità di far nascere speranze, di rendere preziose le loro fatiche, di ascoltare con tenerezza materna i loro ingarbugliati problemi.
La gente oggi non cerca nel prete lo spettacolo o il passatempo: ha già la televisione per restarne inchiodata e addormentata. Cerca delle mani che sappiano indicare un cammino sicuro, un cuore che sappia comunicare amore, una corda alla quale attaccarsi per scalare la montagna della vita così da poter contemplare dalla sua vetta il vasto orizzonte di Dio e cominciare finalmente a cantare l’alleluia.
Se la chiesa non torna ad essere “come nel primo giorno della pentecoste”, sarà un bel guaio. Poiché questo non sembra accadere, dobbiamo aspettarci, come succede ai figli che non capiscono le ragioni del padre, qualche schiaffo di Dio o qualche sua bastonata. Le spese della sua “arrabbiatura” resteranno a nostro carico. Se la chiesa è “nel mondo, ma non del mondo”, non può essere trattata e gestita come le cose del mondo, ma come si conviene a Dio e alle cose di Dio.
Cristo non si è fatto inchiodare ad una croce per lasciare nel mondo uno “specchietto per le allodole”, ma per incastrare, nel sottofondo della terra, l’energia di un vulcano che, in permanente attività, la facesse esplodere così da cambiarle cuore e volto, non più vestita da prostituta ma da vergine sposa, “tutta bella e immacolata”, immagine e specchio della bellezza di Dio.
Chiedo perdono, se sono stato un po’ “graffiante”.
Averardo Dini (Firenze)
La lettera di don Averardo dipinge un “modello” di prete che può essere presente nel panorama ecclesiale italiano. Riteniamo in ogni caso ingeneroso “generalizzare” la descrizione che egli ne fa, a tratti molto radicale e pessimista. La chiesa è «nelle mani di Dio», come afferma lo stesso don Averardo all’inizio della lettera. Quindi, non può venir meno la nostra fiducia nella sua assistenza e nella sua guida. Siamo convinti che – anche in quel “deserto” odierno che si chiama secolarismo o indifferenza – ci sono molti presbiteri in Italia che donano la vita al gregge loro affidato, con “i calli alle ginocchia” e senza “fare rumore”, e che usano della modernità e della tecnologia in modo sobrio e appropriato. Accogliamo, comunque, il richiamo a tenere nella massima considerazione quel “proprium” che caratterizza i presbiteri e che dovrebbe dissuaderli dal disperdersi in attività che non riguardano “direttamente” il loro ministero specifico. E accogliamo questo intervento “graffiante” per aiutarci a ridefinire sempre meglio un “modello” di pastore che sappia evangelizzare, con la corresponsabilità dei laici, il “nostro” mondo che cambia. (M. Pizzighini)
da tempo rimugino dentro di me una domanda che mi inquieta e non riesco a liberarmene: dove va la chiesa? So benissimo che essa è nelle mani di Dio e che, malgrado tutto e tutti, giungerà a salvezza.
Anche il popolo di Abramo era nelle mani di Dio e da lui benedetto, ma giunse il tempo in cui dovette sperimentare l’esilio dalla sua terra e vivere da schiavo nelle mani degli egiziani. Che ci sia un tempo simile anche per la chiesa a causa della perdita della sua specifica identità, per l’oscuramento della sua bellezza interiore, per essersi smarrita nel suo cammino sfociato in un vero e proprio deserto?
Se i giovani non sono più attratti dal sacerdozio, come scelta di vita, non è forse perché dal nostro cuore non è balzato fuori il suo alto significato, il suo assoluto valore e la sua necessità? La scarsità dei sacerdoti, ridotti quasi al lumicino, è sotto gli occhi di tutti.
Vedo elevati al ministero di vescovi – anche se non è loro colpa – sacerdoti dotati di lauree guadagnate in svariate università teologiche, ma che difettano dell’esperienza diretta in una qualsiasi parrocchia, pur essendo vivaci programmatori di pastorale globale.
Vedo sacerdoti nelle parrocchie che, anziché essere “profumo di Cristo”, spandono a piene mani l’odore di se stessi. Sembra che essi abbiano una sola preoccupazione: farsi ammirare stando in vetrina, sempre sfornatori di affastellate programmazioni per tutti i gusti e per tutte le ore, sovente per racimolare denaro. Dove sono i sacerdoti che celebrano con fede luminosa l’eucaristia e vivono in povertà come Cristo, che dedicano tempo e cuore per assistere gli infermi, visto che la quasi totalità di essi muore priva di ogni sacramentalità?
Mi si dice che i sacerdoti hanno tante cose da fare, seduti al computer o al telefonino per scambiarsi un po’ di chiacchiere, o che hanno da pensare al percorso delle gite da fare, oppure hanno da organizzare le merende a prezzo libero e le cene a prezzo fisso, e anche i “festivalbar” con annesse canzoni.
Sì, tutte cose belle. Ma non sono, casomai, cose che possono fare i laici avendone competenza e diritto? Non hanno i preti il compito di essere canali della grazia di Dio, operatori del mistero di Dio, trasmettitori del soffio dello Spirito Santo, testimoni autentici e limpidi della parola di Dio che da loro dev’essere innanzitutto vissuta e poi annunciata in tutta la sua limpidezza e in tutta la sua carica di attrazione, così da scendere e depositarsi nel cuore della gente, fino ad essere provocatrice di conversione?
Se le omelie sono sciatte e noiose è perché non si avvicinano abbastanza al “verbo di Dio”, ma si camuffano di eloquio pieno di cultura, sono prive di afflato interiore, spirituale, autenticamente biblico e carismatico. Mi sembrano talora al passo con questo nostro tempo, appiattito e povero di significati alti.
È serio e dignitoso fare la comunione eucaristica e appena messa in bocca l’ostia consacrata, sentirsi offrire un volantino che programma una commedia al teatro oppure una cena all’aperto con annessa lotteria? Se la pastorale è a questo livello di “mercato rionale”, come può la gente incontrare gli occhi di Cristo e sentire i battiti del suo cuore misericordioso e salvifico?
La gente è alla ricerca di preti che abbiano i “calli alle ginocchia”, perché costoro hanno la capacità di far nascere speranze, di rendere preziose le loro fatiche, di ascoltare con tenerezza materna i loro ingarbugliati problemi.
La gente oggi non cerca nel prete lo spettacolo o il passatempo: ha già la televisione per restarne inchiodata e addormentata. Cerca delle mani che sappiano indicare un cammino sicuro, un cuore che sappia comunicare amore, una corda alla quale attaccarsi per scalare la montagna della vita così da poter contemplare dalla sua vetta il vasto orizzonte di Dio e cominciare finalmente a cantare l’alleluia.
Se la chiesa non torna ad essere “come nel primo giorno della pentecoste”, sarà un bel guaio. Poiché questo non sembra accadere, dobbiamo aspettarci, come succede ai figli che non capiscono le ragioni del padre, qualche schiaffo di Dio o qualche sua bastonata. Le spese della sua “arrabbiatura” resteranno a nostro carico. Se la chiesa è “nel mondo, ma non del mondo”, non può essere trattata e gestita come le cose del mondo, ma come si conviene a Dio e alle cose di Dio.
Cristo non si è fatto inchiodare ad una croce per lasciare nel mondo uno “specchietto per le allodole”, ma per incastrare, nel sottofondo della terra, l’energia di un vulcano che, in permanente attività, la facesse esplodere così da cambiarle cuore e volto, non più vestita da prostituta ma da vergine sposa, “tutta bella e immacolata”, immagine e specchio della bellezza di Dio.
Chiedo perdono, se sono stato un po’ “graffiante”.
Averardo Dini (Firenze)
La lettera di don Averardo dipinge un “modello” di prete che può essere presente nel panorama ecclesiale italiano. Riteniamo in ogni caso ingeneroso “generalizzare” la descrizione che egli ne fa, a tratti molto radicale e pessimista. La chiesa è «nelle mani di Dio», come afferma lo stesso don Averardo all’inizio della lettera. Quindi, non può venir meno la nostra fiducia nella sua assistenza e nella sua guida. Siamo convinti che – anche in quel “deserto” odierno che si chiama secolarismo o indifferenza – ci sono molti presbiteri in Italia che donano la vita al gregge loro affidato, con “i calli alle ginocchia” e senza “fare rumore”, e che usano della modernità e della tecnologia in modo sobrio e appropriato. Accogliamo, comunque, il richiamo a tenere nella massima considerazione quel “proprium” che caratterizza i presbiteri e che dovrebbe dissuaderli dal disperdersi in attività che non riguardano “direttamente” il loro ministero specifico. E accogliamo questo intervento “graffiante” per aiutarci a ridefinire sempre meglio un “modello” di pastore che sappia evangelizzare, con la corresponsabilità dei laici, il “nostro” mondo che cambia. (M. Pizzighini)
giovedì 15 febbraio 2007
A PROPOSITO DELL'ARTICOLO SU "L'ESPRESSO" DAL TITOLO "BENEDETTA ASSOLUZIONE"
Gentile direttore,
e se fosse uno dei confessionali della cattedrale di Cesena quello che alcuni giornalisti de L’Espresso (n. 4 dell’1° febbraio 2007), con atteggiamento rozzo e incompetente, hanno violato fingendosi penitenti desiderosi di assoluzione? Chi ci difenderà da una prepotenza che profana un luogo così sacro e ferisce chi vi opera, nonostante tutte le leggi sulla privacy?
Circa tre mesi fa, seguendo una proposta del mio vescovo, ho lasciato la parrocchia di San Piero in Bagno per svolgere il compito di penitenziere nella cattedrale di Cesena. Sono stupito e commosso, perché da quell’osservatorio il mondo si vede in una luce che non appare normalmente e si tocca con mano che Dio è continuamente all’opera: «Il Padre mio opera sempre», dice il Vangelo.
Anche dentro l’esperienza umanamente più ripugnante, il cuore e il desiderio non vengono meno. Spesso ripenso le parole di Milosz nel Miguel Manara: «Ho compiuto tutto quello che può fare un povero diavolo d’uomo, e vedete?... Come colmarlo, questo abisso della vita? Che fare? Perché il desiderio è sempre lì, più forte, più folle che mai»? Ora comprendo come non mai le parole di sant’Agostino all’inizio delle Confessioni: «Ci hai fatti per te, o Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te».
L’esperienza del confessionale ringiovanisce la vita perché, io sacerdote peccatore e il penitente siamo lì tutti e due per Gesù, e quando dico le parole «Io ti assolvo» capisco che tempo e spazio si comprimono e lui, la felicità della vita, è «Qui come il primo giorno» (Peguy).
Ma al solo pensiero che una persona possa essere entrata in quel luogo senza alcun dolore, ma con l’atteggiamento dei farisei che di fronte a Gesù «cercavano di coglierlo in fallo», da un lato, mi fa pena perché vedo che c’è una malizia peggiore di tutte quelle che ascolto normalmente, ma ho il profondo conforto di vedere che Cristo è vero ieri come oggi, perché Cristo è amato e odiato ancora.
Un consiglio mi permetto di rivolgere a quei giornalisti che sorrideranno con sufficienza di queste mie osservazioni. Non è serietà professionale documentarsi prima di scrivere? Non dico che dobbiate studiare teologia, ma almeno gli elementi del catechismo che conoscono i bambini che si preparano alla prima confessione. Tra la norma morale e l’atto compiuto c’è la libertà della coscienza che solo Dio può conoscere e giudicare.
Entrando in confessionale con l’intenzione di sorprendere in fallo il confessore, avete compromesso non solo il rapporto con Cristo ma anche col sacerdote che avevate di fronte. Qualunque risposta possa egli avervi dato, era condizionata dal vostro atteggiamento. Voi non desideravate il perdono, ma solo essere confermati nel vostro pregiudizio. L’ideologia pone fuori dalla realtà. Aveva ragione Einstein: «È più facile frantumare un atomo che un pregiudizio».
Sarete riusciti a sfuggire al giudizio dei confessori di fronte ai quali vi siete inginocchiati, ma non sfuggite al giudizio di Cristo, e poco importa che voi non ci crediate: guardate solo il Giudizio universale della Cappella Sistina, e se quella mano che giudica fosse reale?
