Cari presbiteri,
pensando a come incontrarvi tutti in maniera un po’ più fraterna e familiare, nell’attesa di potervi conoscere di persona, ho creduto bene, in occasione dell’anniversario della mia ordinazione sacerdotale, di consegnarvi una lettera per un primo, affettuoso saluto nel Signore. Desidero anzitutto manifestarvi la mia predilezione: essa non deriva da un fatto umano, visto che non ci conosciamo ancora, ma dalla profonda coscienza dell’unità spirituale che ci caratterizza tutti con il sacramento dell’ordine.
Voglio sottolineare – e il Signore ci dia la grazia di non dimenticarlo mai – che l’unità tra il vescovo ed il presbiterio diocesano, prima che su sentimenti di carattere umano, è fondata su un fatto sacramentale e spirituale. L’umano afflato di amicizia e di amore fraterno, che spero di costruire con il tempo, non dovrebbe far altro che rafforzare il legame spirituale, che c’è, e rimane, e che rappresenta il fondamento di ogni nostro essere ed operare. È in nome di ciò che s. Ignazio di Antiochia parla dell’armonia del presbiterio paragonandola al suono che scaturisce dalle corde di una cetra, il cui suono sarà armonioso nella misura in cui le corde saranno in armonia tra loro.
La comunione presbiterale costituisce l’anima della comunione ecclesiale: un presbiterio unito e animato da sentimenti di autentica fraternità è una testimonianza ben più forte di ogni parola o discorso in mezzo al popolo di Dio. Ed allora, cari confratelli, il mio scritto vuole essere un appello a tutti voi: prima che in ogni altra cosa, impegniamoci, con un autentico sentimento di amore fraterno, a dare il giusto contenuto al vincolo sacramentale. Offriamo al popolo che il Signore ci ha affidato la predica del buon esempio, prima che quella delle parole. Il sacerdote, ci ricorda Léon Bloy, è uno strumento soprannaturale, un generatore di Infinito.
L’amore fraterno è il segno distintivo del cristiano: «Vi riconosceranno da come vi amerete». Non da un vestito, né da una carica, meno ancora da un’etichetta, ma dal vincolo dell’amore che dà sostanza e contenuto al vincolo sacramentale. Il comandamento nuovo è il vero segno dei cristiani, è il nostro distintivo. L’amore rende grandi le cose piccole, facili le difficili e possibili le impossibili.
Sta a noi favorire la fraternità sacerdotale che ci spinge alla fraternità ed all’aiuto vicendevole: agapi fraterne, incontri, visite personali soprattutto a chi è in difficoltà, condividendo speranze, iniziative, preoccupazioni ecc.
Per questo mi permetto di esortarvi a riaprire gli occhi sul cammino di Emmaus. L’incontro tra Gesù e i due discepoli di Emmaus diradò i loro dubbi, diede vigore e slancio missionario. Del noto brano del Vangelo di Luca vorrei qui offrire una lettura spirituale, alla luce dell’esperienza umana di chi ha ormai alle spalle la maggior parte degli anni della propria vita. Quanto più si avanza nell’età, tanto più la vita si riduce all’essenziale e alla fine di una cosa sola ci si pentirà: di non aver amato abbastanza. Tutto il resto apparirà relativo: i soldi, la carriera, il successo e quant’altro abbiamo ritenuto più importante, sono “conquiste” e fatti che sono passati come un treno in corsa. Ma il vostro amore, le vostre parole di conforto, la vostra solidarietà, il vostro calore umano, i vostri sorrisi e le vostre lacrime versate assieme ad una persona resteranno per sempre scolpite nel cuore dei fedeli e nel libro della vita, nostra e loro.
Vi sono beni che si consumano ed altri che vivono nel tempo dell’eternità. Questi ultimi sono i più preziosi, perché fatti di gesti silenziosi di chi sa amare oltre il rumore e i proclami di vane parole.