L’ultima speranza che mi rimane è quella di augurarvi che possiate incontrare un cristiano che vi faccia conoscere il fascino ragionevole della persona di Cristo così che, colpiti come Zaccheo, l’adultera o Pietro, possiate sentire il desiderio del suo abbraccio e torniate a confessarvi, ma questa volta con il dolore. Il protagonista della confessione non sono i nostri peccati, ma l’amore di Cristo.
don Onerio Manduca
e se fosse uno dei confessionali della cattedrale di Cesena quello che alcuni giornalisti de L’Espresso (n. 4 dell’1° febbraio 2007), con atteggiamento rozzo e incompetente, hanno violato fingendosi penitenti desiderosi di assoluzione? Chi ci difenderà da una prepotenza che profana un luogo così sacro e ferisce chi vi opera, nonostante tutte le leggi sulla privacy?
Circa tre mesi fa, seguendo una proposta del mio vescovo, ho lasciato la parrocchia di San Piero in Bagno per svolgere il compito di penitenziere nella cattedrale di Cesena. Sono stupito e commosso, perché da quell’osservatorio il mondo si vede in una luce che non appare normalmente e si tocca con mano che Dio è continuamente all’opera: «Il Padre mio opera sempre», dice il Vangelo.
Anche dentro l’esperienza umanamente più ripugnante, il cuore e il desiderio non vengono meno. Spesso ripenso le parole di Milosz nel Miguel Manara: «Ho compiuto tutto quello che può fare un povero diavolo d’uomo, e vedete?... Come colmarlo, questo abisso della vita? Che fare? Perché il desiderio è sempre lì, più forte, più folle che mai»? Ora comprendo come non mai le parole di sant’Agostino all’inizio delle Confessioni: «Ci hai fatti per te, o Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te».
L’esperienza del confessionale ringiovanisce la vita perché, io sacerdote peccatore e il penitente siamo lì tutti e due per Gesù, e quando dico le parole «Io ti assolvo» capisco che tempo e spazio si comprimono e lui, la felicità della vita, è «Qui come il primo giorno» (Peguy).
Ma al solo pensiero che una persona possa essere entrata in quel luogo senza alcun dolore, ma con l’atteggiamento dei farisei che di fronte a Gesù «cercavano di coglierlo in fallo», da un lato, mi fa pena perché vedo che c’è una malizia peggiore di tutte quelle che ascolto normalmente, ma ho il profondo conforto di vedere che Cristo è vero ieri come oggi, perché Cristo è amato e odiato ancora.
Un consiglio mi permetto di rivolgere a quei giornalisti che sorrideranno con sufficienza di queste mie osservazioni. Non è serietà professionale documentarsi prima di scrivere? Non dico che dobbiate studiare teologia, ma almeno gli elementi del catechismo che conoscono i bambini che si preparano alla prima confessione. Tra la norma morale e l’atto compiuto c’è la libertà della coscienza che solo Dio può conoscere e giudicare.
Entrando in confessionale con l’intenzione di sorprendere in fallo il confessore, avete compromesso non solo il rapporto con Cristo ma anche col sacerdote che avevate di fronte. Qualunque risposta possa egli avervi dato, era condizionata dal vostro atteggiamento. Voi non desideravate il perdono, ma solo essere confermati nel vostro pregiudizio. L’ideologia pone fuori dalla realtà. Aveva ragione Einstein: «È più facile frantumare un atomo che un pregiudizio».
Sarete riusciti a sfuggire al giudizio dei confessori di fronte ai quali vi siete inginocchiati, ma non sfuggite al giudizio di Cristo, e poco importa che voi non ci crediate: guardate solo il Giudizio universale della Cappella Sistina, e se quella mano che giudica fosse reale?
L’ultima speranza che mi rimane è quella di augurarvi che possiate incontrare un cristiano che vi faccia conoscere il fascino ragionevole della persona di Cristo così che, colpiti come Zaccheo, l’adultera o Pietro, possiate sentire il desiderio del suo abbraccio e torniate a confessarvi, ma questa volta con il dolore. Il protagonista della confessione non sono i nostri peccati, ma l’amore di Cristo.
don Onerio Manduca
ANDIAMO PIANO A DIRE "LA CHIESA SONO IO!"
Caro direttore,
l’affermazione drastica, riportata nel titolo, fatta da un sacerdote (giovane, per giunta) ad un gruppetto di laici che gli contestava una certa decisione, esprime purtroppo una convinzione assai diffusa tra il clero. A parte il fatto che quel pretino avrebbe dovuto essere certo che quella era non la “sua” linea personale, ma almeno quella comune tra i suoi confratelli… I quali, a loro volta, avrebbero dovuto essere convinti che quello era l’orientamento dei vescovi, e non solo – ad esempio – di qualche cardinale, anche se autorevole per l’incarico che riveste, a loro volta in collegamento con il papa.
Ma il papa stesso non deve a sua volta essere collegato con il popolo di Dio? La sua infallibilità, definita nel concilio Vaticano I, si attua quando parla “ex cathedra”, che non vuol dire quando è seduto sulla sua cattedra, ma quando esprime l’infallibilità che Cristo ha garantito all’insieme della sua chiesa, di cui il papa è maestro in quanto interprete. È quello che “in soldoni” io esprimo indicandolo come il carisma dell’ultima parola, che è appunto l’ultima se viene dopo le altre parole.
Credo che l’impressione di una certa crisi della chiesa (ma forse è solo un’impressione…), di una certa stanchezza, di una certa frammentazione, possa nascere nel popolo di Dio (specialmente nelle fasce più giovani, ma non solo in quelle) dal sentirsi considerati usufruttuari di una chiesa che è solo il clero, anzi l’alto clero, anzi alcune pur legittime autorità, con giardini riservati entro cui vi sono autorità che decidono senza consultare, ma anche senza collegamento tra di loro. A Verona più di uno ha osservato che, dopo tre mezze giornate di gruppi di studio dove i laici – già selezionati, fra l’altro – avevano potuto parlare apertamente, è giunto il papa. Che ha fatto un discorso, molto bello ovviamente, ma preparato prima che il convegno potesse esprimersi. E anche gli interventi nella vita sociale troppe volte calano dall’alto su un popolo di Dio sconcertato, come sconcertato sembra ne rimanga anche tanta parte del clero, ai diversi livelli.
Ho molta fiducia in Benedetto XVI, anche per il suo richiamo alla collegialità, cioè all’allargamento di responsabilità ai vescovi, e soprattutto per il suo ricollegarsi al concilio che riconosce la chiesa nel popolo di Dio e in ogni suo membro, puntualizzando che compito della gerarchia – necessaria, funzionale – è proprio quello del “ministero”, cioè del servizio, e che solo servendo può realizzare la sua responsabilità.
Forse davvero dobbiamo tutti pregare di più, perché ciascuno abbia a compiere nella verità e nella generosità la propria missione.
Luigi Bettazzi
vescovo emerito di Ivrea
l’affermazione drastica, riportata nel titolo, fatta da un sacerdote (giovane, per giunta) ad un gruppetto di laici che gli contestava una certa decisione, esprime purtroppo una convinzione assai diffusa tra il clero. A parte il fatto che quel pretino avrebbe dovuto essere certo che quella era non la “sua” linea personale, ma almeno quella comune tra i suoi confratelli… I quali, a loro volta, avrebbero dovuto essere convinti che quello era l’orientamento dei vescovi, e non solo – ad esempio – di qualche cardinale, anche se autorevole per l’incarico che riveste, a loro volta in collegamento con il papa.
Ma il papa stesso non deve a sua volta essere collegato con il popolo di Dio? La sua infallibilità, definita nel concilio Vaticano I, si attua quando parla “ex cathedra”, che non vuol dire quando è seduto sulla sua cattedra, ma quando esprime l’infallibilità che Cristo ha garantito all’insieme della sua chiesa, di cui il papa è maestro in quanto interprete. È quello che “in soldoni” io esprimo indicandolo come il carisma dell’ultima parola, che è appunto l’ultima se viene dopo le altre parole.
Credo che l’impressione di una certa crisi della chiesa (ma forse è solo un’impressione…), di una certa stanchezza, di una certa frammentazione, possa nascere nel popolo di Dio (specialmente nelle fasce più giovani, ma non solo in quelle) dal sentirsi considerati usufruttuari di una chiesa che è solo il clero, anzi l’alto clero, anzi alcune pur legittime autorità, con giardini riservati entro cui vi sono autorità che decidono senza consultare, ma anche senza collegamento tra di loro. A Verona più di uno ha osservato che, dopo tre mezze giornate di gruppi di studio dove i laici – già selezionati, fra l’altro – avevano potuto parlare apertamente, è giunto il papa. Che ha fatto un discorso, molto bello ovviamente, ma preparato prima che il convegno potesse esprimersi. E anche gli interventi nella vita sociale troppe volte calano dall’alto su un popolo di Dio sconcertato, come sconcertato sembra ne rimanga anche tanta parte del clero, ai diversi livelli.
Ho molta fiducia in Benedetto XVI, anche per il suo richiamo alla collegialità, cioè all’allargamento di responsabilità ai vescovi, e soprattutto per il suo ricollegarsi al concilio che riconosce la chiesa nel popolo di Dio e in ogni suo membro, puntualizzando che compito della gerarchia – necessaria, funzionale – è proprio quello del “ministero”, cioè del servizio, e che solo servendo può realizzare la sua responsabilità.
Forse davvero dobbiamo tutti pregare di più, perché ciascuno abbia a compiere nella verità e nella generosità la propria missione.
Luigi Bettazzi
vescovo emerito di Ivrea
PER UNA CATECHESI FORTE E SERENA SULLA FAMIGLIA
Caro padre,
ringrazio Settimana che ci consente di scambiare con i confratelli, al di là dell’ufficialità, riflessioni sui problemi più vivi della vita pastorale.
In questo momento ci sono i problemi della famiglia e delle unioni di fatto. Lasciando, con rispetto e fiducia, a chi ha responsabilità politica il compito di tutelare i diritti della famiglia e i diritti individuali dei cittadini – è la vocazione specifica dei laici cristiani nel mondo –, sotto l’aspetto pastorale, nel momento in cui tutti i riflettori sono concentrati su questi problemi, non sarebbe l’occasione provvidenziale, in sintonia con quanto richiamato dal papa e dai vescovi, per fare una forte catechesi sulle basi e sui contenuti essenziali del matrimonio e della famiglia, perché chi li vive sia incoraggiato a farlo con gioia e perché i giovani possano vedere in essi un ideale per cui vale la pena di impegnare con gioia la propria vita?
Cioè, illustrare il luminoso piano di Dio sul valore del corpo, della sessualità, dell’amore che si dona, sulla splendida missione di collaborare con Dio nella creazione della vita umana e nella costruzione della chiesa e della società umana, sul sacramento del matriomonio?
Forse una serena ma forte catechesi su questi valori può aiutare quei nostri fratelli che si illudono di trovare la felicità in un progetto diverso da quello che Dio Padre ha per loro, può aiutarli a comprendere che sono sulla strada sbagliata e che per quella strada non possono raccogliere che infelicità, già in questa vita.
Perché questo è il vero problema: o si accetta il progetto di amore di Dio o lo si rifiuta; alla radice è un problema di fede. Le unioni di fatto sono il rifiuto del progetto di Dio che è progetto di amore. La chiesa ha il compito e la responsabilità di richiamarlo con forza, con amore e con sofferenza perché chi sostiene le unioni di fatto sono quasi sempre cristiani battezzati che rifiutano il progetto di amore di Dio per loro: e la chiesa conosce anche le sofferenze che ci sono dietro a questi fallimenti.
La chiesa ha pure il compito e la responsabilità di chiedere alle pubbliche istituzioni che, in conformità alla Costituzione, creino le situazioni che rendano più facile la realizzazione del progetto di Dio per la famiglia: abitazione, lavoro, servizi per i minori e per gli anziani, pensioni adeguate: non basta affermare il valore della famiglia. Però non è sufficiente la legge a garantire la famiglia secondo il progetto di Dio: «L’uomo lascierà suo padre e sua madre e si unirà alla sua sposa e saranno due in una sola carne», «L’uomo non divida ciò che Dio ha unito»; la legge ha il compito e la responsabilità di creare le condizioni perché i cittadini siano aiutati a costruire la famiglia fondata sul matrimonio.