Il segreto del viaggio della vita consiste nel condividere sempre con qualcuno forza e coraggio, sostegno e fiducia, amore e speranza. Il senso della vita, in fondo è tutto qui: trasformarci per trasformare ciò che è negativo in positivo, il dolore in gioia, la solitudine in amicizia, l’ingiustizia in giustizia, la disperazione in speranza.
Ecco il punto: imparare a ridare e a riaccendere la speranza attorno a noi, anche e soprattutto in una realtà socialmente e culturalmente difficile.
Sempre più spesso, infatti, nell’esercizio quotidiano del nostro ministero pastorale ci vengono poste domande complicate (penso a tutti i problemi che oggi travagliano l’umanità intera e che interrogano anche noi nelle nostre piccole comunità), le cui risposte non possono essere prerogative solo dei teologi o dei dotti, ma di ogni sacerdote che vive questo tempo, pur con le fragilità personali e gli inevitabili limiti. Più che alla sapienza dei libri, dobbiamo bussare alla sapienza del cuore. Offriremo così al nostro popolo non l’immagine di un sacerdote-funzionario, ma la cordialità sincera, gioiosa e schietta di testimoni della presenza di Dio che rendono credibile, con la propria vita, la speranza del Cristo risorto.
Cristo Gesù è e resta l’unica roccia cui appoggiarci e la fonte a cui attingere per ritrovare la forza, la sicurezza e la speranza: «Haurietis aquas de fontibus Salvatoris!». Il segreto per esser felici, dunque, sta nel condividere e nel donare come Cristo Gesù che ha spezzato il pane, ha dato se stesso. Più doneremo e più saremo felici: è proprio allora che, nello Spirito, lo riconosceremo. Quando celebriamo la santa messa abbiamo tra le mani quel Gesù che si è fatto vittima d’amore e che ha riportato con il suo sacrificio l’uomo nella comunione della santissima Trinità: non avrebbe senso celebrare questo mistero e non tentare di viverlo come meglio possiamo poi nel nostro quotidiano, pur consapevoli della nostra fragilità personale e della nostra debolezza:infatti, «abbiamo un tesoro in vasi di creta» (2Cor 4,7).
L’amore tra noi presbiteri è la testimonianza più grande che possiamo dare: imperfetta, come tutte le cose umane, ma sincera, tanto che il popolo di Dio sarà disposto a perdonarci molte cose, se percepisce, anche nel cumulo di difetti, che una cosa non ci fa difetto: la volontà di vivere il comandamento dell’amore.
Auguri, dunque, a me e a voi insieme. Iniziamo questa avventura umana e divina all’insegna dell’amore vicendevole. La grazia di Dio fecondi i nostri buoni propositi e arrivi laddove non arrivano le nostre povere forze.
E… non dimenticate di raccomandarmi alla santa Vergine, Regina degli apostoli e Madre di misericordia, perché possa essere in mezzo a voi un pastore secondo il cuore di Cristo.
Vi abbraccio tutti nel Signore. Amen.
Vincenzo Bertolone S.d.P.
vescovo di Cassano all’Jonio
giovedì 12 luglio 2007
LA CHIESA DAVANTI ALLE INGIUSTIZIE
Cara Settimana,
basta fare un viaggio nei paesi del così detto terzo mondo, e in modo particolare in uno dei più poveri come il Burundi, per capire ogni volta che si rientra in Italia che viviamo in un mondo assai strano. Paesi europei che non hanno materie prime né risorse naturali come l’Italia, o densamente popolate se comparate al loro territorio come l’Olanda e il Belgio, hanno un tenore di vita incredibilmente alto mentre nazioni come il Congo, l’Angola, la Tanzania ecc., pur essendo adagiate su enormi giacimenti di oro, diamanti, petrolio, rame, coltan ecc., sono invece tra i più poveri del mondo. Evidentemente qualcosa non quadra se ci sono macroscopiche differenze come quelle accennate che allargano il fossato in maniera sempre più evidente tra il mondo ricco e il mondo povero.