La chiesa ha il compito e la responsabilità di proporre, richiamare e illuminare il progetto di Dio per la famiglia sostenendo le persone che lo accolgono a realizzarlo con gioia.
Qualche sera fa, in una trasmissione televisiva, un popolare personaggio comico protestava con fastidio per la lunga fila di no che la chiesa pone: no alla procreazione assistita, no all’eutanasia, no ai pacs, no alle unioni di omossessuali ecc. Il progetto di Dio per l’amore umano – che la chiesa ha il compito di custodire e trasmettere – non è un no alla felicità, è un grande sì che costruisce vita e felicità.
sac. Giovanni Nervo
ringrazio Settimana che ci consente di scambiare con i confratelli, al di là dell’ufficialità, riflessioni sui problemi più vivi della vita pastorale.
In questo momento ci sono i problemi della famiglia e delle unioni di fatto. Lasciando, con rispetto e fiducia, a chi ha responsabilità politica il compito di tutelare i diritti della famiglia e i diritti individuali dei cittadini – è la vocazione specifica dei laici cristiani nel mondo –, sotto l’aspetto pastorale, nel momento in cui tutti i riflettori sono concentrati su questi problemi, non sarebbe l’occasione provvidenziale, in sintonia con quanto richiamato dal papa e dai vescovi, per fare una forte catechesi sulle basi e sui contenuti essenziali del matrimonio e della famiglia, perché chi li vive sia incoraggiato a farlo con gioia e perché i giovani possano vedere in essi un ideale per cui vale la pena di impegnare con gioia la propria vita?
Cioè, illustrare il luminoso piano di Dio sul valore del corpo, della sessualità, dell’amore che si dona, sulla splendida missione di collaborare con Dio nella creazione della vita umana e nella costruzione della chiesa e della società umana, sul sacramento del matriomonio?
Forse una serena ma forte catechesi su questi valori può aiutare quei nostri fratelli che si illudono di trovare la felicità in un progetto diverso da quello che Dio Padre ha per loro, può aiutarli a comprendere che sono sulla strada sbagliata e che per quella strada non possono raccogliere che infelicità, già in questa vita.
Perché questo è il vero problema: o si accetta il progetto di amore di Dio o lo si rifiuta; alla radice è un problema di fede. Le unioni di fatto sono il rifiuto del progetto di Dio che è progetto di amore. La chiesa ha il compito e la responsabilità di richiamarlo con forza, con amore e con sofferenza perché chi sostiene le unioni di fatto sono quasi sempre cristiani battezzati che rifiutano il progetto di amore di Dio per loro: e la chiesa conosce anche le sofferenze che ci sono dietro a questi fallimenti.
La chiesa ha pure il compito e la responsabilità di chiedere alle pubbliche istituzioni che, in conformità alla Costituzione, creino le situazioni che rendano più facile la realizzazione del progetto di Dio per la famiglia: abitazione, lavoro, servizi per i minori e per gli anziani, pensioni adeguate: non basta affermare il valore della famiglia. Però non è sufficiente la legge a garantire la famiglia secondo il progetto di Dio: «L’uomo lascierà suo padre e sua madre e si unirà alla sua sposa e saranno due in una sola carne», «L’uomo non divida ciò che Dio ha unito»; la legge ha il compito e la responsabilità di creare le condizioni perché i cittadini siano aiutati a costruire la famiglia fondata sul matrimonio.
La chiesa ha il compito e la responsabilità di proporre, richiamare e illuminare il progetto di Dio per la famiglia sostenendo le persone che lo accolgono a realizzarlo con gioia.
Qualche sera fa, in una trasmissione televisiva, un popolare personaggio comico protestava con fastidio per la lunga fila di no che la chiesa pone: no alla procreazione assistita, no all’eutanasia, no ai pacs, no alle unioni di omossessuali ecc. Il progetto di Dio per l’amore umano – che la chiesa ha il compito di custodire e trasmettere – non è un no alla felicità, è un grande sì che costruisce vita e felicità.
sac. Giovanni Nervo
giovedì 8 febbraio 2007
POLITICA, QUESTIONI ETICHE E IMPLICAZIONI PASTORALI
Caro direttore,
si accavallano nel confronto politico problematiche di rilevanza etica, con forte impatto mediatico. Dopo le questioni che ruotano intorno all’eutanasia, sotto la pressione del caso Welby, è adesso il turno delle cosiddette unioni civili o di fatto.
Vorrei proporre qualche riflessione, sperando nell’avvio di un confronto anche sulle colonne di Settimana, intorno alle implicazioni pastorali dei temi sul tappeto, inclusi i possibili “effetti collaterali” dei pronunciamenti delle autorità ecclesiastiche sul cammino della chiesa italiana. Una chiesa che in questi anni è cresciuta nella consapevolezza dell’attenzione missionaria verso la società italiana, pienamente confermata nel convegno di Verona. Infatti, la crescente diffusione di termini come “nuova evangelizzazione”, “primo annuncio” e “parrocchia missionaria” tra gli operatori pastorali di base (a partire dai parroci e dai catechisti) si accompagna alla consapevolezza di stare dentro una società secolarizzata, post-cristiana e per certi versi neo-pagana. Oggi in Italia si può essere “anche” cristiani e cattolici, ma senza che molti trovino nel messaggio cristiano il proprio quadro di riferimento etico, o si sentano moralmente vincolati in momenti cruciali dell’esistenza.
Per stare alle questioni di scottante attualità: una cosa è parlare di eutanasia a partire da una visione cristiana della malattia (la vita come dono di Dio, la sofferenza come partecipazione alla croce di Gesù, la morte nella prospettiva dei “novissimi”), altra cosa ritenere la vita una casualità biologica, la sofferenza una non-vita e la morte la fine di tutto. Analoghi ragionamenti sulle differenze di valore e di senso – secondo che si accolga o no una visione di fede – si possono fare sui tempi e i modi del procreare e generare, sul legame d’amore tra un uomo e una donna, sul senso dell’educazione religiosa dei figli. Bisognerebbe, casomai, evidenziare la scarsa attenzione su altre questioni di confine tra etica e politica: il lavoro, la salvaguardia del creato, la pace e la guerra, l’attenzione ai poveri e agli ultimi… Senza peraltro dare per scontato che, da una “lettura cristiana” di fenomeni sociali complessi, derivino necessariamente e sempre giudizi univoci.
È comunque chiaro che, nella società pluralista e diversificata, una parte consistente degli italiani, di fronte a questioni eticamente rilevanti, non assume come riferimento decisivo i principi e i precetti che poggiano sulla rivelazione divina e che il magistero propone alla comunità ecclesiale. E che quei principi e precetti non sono immediatamente spendibili in sedi civili “esterne” alla comunità ecclesiale: decreti del governo e leggi del parlamento non sono deducibili dalla parola di Dio e dalla dottrina sociale della chiesa; e anche la rivendicazione dei principi “non negoziabili” vale all’interno della compagine ecclesiale, mentre in ambito civile è inevitabile la mediazione con quelle componenti sociali e culturali che si ispirano ad altri quadri valoriali e sono portatrici di altri “interessi” e altre sensibilità.
È questo lo spazio e il ruolo dei laici credenti, di donne e uomini spiritualmente ricchi, culturalmente attrezzati, tecnicamente preparati e quindi capaci di stare in campo aperto a tradurre l’ispirazione cristiana in formulazioni proponibili e difendibili nella pluralità di idee e di schieramenti, nella raccolta e gestione del consenso, nell’inevitabile negoziazione del gioco democratico di una politica “plurale”.
Non dovrebbe essere compito del “personale ecclesiastico”, neanche dei vertici della Cei (lo dico con molto rispetto ma con altrettanta preoccupazione), passare dalla legittima e necessaria proposta e tutela dei valori in gioco all’indicazione delle strategie d’azione e addirittura degli strumenti giuridici per affermarli.
La conseguenza – e per certi versi anche la concausa – dell’eccessiva esposizione politico/mediatica dell’autorità ecclesiastica sarà la rarefazione di laici credenti adulti, liberi e responsabili, capaci di autonoma responsabilità politica. La chiesa italiana, a partire dai nostri vescovi, deve chiedersi che tipo di laici sta allevando. Per avere personalità adulte capaci di giocare “fuori casa”, bisogna che in casa – cioè nella chiesa, a partire dalle parrocchie – ci sia più discussione e più passione per gli andamenti sociali, per la politica come servizio alla comunità, per il bene comune. Non basta drizzare le antenne e magari stracciarsi le vesti quando il dibattito tocca questioni di bioetica, se a trattare tali questioni, a confrontarsi e magari a scontrarsi, non abbiamo saputo preparare persone trasparenti, generose, competenti, capaci di giocare “a tutto campo”. Quanto investiamo sull’educazione sociopolitica dei giovani e degli adulti per farli appassionare alla pace, alla giustizia, alla difesa della dignità di ogni persona, alla solidarietà locale e planetaria? Nella comunità cristiana, prima e più che ingaggiare polemiche con i “laicisti” (o coltivare amicizie con i “laici devoti”), c’è bisogno di ripartire dal Vangelo per mostrare che la potenza (dynamis) della risurrezione è fonte di vera novità.
Solo un rilancio di tensione sociale e civile, solo un amore appassionato e critico verso la politica potranno abilitare i credenti adulti a un confronto che non consista nel contrapporre a valori e progetti “soltanto” umani la dottrina sociale cristiana. La costruzione del bene comune, perché sia bene e perché sia comune, chiede ogni sforzo di dialogo per una sintesi “alta”, quanto più possibile inclusiva. E richiede accoglienza di tutti i germi di bene che il Creatore ha posto nel cuore di ogni persona.
L’altro versante di tutto questo discorso riguarda le esigenze dell’evangelizzazione in quanto impegno pastorale diretto, a partire dal primo annuncio ai “lontani” ad opera di una chiesa che si accorge di essere una delle “parti” di cui la società è composta e non più l’anima, o la coscienza critica, della società intera. Ed è qui che si gioca lo stile e forse la stessa impostazione dell’opzione missionaria della chiesa in Italia. L’anima della missione – dovrebbe essere chiaro almeno dal Vaticano II in qua – non è la conquista ma la proposta, la capacità di accostare le persone all’interno di contesti diversi e “altri” per consegnare non la morale cattolica, ma la buona notizia di Gesù di Nazaret, che parla al cuore di ogni persona, illumina i concreti cammini di vita, spalanca sui progetti umani l’orizzonte del regno di Dio. Fino a porre il “caso serio” della morte e della risurrezione che è offerta gratuita di salvezza e richiesta impegnativa di sequela.
Una chiesa che apparisse propensa a lanciare condanne e anatemi, incline più al giudizio che alla misericordia, non rischia di inficiare quella “simpatia” di cui hanno bisogno i nuovi evangelizzatori? Non è avvenuto qualcosa di ciò nel rifiuto di un qualche “segno” religioso cattolico in occasione della morte di Piergiorgio Welby?
Per la questione delle unioni di fatto, pacs e dintorni, è chiaro che si tratta di situazioni riguardanti un crescente numero di persone, una parte delle quali continuano a cercare la chiesa, soprattutto per chiedere i sacramenti dell’iniziazione cristiana per i loro figli. Molti dei fidanzati che prepariamo al matrimonio hanno già dato vita a “coppie di fatto”: dobbiamo sanzionarli come concubini o aiutarli a crescere nella scoperta di un amore più grande? Ma non andrebbe sorvolata la situazione dei vedovi cui concediamo il matrimonio solo religioso per mantenere la pensione di reversibilità del precedente coniuge, perché in questo caso è l’autorità ecclesiastica che concede la dispensa a dare vita a delle unioni di fatto… E dobbiamo aspettarci che queste persone, se potranno ottenere qualche diritto e opportunità, si iscrivano nel registro dei pacs.
Al di là del rischio di “usare” la richiesta dei sacramenti come espediente per annunciare un po’ di Vangelo, bisogna aver chiaro che è dall’incontro col Risorto che scaturisce la proposta di una vita nuova. Solo chi sarà affascinato dalla buona notizia, dalla storia di un Dio a cui stanno davvero a cuore le nostre storie potrà aprirsi a un autentico cammino di conversione. È difficile affascinare le persone a partire da prescrizioni e divieti… Insomma, a fondamento di una chiesa missionaria c’è la convinzione che ci salva il Vangelo e non la morale.
Mi rendo conto che questa è solo una parte del discorso, che la chiesa deve vigilare sui costumi e gli orientamenti etici, far risplendere la verità anche quando risulti sgradita. Ma sarà soprattutto una chiesa capace di presentarsi al mondo nel segno della misericordia e della prossimità a offrire alla gente la possibilità di interrogarsi sul senso profondo della vita e lasciarsi condurre dal vento dello Spirito.
lettera firmata
si accavallano nel confronto politico problematiche di rilevanza etica, con forte impatto mediatico. Dopo le questioni che ruotano intorno all’eutanasia, sotto la pressione del caso Welby, è adesso il turno delle cosiddette unioni civili o di fatto.
Vorrei proporre qualche riflessione, sperando nell’avvio di un confronto anche sulle colonne di Settimana, intorno alle implicazioni pastorali dei temi sul tappeto, inclusi i possibili “effetti collaterali” dei pronunciamenti delle autorità ecclesiastiche sul cammino della chiesa italiana. Una chiesa che in questi anni è cresciuta nella consapevolezza dell’attenzione missionaria verso la società italiana, pienamente confermata nel convegno di Verona. Infatti, la crescente diffusione di termini come “nuova evangelizzazione”, “primo annuncio” e “parrocchia missionaria” tra gli operatori pastorali di base (a partire dai parroci e dai catechisti) si accompagna alla consapevolezza di stare dentro una società secolarizzata, post-cristiana e per certi versi neo-pagana. Oggi in Italia si può essere “anche” cristiani e cattolici, ma senza che molti trovino nel messaggio cristiano il proprio quadro di riferimento etico, o si sentano moralmente vincolati in momenti cruciali dell’esistenza.
Per stare alle questioni di scottante attualità: una cosa è parlare di eutanasia a partire da una visione cristiana della malattia (la vita come dono di Dio, la sofferenza come partecipazione alla croce di Gesù, la morte nella prospettiva dei “novissimi”), altra cosa ritenere la vita una casualità biologica, la sofferenza una non-vita e la morte la fine di tutto. Analoghi ragionamenti sulle differenze di valore e di senso – secondo che si accolga o no una visione di fede – si possono fare sui tempi e i modi del procreare e generare, sul legame d’amore tra un uomo e una donna, sul senso dell’educazione religiosa dei figli. Bisognerebbe, casomai, evidenziare la scarsa attenzione su altre questioni di confine tra etica e politica: il lavoro, la salvaguardia del creato, la pace e la guerra, l’attenzione ai poveri e agli ultimi… Senza peraltro dare per scontato che, da una “lettura cristiana” di fenomeni sociali complessi, derivino necessariamente e sempre giudizi univoci.
È comunque chiaro che, nella società pluralista e diversificata, una parte consistente degli italiani, di fronte a questioni eticamente rilevanti, non assume come riferimento decisivo i principi e i precetti che poggiano sulla rivelazione divina e che il magistero propone alla comunità ecclesiale. E che quei principi e precetti non sono immediatamente spendibili in sedi civili “esterne” alla comunità ecclesiale: decreti del governo e leggi del parlamento non sono deducibili dalla parola di Dio e dalla dottrina sociale della chiesa; e anche la rivendicazione dei principi “non negoziabili” vale all’interno della compagine ecclesiale, mentre in ambito civile è inevitabile la mediazione con quelle componenti sociali e culturali che si ispirano ad altri quadri valoriali e sono portatrici di altri “interessi” e altre sensibilità.
È questo lo spazio e il ruolo dei laici credenti, di donne e uomini spiritualmente ricchi, culturalmente attrezzati, tecnicamente preparati e quindi capaci di stare in campo aperto a tradurre l’ispirazione cristiana in formulazioni proponibili e difendibili nella pluralità di idee e di schieramenti, nella raccolta e gestione del consenso, nell’inevitabile negoziazione del gioco democratico di una politica “plurale”.
Non dovrebbe essere compito del “personale ecclesiastico”, neanche dei vertici della Cei (lo dico con molto rispetto ma con altrettanta preoccupazione), passare dalla legittima e necessaria proposta e tutela dei valori in gioco all’indicazione delle strategie d’azione e addirittura degli strumenti giuridici per affermarli.
La conseguenza – e per certi versi anche la concausa – dell’eccessiva esposizione politico/mediatica dell’autorità ecclesiastica sarà la rarefazione di laici credenti adulti, liberi e responsabili, capaci di autonoma responsabilità politica. La chiesa italiana, a partire dai nostri vescovi, deve chiedersi che tipo di laici sta allevando. Per avere personalità adulte capaci di giocare “fuori casa”, bisogna che in casa – cioè nella chiesa, a partire dalle parrocchie – ci sia più discussione e più passione per gli andamenti sociali, per la politica come servizio alla comunità, per il bene comune. Non basta drizzare le antenne e magari stracciarsi le vesti quando il dibattito tocca questioni di bioetica, se a trattare tali questioni, a confrontarsi e magari a scontrarsi, non abbiamo saputo preparare persone trasparenti, generose, competenti, capaci di giocare “a tutto campo”. Quanto investiamo sull’educazione sociopolitica dei giovani e degli adulti per farli appassionare alla pace, alla giustizia, alla difesa della dignità di ogni persona, alla solidarietà locale e planetaria? Nella comunità cristiana, prima e più che ingaggiare polemiche con i “laicisti” (o coltivare amicizie con i “laici devoti”), c’è bisogno di ripartire dal Vangelo per mostrare che la potenza (dynamis) della risurrezione è fonte di vera novità.
Solo un rilancio di tensione sociale e civile, solo un amore appassionato e critico verso la politica potranno abilitare i credenti adulti a un confronto che non consista nel contrapporre a valori e progetti “soltanto” umani la dottrina sociale cristiana. La costruzione del bene comune, perché sia bene e perché sia comune, chiede ogni sforzo di dialogo per una sintesi “alta”, quanto più possibile inclusiva. E richiede accoglienza di tutti i germi di bene che il Creatore ha posto nel cuore di ogni persona.
L’altro versante di tutto questo discorso riguarda le esigenze dell’evangelizzazione in quanto impegno pastorale diretto, a partire dal primo annuncio ai “lontani” ad opera di una chiesa che si accorge di essere una delle “parti” di cui la società è composta e non più l’anima, o la coscienza critica, della società intera. Ed è qui che si gioca lo stile e forse la stessa impostazione dell’opzione missionaria della chiesa in Italia. L’anima della missione – dovrebbe essere chiaro almeno dal Vaticano II in qua – non è la conquista ma la proposta, la capacità di accostare le persone all’interno di contesti diversi e “altri” per consegnare non la morale cattolica, ma la buona notizia di Gesù di Nazaret, che parla al cuore di ogni persona, illumina i concreti cammini di vita, spalanca sui progetti umani l’orizzonte del regno di Dio. Fino a porre il “caso serio” della morte e della risurrezione che è offerta gratuita di salvezza e richiesta impegnativa di sequela.
Una chiesa che apparisse propensa a lanciare condanne e anatemi, incline più al giudizio che alla misericordia, non rischia di inficiare quella “simpatia” di cui hanno bisogno i nuovi evangelizzatori? Non è avvenuto qualcosa di ciò nel rifiuto di un qualche “segno” religioso cattolico in occasione della morte di Piergiorgio Welby?
Per la questione delle unioni di fatto, pacs e dintorni, è chiaro che si tratta di situazioni riguardanti un crescente numero di persone, una parte delle quali continuano a cercare la chiesa, soprattutto per chiedere i sacramenti dell’iniziazione cristiana per i loro figli. Molti dei fidanzati che prepariamo al matrimonio hanno già dato vita a “coppie di fatto”: dobbiamo sanzionarli come concubini o aiutarli a crescere nella scoperta di un amore più grande? Ma non andrebbe sorvolata la situazione dei vedovi cui concediamo il matrimonio solo religioso per mantenere la pensione di reversibilità del precedente coniuge, perché in questo caso è l’autorità ecclesiastica che concede la dispensa a dare vita a delle unioni di fatto… E dobbiamo aspettarci che queste persone, se potranno ottenere qualche diritto e opportunità, si iscrivano nel registro dei pacs.
Al di là del rischio di “usare” la richiesta dei sacramenti come espediente per annunciare un po’ di Vangelo, bisogna aver chiaro che è dall’incontro col Risorto che scaturisce la proposta di una vita nuova. Solo chi sarà affascinato dalla buona notizia, dalla storia di un Dio a cui stanno davvero a cuore le nostre storie potrà aprirsi a un autentico cammino di conversione. È difficile affascinare le persone a partire da prescrizioni e divieti… Insomma, a fondamento di una chiesa missionaria c’è la convinzione che ci salva il Vangelo e non la morale.
Mi rendo conto che questa è solo una parte del discorso, che la chiesa deve vigilare sui costumi e gli orientamenti etici, far risplendere la verità anche quando risulti sgradita. Ma sarà soprattutto una chiesa capace di presentarsi al mondo nel segno della misericordia e della prossimità a offrire alla gente la possibilità di interrogarsi sul senso profondo della vita e lasciarsi condurre dal vento dello Spirito.
lettera firmata
mercoledì 31 gennaio 2007
FUTURI PRETI E OMOSESSUALITÀ
Nei confronti di quei giovani
come mi devo comportare?
Rev.do direttore,
mi è stato affidato il servizio di seguire e accompagnare ragazzi e giovani in ricerca vocazionale, non esclusa quella presbiterale o già messa positivamente in conto.
Pensando alla recente istruzione della Congregazione per l’educazione cattolica “Circa i criteri di discernimento vocazionale riguardo alle persone con tendenze omosessuali in vista della loro ammissione al seminario e agli ordini sacri” (4 novembre 2005), mi sto domandando se si debba fare subito un discorso su questa situazione che comporti indirettamente l’autoritirarsi, da un cammino vocazionale presbiterale per il semplice fatto che uno ha questa inclinazione. Tale scelta opportunamente potrebbe magari essere diluita nel tempo per non dare motivo di indebite supposizioni negative verso chi si ritira.
È ipotizzabile quest’altro comportamento: lasciar proseguire i soggetti, come se il problema non esistesse, fin tanto che la cosa non venga a conoscenza in foro esterno da parte dei formatori?
Un confessore che venisse a sapere di questa tendenza dovrebbe o sarebbe bene che dissuadesse subito il soggetto da una prospettiva vocazionale presbiterale o religiosa?
Nel caso che il soggetto, pur avendo questa tendenza e anche qualche esperienza in merito, se se ne fosse fatta una ragione per dare un taglio convinto, non assecondarla minimamente, voler vivere la castità, avere un dialogo schietto e ultratrasparente con un amico dell’anima e un formatore, il tutto fosse corroborato e sostenuto da una robusta e verificata vita spirituale, un tale soggetto potrebbe essere lasciato proseguire?
In altre parole, la semplice tendenza omosessuale esclude tassativamente la possibilità di diventare preti?
Un giovane incontrato per caso mi ha detto la sua intenzione di abbracciare la vita sacerdotale; mi ha anche messo al corrente della sua tendenza omosessuale. Quando gli ho fatto presente qualche perplessità in base al documento ricordato, mi ha controbattuto: ma come mai ci sono preti ad ogni livello, e ne conosco, che non solo hanno ma anche esprimono questa inclinazione? Confesso che mi sono sentito un po’ spiazzato.
Se fosse possibile una parola autorevole che mi illumini per servire correttamente la pastorale vocazionale, ne sarei molto grato.
lettera firmata
Caro sacerdote educatore, la lettera risolleva la questione emersa poco più di un anno fa a seguito dell’uscita del documento della Congregazione per l’educazione cattolica Circa i criteri di discernimento vocazionale riguardo alle persone con tendenze omosessuali in vista della loro ammissione al seminario e agli ordini sacri, da lei opportunamente richiamata.
È opportuno ricapitolare alcuni elementi del documento per evitare confusioni. Si parla in esso di tre condizioni nelle quali il candidato va fermato, sia rispetto all’ammissione al seminario come rispetto agli ordini sacri: si tratta di chi pratica l'omosessualità, di chi presenta tendenze omosessuali profondamente radicate o di chi sostiene la cosiddetta cultura gay.
Non è la stessa cosa parlare di omosessualità conclamata, praticata e radicata oppure parlare di inclinazione, magari pure transitoria, come nel caso delle tendenze omosessuali adolescenziali.
Va però sottolineato che il documento riguarda non solo chi si prende cura dei seminaristi, ma anche quegli educatori che si occupano dei cammini vocazionali precedenti. Affrontare con i formandi l’ambito della sessualità è certamente importante nel cammino di preparazione, perché la capacità di amare e l’assunzione della disponibilità al celibato sono da presupporre, e dunque da verificare, per un cammino di preparazione agli ordini sacri. Ciò però non va trasformato in una “caccia alle streghe” rispetto all’orientamento sessuale. È facile che, se si instaura un clima di fiducia e di dialogo, il tema emerga; ma questa fiducia verrebbe compromessa da un atteggiamento inquisitorio o investigativo.
Il documento riconosce la possibilità di un cambiamento, e pertanto la presenza di atti omosessuali o di tendenze non è sufficiente in quanto tale ad escludere che una persona non possa essere adatta a percorrere un determinato cammino: in fondo la questione più importante da considerare (non solo per l’ambito della sessualità) è la capacità della persona di cambiare.
Qualora poi si configuri una situazione di incompatibilità per la presenza di uno dei tre casi descritti dal documento, è giusto non dimettere o dissuadere la persona in maniera traumatica, in modo da rispettare una norma essenziale per la dignità delle persone come è quella del Codice di diritto canonico al canone 220: «Non è lecito ad alcuno ledere illegittimamente la buona fama di cui uno gode, o violare il diritto di ogni persona a difendere la propria intimità». La prima funzione di un educatore è quella infatti di educare, di allargare la libertà della persona e di orientarla all’adesione a Cristo, non di tarpare il suo cammino: mettere in pubblico elementi delicati e intimi di una persona o correre il rischio di farlo significherebbe arrogarsi un diritto inaccettabile.
Un’altra delle questioni che lei solleva è la distinzione tra foro esterno e foro interno. Penso sia nell’interesse di chi educa, di chi è educato e della chiesa in genere non rendere antagonisti il foro esterno e quello interno: non svilupperò qui la distinzione, ma ricordo che la formazione dev’essere unitaria, come del resto unici sono l’agire della persona e la sua vocazione.
Venendo allo specifico dell’istruzione, certamente quanti operano nell’ambito del foro esterno sono tenuti a rispettarla. Il documento però coinvolge anche i padri spirituali, che sono chiamati a dissuadere quei candidati che contravvengono le situazioni indicate dal documento.
Nella lettera, lei parla più precisamente del confessore, che in quel momento celebra il sacramento della penitenza e perciò «svolge un compito paterno, perché rivela agli uomini il cuore del Padre, e impersona l'immagine di Cristo, buon Pastore. Si ricordi quindi che il suo ministero è quello stesso di Cristo, che per salvare gli uomini ha operato nella misericordia la loro redenzione»; resta comunque vero che il confessore deve «distinguere le malattie dell'anima per apportarvi i rimedi adatti, ed esercitare con saggezza il suo compito di giudice» (“Praenotanda” al Rito della penitenza). È ben noto che il male si nutre soprattutto di silenzio e di omertà e per questo è importante che il confessore inviti il penitente a non restare isolato e nascosto nel suo peccato o nel suo dubbio.
L’ultima amara considerazione che le è stata rivolta da un giovane pone un problema molto più acuto e doloroso rispetto a quello dello scandalo: le comunità omosessuali tendono ad estendere la loro rete e a trovare nuovi adepti, anche nel caso in cui queste comunità siano formate da presbiteri e si rivolgano a giovani. Questo deve indurre molte attenzioni nei formatori e portare a chiedersi chi siano i sacerdoti frequentati dai giovani in formazione, attraverso quali canali siano entrati in comunicazione e cosa venga perseguito in queste relazioni.
don Luca Balugani
come mi devo comportare?
Rev.do direttore,
mi è stato affidato il servizio di seguire e accompagnare ragazzi e giovani in ricerca vocazionale, non esclusa quella presbiterale o già messa positivamente in conto.
Pensando alla recente istruzione della Congregazione per l’educazione cattolica “Circa i criteri di discernimento vocazionale riguardo alle persone con tendenze omosessuali in vista della loro ammissione al seminario e agli ordini sacri” (4 novembre 2005), mi sto domandando se si debba fare subito un discorso su questa situazione che comporti indirettamente l’autoritirarsi, da un cammino vocazionale presbiterale per il semplice fatto che uno ha questa inclinazione. Tale scelta opportunamente potrebbe magari essere diluita nel tempo per non dare motivo di indebite supposizioni negative verso chi si ritira.
È ipotizzabile quest’altro comportamento: lasciar proseguire i soggetti, come se il problema non esistesse, fin tanto che la cosa non venga a conoscenza in foro esterno da parte dei formatori?
Un confessore che venisse a sapere di questa tendenza dovrebbe o sarebbe bene che dissuadesse subito il soggetto da una prospettiva vocazionale presbiterale o religiosa?
Nel caso che il soggetto, pur avendo questa tendenza e anche qualche esperienza in merito, se se ne fosse fatta una ragione per dare un taglio convinto, non assecondarla minimamente, voler vivere la castità, avere un dialogo schietto e ultratrasparente con un amico dell’anima e un formatore, il tutto fosse corroborato e sostenuto da una robusta e verificata vita spirituale, un tale soggetto potrebbe essere lasciato proseguire?
In altre parole, la semplice tendenza omosessuale esclude tassativamente la possibilità di diventare preti?
Un giovane incontrato per caso mi ha detto la sua intenzione di abbracciare la vita sacerdotale; mi ha anche messo al corrente della sua tendenza omosessuale. Quando gli ho fatto presente qualche perplessità in base al documento ricordato, mi ha controbattuto: ma come mai ci sono preti ad ogni livello, e ne conosco, che non solo hanno ma anche esprimono questa inclinazione? Confesso che mi sono sentito un po’ spiazzato.
Se fosse possibile una parola autorevole che mi illumini per servire correttamente la pastorale vocazionale, ne sarei molto grato.
lettera firmata
Caro sacerdote educatore, la lettera risolleva la questione emersa poco più di un anno fa a seguito dell’uscita del documento della Congregazione per l’educazione cattolica Circa i criteri di discernimento vocazionale riguardo alle persone con tendenze omosessuali in vista della loro ammissione al seminario e agli ordini sacri, da lei opportunamente richiamata.
È opportuno ricapitolare alcuni elementi del documento per evitare confusioni. Si parla in esso di tre condizioni nelle quali il candidato va fermato, sia rispetto all’ammissione al seminario come rispetto agli ordini sacri: si tratta di chi pratica l'omosessualità, di chi presenta tendenze omosessuali profondamente radicate o di chi sostiene la cosiddetta cultura gay.
Non è la stessa cosa parlare di omosessualità conclamata, praticata e radicata oppure parlare di inclinazione, magari pure transitoria, come nel caso delle tendenze omosessuali adolescenziali.
Va però sottolineato che il documento riguarda non solo chi si prende cura dei seminaristi, ma anche quegli educatori che si occupano dei cammini vocazionali precedenti. Affrontare con i formandi l’ambito della sessualità è certamente importante nel cammino di preparazione, perché la capacità di amare e l’assunzione della disponibilità al celibato sono da presupporre, e dunque da verificare, per un cammino di preparazione agli ordini sacri. Ciò però non va trasformato in una “caccia alle streghe” rispetto all’orientamento sessuale. È facile che, se si instaura un clima di fiducia e di dialogo, il tema emerga; ma questa fiducia verrebbe compromessa da un atteggiamento inquisitorio o investigativo.
Il documento riconosce la possibilità di un cambiamento, e pertanto la presenza di atti omosessuali o di tendenze non è sufficiente in quanto tale ad escludere che una persona non possa essere adatta a percorrere un determinato cammino: in fondo la questione più importante da considerare (non solo per l’ambito della sessualità) è la capacità della persona di cambiare.
Qualora poi si configuri una situazione di incompatibilità per la presenza di uno dei tre casi descritti dal documento, è giusto non dimettere o dissuadere la persona in maniera traumatica, in modo da rispettare una norma essenziale per la dignità delle persone come è quella del Codice di diritto canonico al canone 220: «Non è lecito ad alcuno ledere illegittimamente la buona fama di cui uno gode, o violare il diritto di ogni persona a difendere la propria intimità». La prima funzione di un educatore è quella infatti di educare, di allargare la libertà della persona e di orientarla all’adesione a Cristo, non di tarpare il suo cammino: mettere in pubblico elementi delicati e intimi di una persona o correre il rischio di farlo significherebbe arrogarsi un diritto inaccettabile.
Un’altra delle questioni che lei solleva è la distinzione tra foro esterno e foro interno. Penso sia nell’interesse di chi educa, di chi è educato e della chiesa in genere non rendere antagonisti il foro esterno e quello interno: non svilupperò qui la distinzione, ma ricordo che la formazione dev’essere unitaria, come del resto unici sono l’agire della persona e la sua vocazione.
Venendo allo specifico dell’istruzione, certamente quanti operano nell’ambito del foro esterno sono tenuti a rispettarla. Il documento però coinvolge anche i padri spirituali, che sono chiamati a dissuadere quei candidati che contravvengono le situazioni indicate dal documento.
Nella lettera, lei parla più precisamente del confessore, che in quel momento celebra il sacramento della penitenza e perciò «svolge un compito paterno, perché rivela agli uomini il cuore del Padre, e impersona l'immagine di Cristo, buon Pastore. Si ricordi quindi che il suo ministero è quello stesso di Cristo, che per salvare gli uomini ha operato nella misericordia la loro redenzione»; resta comunque vero che il confessore deve «distinguere le malattie dell'anima per apportarvi i rimedi adatti, ed esercitare con saggezza il suo compito di giudice» (“Praenotanda” al Rito della penitenza). È ben noto che il male si nutre soprattutto di silenzio e di omertà e per questo è importante che il confessore inviti il penitente a non restare isolato e nascosto nel suo peccato o nel suo dubbio.
L’ultima amara considerazione che le è stata rivolta da un giovane pone un problema molto più acuto e doloroso rispetto a quello dello scandalo: le comunità omosessuali tendono ad estendere la loro rete e a trovare nuovi adepti, anche nel caso in cui queste comunità siano formate da presbiteri e si rivolgano a giovani. Questo deve indurre molte attenzioni nei formatori e portare a chiedersi chi siano i sacerdoti frequentati dai giovani in formazione, attraverso quali canali siano entrati in comunicazione e cosa venga perseguito in queste relazioni.
don Luca Balugani
lunedì 29 gennaio 2007
COSA C’È DIETRO LA RICHIESTA DI TORNARE AL MESSALE DI SAN PIO V?
La liturgia del Vaticano II
tra nostalgie e concessioni
Caro direttore,
ho molto apprezzato, nel silenzio un po' troppo assordante ed eloquente che circonda la questione circa il "ritorno della messa in latino", la lettera di Sebastiano Dho, vescovo di Alba (cf. Sett. n. 44/06, p. 2). L'ho molto apprezzata per la pacatezza e per l'equilibrio.
A proposito ti offro, anch'io, alcune considerazioni, molto personali e perciò opinabili.
1. Il latino non è mai scomparso nell'uso ecclesiastico. È e rimane la lingua ufficiale della chiesa. I documenti importanti sono ancora tutti redatti nella lingua di Cicerone. Il problema oggi è che, per i più, la lingua latina, pur bellissima, nobilissima ed eccellente, è assolutamente ignota e sconosciuta. Quanto alla messa in latino, chi ne è nostalgico o estimatore può partecipare ad una liturgia solenne in San Pietro, e si godrà la messa in latino, ma naturalmente quella frutto del rinnovamento voluto dal Vaticano II e diventata normativa per tutta la chiesa per volontà di Paolo VI.
La messa in latino, dunque, non è mai scomparsa.
2. Diverso è il discorso concernente la messa in latino voluta pervicacemente e senza molto spirito ecclesiale dai tradizionalisti, tanto per capirci dai lefebvriani. Si tratta – come tutti sanno – della messa di papa san Pio V. Il quale, tra l'altro, impetuoso e decisionista qual era, introdusse la sua riforma liturgica nella chiesa con ben altri metodi, mezzi e strumenti che non Paolo VI, il quale usò paziente lungimiranza, confidando più nella forza del convincimento che nel convincimento della forza.
3. Ma, se ho capito bene, il ritorno alla messa in latino – quella di san Pio V – non è che una strategia strumentale; la messa viene usata come un grimaldello per colpire ben altri obiettivi. Bisogna allora vedere e capire cosa ci sta dietro, cosa si vuole colpire. Non ci sta forse il rifiuto del Vaticano II? Non ci sta forse, in particolare, il ripudio e la condanna di alcuni documenti, precisamente quelli sull'ecumenismo, sulla libertà religiosa, sul dialogo interreligioso?
Il problema, allora, non è tanto di riti, cioè di azione liturgica, quanto di teologia, di ecclesiologia, forse anche di politica.
4. Tuttavia, in questo caso, ancora di più, vale l'antico adagio lex orandi lex credendi, cioè fede e preghiera sono inseparabili: la regola della preghiera è la regola della fede; la comunione orante nasce dalla e fluisce nella comunione credente, cioè ecclesiale.
La liturgia del Vaticano II esprime la fede della chiesa, che è la fede di sempre, ma presentata – come affermava il beato Giovanni XXIII convocando il concilio – in modo che risponda alle esigenze della nostra epoca. La liturgia è fede in atto, la preghiera liturgica è la traduzione della fede in atteggiamento e contenuto orante. Dalla fede alla preghiera e dalla preghiera alla fede c'è un insopprimibile processo e dinamismo di circolarità. Non basta allora pregare, occorre vedere quali contenuti e quale ecclesialità esprime quella preghiera.
5. Attenzione poi a non sottovalutare il rito. Non è vero che un rito vale l'altro.
Il rito dice e suppone una precisa comunità che celebra e che prega, perciò la liturgia non è innocua; solo una liturgia stanca, afasica, sciatta, spossata, ripetitiva, routinaria e morta non dice nulla, ma una liturgia viva, partecipata e consapevole è veramente culmen et fons con tutto ciò che ne consegue; una liturgia autentica è veramente epifania della chiesa e manifestazione piena della sua missione e identità. La liturgia è, in verità, uno straordinario veicolo e mezzo di evangelizzazione, comunicazione e trasmissione della fede; di più, costruisce ed edifica la chiesa. Ma quale chiesa?
6. Non vorrei che il tentativo lodevole ed esemplare di superare lacerazioni, di ricomporre comunione, di fatto non ottenesse l'effetto opposto, cioè dividesse e lacerasse ancora di più il fragile e delicato tessuto ecclesiale. Mi pare che i vescovi francesi, quelli che si sono espressi su questo versante con più coraggio e audacia, paventino questo esito negativo. Invece di unire, si rischia di dividere ancora di più. E l'unità e la comunione della chiesa e nella chiesa, come ci insegna la vivente e sana tradizione della chiesa, non sono valori da salvaguardare e tutelare?
7. Il mio auspicio è che il concilio Vaticano II, che è la grande grazia di cui la chiesa ha beneficiato nel secolo XX, sia e continui ad essere per molto tempo una bussola sicura e autorevole per orientarci nel secolo che si apre, come ha affermato Giovanni Paolo II nella Novo millennio ineunte 57. Anche il cammino della chiesa nel terzo millennio sarà concilare? Sì, se la la rotta della chiesa non sarà definita da altro che dalla dottrina conciliare e dallo Spirito, che il concilio ha ispirato e guidato.
8. Mi piacerebbe conoscere, infine, a questo riguardo, anche il parere di altri liturgisti e anche teologi ben più autorevoli e prestigiosi di me, e (perché no?) anche quello di qualche vescovo, oltre al già citato mons. Dho.
Grazie per l'ospitalità.
don Pier Renzo Rulfo
parroco di Pianfei (CN)
tra nostalgie e concessioni
Caro direttore,
ho molto apprezzato, nel silenzio un po' troppo assordante ed eloquente che circonda la questione circa il "ritorno della messa in latino", la lettera di Sebastiano Dho, vescovo di Alba (cf. Sett. n. 44/06, p. 2). L'ho molto apprezzata per la pacatezza e per l'equilibrio.
A proposito ti offro, anch'io, alcune considerazioni, molto personali e perciò opinabili.
1. Il latino non è mai scomparso nell'uso ecclesiastico. È e rimane la lingua ufficiale della chiesa. I documenti importanti sono ancora tutti redatti nella lingua di Cicerone. Il problema oggi è che, per i più, la lingua latina, pur bellissima, nobilissima ed eccellente, è assolutamente ignota e sconosciuta. Quanto alla messa in latino, chi ne è nostalgico o estimatore può partecipare ad una liturgia solenne in San Pietro, e si godrà la messa in latino, ma naturalmente quella frutto del rinnovamento voluto dal Vaticano II e diventata normativa per tutta la chiesa per volontà di Paolo VI.
La messa in latino, dunque, non è mai scomparsa.
2. Diverso è il discorso concernente la messa in latino voluta pervicacemente e senza molto spirito ecclesiale dai tradizionalisti, tanto per capirci dai lefebvriani. Si tratta – come tutti sanno – della messa di papa san Pio V. Il quale, tra l'altro, impetuoso e decisionista qual era, introdusse la sua riforma liturgica nella chiesa con ben altri metodi, mezzi e strumenti che non Paolo VI, il quale usò paziente lungimiranza, confidando più nella forza del convincimento che nel convincimento della forza.
3. Ma, se ho capito bene, il ritorno alla messa in latino – quella di san Pio V – non è che una strategia strumentale; la messa viene usata come un grimaldello per colpire ben altri obiettivi. Bisogna allora vedere e capire cosa ci sta dietro, cosa si vuole colpire. Non ci sta forse il rifiuto del Vaticano II? Non ci sta forse, in particolare, il ripudio e la condanna di alcuni documenti, precisamente quelli sull'ecumenismo, sulla libertà religiosa, sul dialogo interreligioso?
Il problema, allora, non è tanto di riti, cioè di azione liturgica, quanto di teologia, di ecclesiologia, forse anche di politica.
4. Tuttavia, in questo caso, ancora di più, vale l'antico adagio lex orandi lex credendi, cioè fede e preghiera sono inseparabili: la regola della preghiera è la regola della fede; la comunione orante nasce dalla e fluisce nella comunione credente, cioè ecclesiale.
La liturgia del Vaticano II esprime la fede della chiesa, che è la fede di sempre, ma presentata – come affermava il beato Giovanni XXIII convocando il concilio – in modo che risponda alle esigenze della nostra epoca. La liturgia è fede in atto, la preghiera liturgica è la traduzione della fede in atteggiamento e contenuto orante. Dalla fede alla preghiera e dalla preghiera alla fede c'è un insopprimibile processo e dinamismo di circolarità. Non basta allora pregare, occorre vedere quali contenuti e quale ecclesialità esprime quella preghiera.
5. Attenzione poi a non sottovalutare il rito. Non è vero che un rito vale l'altro.
Il rito dice e suppone una precisa comunità che celebra e che prega, perciò la liturgia non è innocua; solo una liturgia stanca, afasica, sciatta, spossata, ripetitiva, routinaria e morta non dice nulla, ma una liturgia viva, partecipata e consapevole è veramente culmen et fons con tutto ciò che ne consegue; una liturgia autentica è veramente epifania della chiesa e manifestazione piena della sua missione e identità. La liturgia è, in verità, uno straordinario veicolo e mezzo di evangelizzazione, comunicazione e trasmissione della fede; di più, costruisce ed edifica la chiesa. Ma quale chiesa?
6. Non vorrei che il tentativo lodevole ed esemplare di superare lacerazioni, di ricomporre comunione, di fatto non ottenesse l'effetto opposto, cioè dividesse e lacerasse ancora di più il fragile e delicato tessuto ecclesiale. Mi pare che i vescovi francesi, quelli che si sono espressi su questo versante con più coraggio e audacia, paventino questo esito negativo. Invece di unire, si rischia di dividere ancora di più. E l'unità e la comunione della chiesa e nella chiesa, come ci insegna la vivente e sana tradizione della chiesa, non sono valori da salvaguardare e tutelare?
7. Il mio auspicio è che il concilio Vaticano II, che è la grande grazia di cui la chiesa ha beneficiato nel secolo XX, sia e continui ad essere per molto tempo una bussola sicura e autorevole per orientarci nel secolo che si apre, come ha affermato Giovanni Paolo II nella Novo millennio ineunte 57. Anche il cammino della chiesa nel terzo millennio sarà concilare? Sì, se la la rotta della chiesa non sarà definita da altro che dalla dottrina conciliare e dallo Spirito, che il concilio ha ispirato e guidato.
8. Mi piacerebbe conoscere, infine, a questo riguardo, anche il parere di altri liturgisti e anche teologi ben più autorevoli e prestigiosi di me, e (perché no?) anche quello di qualche vescovo, oltre al già citato mons. Dho.
Grazie per l'ospitalità.
don Pier Renzo Rulfo
parroco di Pianfei (CN)
giovedì 25 gennaio 2007
IL CASO DI DON MAURO: E' IL CASO?
Attraverso YouTube sta girando un video su un sacerdote anziano che sta celebrando uno dei tanti matrimoni italiani. Dopo averlo visto, sorgono spontanee molte domande: è giusto tutto questo? in quali condizioni troppo spesso precarie svolgono il loro ministero tanti nostri preti anziani, come savalguardare uno stile di celebrazione liturgica...... Che dire?
CLICCA SU "SPECIALE DON MAURO"
venerdì 12 gennaio 2007
SULLE COPPIE DI FATTO
Per le coppie di fatto
una sensibilità solidarista
Caro direttore,
sono convinto che, in uno stato laico, dove si incontrano culture diverse, nel rispetto delle identità di ciascuna, credenti e non credenti devono cercare piste concrete per realizzare il maggior bene comune possibile, consapevoli delle necessarie mediazioni da compiere. Pertanto, la collaborazione politica dei cattolici con «partner» di diverso orientamento culturale nella vita politica va impostata laicamente e nel rispetto delle regole democratiche, senza compromettere, certo, la propria identità e in coerenza con i valori ispiratori. Sono perciò convinto che i cattolici non tradiscano tali valori se, servendosi delle situazioni storiche, dei «segni dei tempi» e del dialogo interculturale, affrontano anche questioni molto delicate che vanno regolamentate.
Una di queste, che oggi va affrontata con molta intelligenza e con le necessarie mediazioni, è quella delle coppie di fatto: sono infatti maturi i tempi, anche perché, secondo indagini non sospette, una percentuale abbastanza ampia del mondo cattolico è di quest’avviso. Perciò una legge sui diritti – e anche i doveri – delle persone che formano coppie di fatto è necessaria.
So bene che molti altri cattolici, soprattutto nel clero, quando si fanno questi discorsi, si allarmano perché un tale provvedimento sarebbe un attentato alla famiglia fondata sul matrimonio (art. 29 della Costituzione). Ma non è così.
Se, infatti, diamo un’occhiata al nostro ordinamento giuridico, troviamo che la convivenza di fatto, qua e là, viene già riconosciuta. L’articolo 572 del Codice penale, per esempio, considera il convivente una persona della famiglia e lo tutela in caso di maltrattamenti fisici o morali; l’articolo 30 dell’Ordinamento penitenziario (L. 354/1975) ammette la possibilità per il detenuto di avere permessi che gli consentano di fare visita non solo al familiare, ma anche al convivente in caso di pericolo di vita; l’articolo 199 del Codice di procedura penale, poi, prevede la facoltà di non testimoniare per chi «pur non essendo coniuge dell’imputato, come tale conviva o abbia convissuto con esso»; infine, la legge sull’adozione prevede l’affidamento del minore, «temporaneamente privo di un ambiente familiare idoneo, ad un’altra famiglia sia legittima sia naturale».
Ma c’è ben altro, e i politici lo sanno. Da decenni, una vigente normativa inerente al sistema pensionistico permette, oltre che ai conviventi dei giornalisti, anche a quelli dei parlamentari, benefici assistenziali – tipo una cassa mutua – che derivano dal contratto di lavoro, e ne traggono vantaggio pure quelli che si oppongono alle coppie di fatto. Ne usufruisce un deputato su quattro. Di tali diritti i parlamentari godono senza che siano mai state sollevate obiezioni, a parte Pier Ferdinando Casini, un cattolico che, a suo tempo, annunciò che avrebbe rinunciato.
Quello che è siginificativo è che nessuno mai ha posto il problema di eliminare questi diritti, neppure chi, come Casini, è stato presidente della Camera.
E allora perché questa schizofrenia legislativa? Una legge che disciplini le coppie di fatto non vuole sradicare la famiglia; e non è un capriccio del centrosinistra, tanto è vero che anche il centrodestra presta molta attenzione. Lo stesso Berlusconi ha dichiarato che, nel caso una tale legge venisse proposta in Parlamento, lascerà ai suoi deputati libertà di votare secondo coscienza.
A nostro giudizio, perciò, una normativa che vada su questa direzione è una necessità, perché non si può ignorare che oggi in Italia, nonostante le leggi che difendono la famiglia fondata sul matrimonio, le convivenze libere aumentano. E, se è giusto salvaguardare la famiglia ontologicamente diversa da tali unioni, nemmeno si può discriminare queste ultime.
Il card. Carlo Maria Martini, nel discorso pronunciato alla vigilia di Sant’Ambrogio del 2000 diceva che sulle coppie di fatto «l’autorità pubblica può adottare un approccio pragmatico e deve testimoniare una sensibilità solidarista». E concludeva: «Al vertice delle nostre preoccupazioni non deve essere il proposito di penalizzare le unioni di fatto, ma sostenere le famiglie in senso proprio».
Ed è seguendo questi dettami del card. Martini, che si muove il testo preparato dal professor Stefano Ceccanti, cattolico ed ex presidente della Fuci, su incarico del ministro delle Pari Opportunità Barbara Pollastrini: esso «non prefigura un simil-matrimonio come i Pacs», ma «pragmaticamente tutela persone legate nelle unioni di fatto». Per cui, se è vero che la Costituzione riconosce un plusvalore alla famiglia fondata sul matrimonio (art. 29), è pur vero che essa «riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale» (art. 2).
Le coppie di cui si parla non hanno quindi nulla a che vedere con la famiglia fondata sui matrimonio, di cui all’articolo 29 della Costituzione: perché, come dichiara il prof. Ceccanti, nel testo proposto «non è prevista una “celebrazione” dell’unione di fatto. Nel matrimonio diritti e doveri nascono nel momento stesso che si celebra quel rito». Nel testo, invece, si propone «un registro comunale nel quale si va a certificare non qualcosa che nasce in quel momento, ma qualcosa che già esiste. I soggetti si registrano con una dichiarazione congiunta che attesta l’esistenza di tale unione. Il diritto nasce dal fatto precedente non dalla celebrazione». Non solo: ma nel testo è previsto «un equilibrio tra diritti e doveri». Su questioni come la reversibilità delle pensioni, per esempio, si apre un diverso capitolo, quello degli obblighi pubblici, che va regolamentato a parte, presto e con precisione, perché altrimenti esisterebbero «situazioni di fatto per cui è più conveniente essere conviventi che essere sposati».
Concludendo, diciamo che, appunto perché si tratta di una questione molto delicata, che appartiene alla coscienza, alla sensibilità delle persone, al costume, essa va affrontata coinvolgendo maggioranza e opposizione per avere, tramite un confronto serrato e leale, una buona legge votata da una larga maggioranza trasversale in parlamento. Che duri nel tempo. Evitando cosi di dividerci in guelfi e ghibellini, con polemiche di carattere ideologico, per “sentito dire” più che in punta di fatto.
don Salvatore Bussu
una sensibilità solidarista
Caro direttore,
sono convinto che, in uno stato laico, dove si incontrano culture diverse, nel rispetto delle identità di ciascuna, credenti e non credenti devono cercare piste concrete per realizzare il maggior bene comune possibile, consapevoli delle necessarie mediazioni da compiere. Pertanto, la collaborazione politica dei cattolici con «partner» di diverso orientamento culturale nella vita politica va impostata laicamente e nel rispetto delle regole democratiche, senza compromettere, certo, la propria identità e in coerenza con i valori ispiratori. Sono perciò convinto che i cattolici non tradiscano tali valori se, servendosi delle situazioni storiche, dei «segni dei tempi» e del dialogo interculturale, affrontano anche questioni molto delicate che vanno regolamentate.
Una di queste, che oggi va affrontata con molta intelligenza e con le necessarie mediazioni, è quella delle coppie di fatto: sono infatti maturi i tempi, anche perché, secondo indagini non sospette, una percentuale abbastanza ampia del mondo cattolico è di quest’avviso. Perciò una legge sui diritti – e anche i doveri – delle persone che formano coppie di fatto è necessaria.
So bene che molti altri cattolici, soprattutto nel clero, quando si fanno questi discorsi, si allarmano perché un tale provvedimento sarebbe un attentato alla famiglia fondata sul matrimonio (art. 29 della Costituzione). Ma non è così.
Se, infatti, diamo un’occhiata al nostro ordinamento giuridico, troviamo che la convivenza di fatto, qua e là, viene già riconosciuta. L’articolo 572 del Codice penale, per esempio, considera il convivente una persona della famiglia e lo tutela in caso di maltrattamenti fisici o morali; l’articolo 30 dell’Ordinamento penitenziario (L. 354/1975) ammette la possibilità per il detenuto di avere permessi che gli consentano di fare visita non solo al familiare, ma anche al convivente in caso di pericolo di vita; l’articolo 199 del Codice di procedura penale, poi, prevede la facoltà di non testimoniare per chi «pur non essendo coniuge dell’imputato, come tale conviva o abbia convissuto con esso»; infine, la legge sull’adozione prevede l’affidamento del minore, «temporaneamente privo di un ambiente familiare idoneo, ad un’altra famiglia sia legittima sia naturale».
Ma c’è ben altro, e i politici lo sanno. Da decenni, una vigente normativa inerente al sistema pensionistico permette, oltre che ai conviventi dei giornalisti, anche a quelli dei parlamentari, benefici assistenziali – tipo una cassa mutua – che derivano dal contratto di lavoro, e ne traggono vantaggio pure quelli che si oppongono alle coppie di fatto. Ne usufruisce un deputato su quattro. Di tali diritti i parlamentari godono senza che siano mai state sollevate obiezioni, a parte Pier Ferdinando Casini, un cattolico che, a suo tempo, annunciò che avrebbe rinunciato.
Quello che è siginificativo è che nessuno mai ha posto il problema di eliminare questi diritti, neppure chi, come Casini, è stato presidente della Camera.
E allora perché questa schizofrenia legislativa? Una legge che disciplini le coppie di fatto non vuole sradicare la famiglia; e non è un capriccio del centrosinistra, tanto è vero che anche il centrodestra presta molta attenzione. Lo stesso Berlusconi ha dichiarato che, nel caso una tale legge venisse proposta in Parlamento, lascerà ai suoi deputati libertà di votare secondo coscienza.
A nostro giudizio, perciò, una normativa che vada su questa direzione è una necessità, perché non si può ignorare che oggi in Italia, nonostante le leggi che difendono la famiglia fondata sul matrimonio, le convivenze libere aumentano. E, se è giusto salvaguardare la famiglia ontologicamente diversa da tali unioni, nemmeno si può discriminare queste ultime.
Il card. Carlo Maria Martini, nel discorso pronunciato alla vigilia di Sant’Ambrogio del 2000 diceva che sulle coppie di fatto «l’autorità pubblica può adottare un approccio pragmatico e deve testimoniare una sensibilità solidarista». E concludeva: «Al vertice delle nostre preoccupazioni non deve essere il proposito di penalizzare le unioni di fatto, ma sostenere le famiglie in senso proprio».
Ed è seguendo questi dettami del card. Martini, che si muove il testo preparato dal professor Stefano Ceccanti, cattolico ed ex presidente della Fuci, su incarico del ministro delle Pari Opportunità Barbara Pollastrini: esso «non prefigura un simil-matrimonio come i Pacs», ma «pragmaticamente tutela persone legate nelle unioni di fatto». Per cui, se è vero che la Costituzione riconosce un plusvalore alla famiglia fondata sul matrimonio (art. 29), è pur vero che essa «riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale» (art. 2).
Le coppie di cui si parla non hanno quindi nulla a che vedere con la famiglia fondata sui matrimonio, di cui all’articolo 29 della Costituzione: perché, come dichiara il prof. Ceccanti, nel testo proposto «non è prevista una “celebrazione” dell’unione di fatto. Nel matrimonio diritti e doveri nascono nel momento stesso che si celebra quel rito». Nel testo, invece, si propone «un registro comunale nel quale si va a certificare non qualcosa che nasce in quel momento, ma qualcosa che già esiste. I soggetti si registrano con una dichiarazione congiunta che attesta l’esistenza di tale unione. Il diritto nasce dal fatto precedente non dalla celebrazione». Non solo: ma nel testo è previsto «un equilibrio tra diritti e doveri». Su questioni come la reversibilità delle pensioni, per esempio, si apre un diverso capitolo, quello degli obblighi pubblici, che va regolamentato a parte, presto e con precisione, perché altrimenti esisterebbero «situazioni di fatto per cui è più conveniente essere conviventi che essere sposati».
Concludendo, diciamo che, appunto perché si tratta di una questione molto delicata, che appartiene alla coscienza, alla sensibilità delle persone, al costume, essa va affrontata coinvolgendo maggioranza e opposizione per avere, tramite un confronto serrato e leale, una buona legge votata da una larga maggioranza trasversale in parlamento. Che duri nel tempo. Evitando cosi di dividerci in guelfi e ghibellini, con polemiche di carattere ideologico, per “sentito dire” più che in punta di fatto.
don Salvatore Bussu
ANCORA SUI FUNERALI DI WELBY
Quella non misericordia di fronte alla morte
Cara Settimana,
quest'anno ci siamo preparati al Natale con il sottofondo del “caso Welby” e, visto che niente avviene a caso, è perlomeno singolare tutto il dibattito sulla vita e sul suo valore proprio a ridosso della festa della vita che nasce.
Non sono in grado di dare un lettura teologicamente corretta alla vicenda, né la mia preparazione dottrinale è tale da poter pontificare su vita, eutanasia e accanimento terapeutico. Ho però appreso con disagio la posizione di rifiuto della chiesa. Capisco la strumentalizzazione, capisco che bisogna ribadire con chiarezza la difesa della vita sempre, ma non comprendo la non misericordia davanti alla morte.
Una sorta di condanna ad oltranza, me la sono sentita quasi addosso, quasi mia. Io non sono certa di quale sarebbe la mia scelta nella situazione di quell'uomo martoriato dal dolore. Non ha assunto veleni, ha solo chiesto che smettessero di curarlo. Non sono convinta fino in fondo che questo sia un attentato alla vita. Certo, io non avrei fatto una battaglia mediatica come quella scelta da Welby, forse la scelta sarebbe stata più intima e silenziosa, ma sono combattuta. Non perché non accetti il dolore. Anzi credo di portare i miei mali con sufficiente tranquillità, ma davanti agli estremi macchinari rimango sempre perplessa.
La questione non è semplice, ma quello che proprio non comprendo è l’aver messo insieme peccato e peccatore, come è stato in quei giorni. Il Bambino di Betlemme, così indifeso e così potente, ci aiuti a comprendere e a ben comportarci davanti ad ogni vita. Non solo a quelle messe sotto la luce delle telecamere.
Con affetto,
Aurora Becheri
Cara Settimana,
quest'anno ci siamo preparati al Natale con il sottofondo del “caso Welby” e, visto che niente avviene a caso, è perlomeno singolare tutto il dibattito sulla vita e sul suo valore proprio a ridosso della festa della vita che nasce.
Non sono in grado di dare un lettura teologicamente corretta alla vicenda, né la mia preparazione dottrinale è tale da poter pontificare su vita, eutanasia e accanimento terapeutico. Ho però appreso con disagio la posizione di rifiuto della chiesa. Capisco la strumentalizzazione, capisco che bisogna ribadire con chiarezza la difesa della vita sempre, ma non comprendo la non misericordia davanti alla morte.
Una sorta di condanna ad oltranza, me la sono sentita quasi addosso, quasi mia. Io non sono certa di quale sarebbe la mia scelta nella situazione di quell'uomo martoriato dal dolore. Non ha assunto veleni, ha solo chiesto che smettessero di curarlo. Non sono convinta fino in fondo che questo sia un attentato alla vita. Certo, io non avrei fatto una battaglia mediatica come quella scelta da Welby, forse la scelta sarebbe stata più intima e silenziosa, ma sono combattuta. Non perché non accetti il dolore. Anzi credo di portare i miei mali con sufficiente tranquillità, ma davanti agli estremi macchinari rimango sempre perplessa.
La questione non è semplice, ma quello che proprio non comprendo è l’aver messo insieme peccato e peccatore, come è stato in quei giorni. Il Bambino di Betlemme, così indifeso e così potente, ci aiuti a comprendere e a ben comportarci davanti ad ogni vita. Non solo a quelle messe sotto la luce delle telecamere.
Con affetto,
Aurora Becheri
A PARTIRE DA UN GUSTOSO ARTICOLO CHE COMMENTA LA FEDE DEI CRISTIANI
Gli italiani? Una fede da non credere…
Caro direttore,
nell’ampio e prezioso inserto culturale de Il Sole-24 Ore, che un amico impiegato di banca mi passa ogni settimana, mi imbatto in un gustoso articolo che commenta la fede dei cristiani.
L’autore, riprendendo le tesi di un suo libro in uscita in questi giorni, ha buon gioco nel rilevare che la fede di tanti cristiani è spesso senza contenuto: si crede senza sapere che cosa si crede. Egli immagina un exit poll fuori dalle chiese, che proponga quesiti concernenti materie di fede: se ne sentirebbero di belle, o meglio ci si vedrebbe catapultati «nel folto di una lussureggiante foresta di nestoriani e monofisiti, di ariani e di catari, di seguaci di Melantone, Zwinglio o Carlostadio…» Il nostro arriva ad affermare che i supposti eretici oggi non vengono più perseguitati «perché mancano le figure professionali capaci di scovare le eresie».
Ora, è certamente vero che molte persone non saprebbero definire il Dio uno e trino, e magari inciamperebbero nel dogma della Immacolata concezione. Nel discorso a braccio rivolto ai vescovi svizzeri qualche settimana fa, il Papa rilevava che negli ultimi cinquant’anni la catechèsi «si è persa molto nell’antropologia», «cosicché spesso non si raggiungono neanche più i contenuti della fede». Inoltre, la crassa superficialità della società che ci circonda e la sconcertante banalità propagata da tanti mezzi di comunicazione, non introducono certo un percorso favorevole alla fede.
I cristiani stessi riconoscono la propria ignoranza della fede quando hanno la felice occasione di prendere in mano il Catechismo della chiesa cattolica, o almeno il suo provvidenziale Compendio, oppure quando hanno la ventura di partecipare a una vera lezione di catechismo come sono in questi mesi le udienze del papa al mercoledì: allora confessano candidamente che «non sapevano quelle cose e che c’è veramente ancora tanto da imparare».
Tutte queste sono osservazioni vere. Nello stesso tempo è vero un altro fatto. «Chi crede non è mai solo», secondo l’espressione di Benedetto XVI in Germania. Chi crede, non crede di una fede solitaria. E nemmeno si dovrà obbligare alcuno ad esprimere la sua fede in una serie di formulazioni teoriche. Non si chiederebbe a nessun innamorato di stendere una relazione sulla persona amata, prima di poter convolare a nozze.
La fede esprime una posizione umana profondamente ragionevole, che però non coincide semplicemente con la sua formulazione verbale, ma con il riconoscimento e l’accoglienza dell’oggetto conosciuto e amato, che è lo stesso Signore Gesù. Maria Goretti è diventata santa essendo stata educata alla fede attraverso pochi rudimenti di catechismo e poche essenziali preghiere.
«Noi crediamo insieme con la chiesa», ha ripetuto ancora papa Benedetto XVI ai vescovi svizzeri. «Non tutto ciò che insegna la chiesa possiamo comprendere, non tutto dev’essere presente in ogni vita. È però importante che siamo credenti nel grande “Io” della chiesa, nel suo “Noi” vivente, trovandoci così nella grande comunità della fede».
Anche il piccolo bambino viene portato in braccio dai genitori, anche la donna non istruita impara ad affidarsi a persone di fiducia, anche il camionista che gira il mondo può trovare conforto e luce dai suoi amici cristiani. La fede con la quale ciascuno crede è personalmente la sua propria, ma nello stesso tempo «è la fede della chiesa; e noi, consapevoli della nostra insufficienza e del nostro limite, ci gloriamo di professarla» in comunione con tutti i nostri fratelli cristiani.
don Angelo Busetto
Caro direttore,
nell’ampio e prezioso inserto culturale de Il Sole-24 Ore, che un amico impiegato di banca mi passa ogni settimana, mi imbatto in un gustoso articolo che commenta la fede dei cristiani.
L’autore, riprendendo le tesi di un suo libro in uscita in questi giorni, ha buon gioco nel rilevare che la fede di tanti cristiani è spesso senza contenuto: si crede senza sapere che cosa si crede. Egli immagina un exit poll fuori dalle chiese, che proponga quesiti concernenti materie di fede: se ne sentirebbero di belle, o meglio ci si vedrebbe catapultati «nel folto di una lussureggiante foresta di nestoriani e monofisiti, di ariani e di catari, di seguaci di Melantone, Zwinglio o Carlostadio…» Il nostro arriva ad affermare che i supposti eretici oggi non vengono più perseguitati «perché mancano le figure professionali capaci di scovare le eresie».
Ora, è certamente vero che molte persone non saprebbero definire il Dio uno e trino, e magari inciamperebbero nel dogma della Immacolata concezione. Nel discorso a braccio rivolto ai vescovi svizzeri qualche settimana fa, il Papa rilevava che negli ultimi cinquant’anni la catechèsi «si è persa molto nell’antropologia», «cosicché spesso non si raggiungono neanche più i contenuti della fede». Inoltre, la crassa superficialità della società che ci circonda e la sconcertante banalità propagata da tanti mezzi di comunicazione, non introducono certo un percorso favorevole alla fede.
I cristiani stessi riconoscono la propria ignoranza della fede quando hanno la felice occasione di prendere in mano il Catechismo della chiesa cattolica, o almeno il suo provvidenziale Compendio, oppure quando hanno la ventura di partecipare a una vera lezione di catechismo come sono in questi mesi le udienze del papa al mercoledì: allora confessano candidamente che «non sapevano quelle cose e che c’è veramente ancora tanto da imparare».
Tutte queste sono osservazioni vere. Nello stesso tempo è vero un altro fatto. «Chi crede non è mai solo», secondo l’espressione di Benedetto XVI in Germania. Chi crede, non crede di una fede solitaria. E nemmeno si dovrà obbligare alcuno ad esprimere la sua fede in una serie di formulazioni teoriche. Non si chiederebbe a nessun innamorato di stendere una relazione sulla persona amata, prima di poter convolare a nozze.
La fede esprime una posizione umana profondamente ragionevole, che però non coincide semplicemente con la sua formulazione verbale, ma con il riconoscimento e l’accoglienza dell’oggetto conosciuto e amato, che è lo stesso Signore Gesù. Maria Goretti è diventata santa essendo stata educata alla fede attraverso pochi rudimenti di catechismo e poche essenziali preghiere.
«Noi crediamo insieme con la chiesa», ha ripetuto ancora papa Benedetto XVI ai vescovi svizzeri. «Non tutto ciò che insegna la chiesa possiamo comprendere, non tutto dev’essere presente in ogni vita. È però importante che siamo credenti nel grande “Io” della chiesa, nel suo “Noi” vivente, trovandoci così nella grande comunità della fede».
Anche il piccolo bambino viene portato in braccio dai genitori, anche la donna non istruita impara ad affidarsi a persone di fiducia, anche il camionista che gira il mondo può trovare conforto e luce dai suoi amici cristiani. La fede con la quale ciascuno crede è personalmente la sua propria, ma nello stesso tempo «è la fede della chiesa; e noi, consapevoli della nostra insufficienza e del nostro limite, ci gloriamo di professarla» in comunione con tutti i nostri fratelli cristiani.
don Angelo Busetto
SUI FUNERALI DI WELBY
Funerali Welby: dogma o pastorale?
Da molte parti si chiede – da alcuni col consenso, da molti con dissenso, anche forte – se sia stato giusto negare il funerale religioso a Welby. Non giudico la decisione presa dall’autorità locale. Faccio solo una riflessione per spiegarla. E si rifà alla decisione presa da papa Giovanni XXIII nell’indire il concilio Vaticano II, di volerlo cioè come un concilio non “dogmatico” ma “pastorale”. Il primo parte dai “dogmi” e li definisce, scomunicando (la formula sarebbe “anatematizzando”) quanti non l’accettano; il secondo parte dalle persone per valutare in che modo possono accogliere quelle verità e farle proprie.
Dal punto di vista dogmatico è stato giusto escludere dal rito religioso chi ci si era così formalmente allontanato. Dal punto di vista pastorale, invece, si sarebbe potuto tener conto non solo della persona interessata – che si è sinceramente raccomandato alla misericordia di Dio – ma anche dei familiari e delle moltissime persone che, attraverso i mezzi di comunicazione, hanno partecipato alla vicenda e ne sarebbero stati turbati. Forse si poteva scendere a un compromesso che avesse colto le due istanze (una benedizione senza messa? Una messa di suffragio senza commenti?…), ma forse la fretta ha fatto scegliere la soluzione più facile, o forse si è preferita la soluzione “dogmatica”.
Il Signore dia a tutti comprensione e pace.
Luigi Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea
Da molte parti si chiede – da alcuni col consenso, da molti con dissenso, anche forte – se sia stato giusto negare il funerale religioso a Welby. Non giudico la decisione presa dall’autorità locale. Faccio solo una riflessione per spiegarla. E si rifà alla decisione presa da papa Giovanni XXIII nell’indire il concilio Vaticano II, di volerlo cioè come un concilio non “dogmatico” ma “pastorale”. Il primo parte dai “dogmi” e li definisce, scomunicando (la formula sarebbe “anatematizzando”) quanti non l’accettano; il secondo parte dalle persone per valutare in che modo possono accogliere quelle verità e farle proprie.
Dal punto di vista dogmatico è stato giusto escludere dal rito religioso chi ci si era così formalmente allontanato. Dal punto di vista pastorale, invece, si sarebbe potuto tener conto non solo della persona interessata – che si è sinceramente raccomandato alla misericordia di Dio – ma anche dei familiari e delle moltissime persone che, attraverso i mezzi di comunicazione, hanno partecipato alla vicenda e ne sarebbero stati turbati. Forse si poteva scendere a un compromesso che avesse colto le due istanze (una benedizione senza messa? Una messa di suffragio senza commenti?…), ma forse la fretta ha fatto scegliere la soluzione più facile, o forse si è preferita la soluzione “dogmatica”.
Il Signore dia a tutti comprensione e pace.
Luigi Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea
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