Sempre tenendo fisso lo sguardo sull’Africa, scopriamo che ogni cinque secondi muore un bambino sotto i dieci anni per fame e malnutrizione. L’anno scorso nel continente nero sono morte di aids quasi tre milioni di persone e, rispetto solo a dieci anni fa, ci sono quaranta milioni di affamati in più che implorano aiuto, ma, paradosso ancora più sconvolgente, è che, mentre l’Africa si riempie di poveri e di disperati e aumenta la mortalità per fame, essa continua a pagare trentacinque milioni di dollari di interessi relativi a debiti contratti negli anni sessanta/settanta, già abbondantemente ripagati, ma che, a causa dei perversi meccanismi dei tassi di interesse creati dalle istituzioni internazionali che gestiscono i prestiti, non riesce ad estinguere.
Qualche studioso ha calcolato che con questi soldi che i poveri “donano” ai ricchi dell’Occidente, si potrebbero salvare ventun milioni di vite ogni anno. A voler essere ancor più analitici, in una lettura già di per sé tragica si deve aggiungere che milioni di africani vivono in maleodoranti baraccopoli e che un’intera generazione di bambini e ragazzi vive rovistando la spazzatura delle megalopoli africane.
Occorre tener presente sempre questi dati, proprio perché, di fronte al dramma della miseria mondiale, esiste il rischio di leggere questa realtà come se essa fosse una specie di “seccatura” da lasciare a quelle anime belle come i missionari, ai volontari laici o, al massimo, da togliersi l’eventuale scrupolo di coscienza con un’offerta magari un tantino più generosa della volta precedente. Non ci stancheremo mai di ripetere che questo stato di cose non può essere il frutto del caso. Come ricordava don Milani, un carro armato non fa danni solo perché qualcuno preme il grilletto da cui parte un colpo mortale; in una certa qual misura esiste una responsabilità globale che non può essere sempre taciuta. Se noi pensiamo, ad esempio, che da due anni le spese per gli armamenti di tutti gli stati del mondo hanno sforato per la prima volta i mille miliardi annui di dollari, avremmo chiaro il concetto che le risorse per vincere fame, povertà e malattie endemiche ci sono; il problema sta nel fatto che queste risorse vengono investite in strumenti di morte, in guerre preventive e in apparati polizieschi costituiti solo ed esclusivamente per difendere gli interessi di pochi.Al recente “Forum Sociale” che si è tenuto a Nairobi, alcuni teologi dei paesi del Sud del mondo hanno espresso il concetto che «il cristianesimo (soprattutto quello praticato dalle nazioni di antica cristianità) ha bisogno di un battesimo d’immersione nel calvario dei popoli. Se non si ha il coraggio, non dico di fare questo passo ma semplicemente di prendere in considerazione questa prospettiva pastorale da cui partire per il nostro agire da credenti in un mondo globalizzato, rischieremmo davvero di presentarci come i difensori dello status quo, dove chi è ricco diventa sempre più ricco e chi è povero diventa sempre più povero, senza essere minimamente sfiorati dal dubbio che anche noi abbiamo bisogno di conversione. Qualche anno fa ebbi la possibilità di visitare l’isola di Goré in Senegal. Goré è poco più di un isolotto a neanche un chilometro dalla costa di Dakar, su cui sorge una costruzione nella quale nei secoli scorsi venivano rinchiusi e ammassati uomini e donne catturati in ogni parte dell’Africa per essere incatenati e successivamente imbarcati per le Americhe. Gli schiavi uscivano da una porticina che li immetteva, tramite una passerella, direttamente sulle navi negriere. Un giovane studente che illustrava i meccanismi infernali che regolavano questo flusso di poveri cristi sottratti alla loro terra, alzando la voce e rivolgendosi in modo particolare ai bianchi presenti disse: «Voi siete ricchi perché da questa porta avete rubato il tesoro più grande dell’Africa, da questa porta sono passate le nostre forze migliori che i vostri paesi hanno depredato senza neanche porsi il problema di risarcire il danno causato».
È chiaro che non si può vivere il messaggio evangelico senza tenere presente questa storia e ciò che vi è racchiuso. Il Vangelo non può essere scippato ed edulcorato, per non dire tradito dalla tribù dei bianchi che si arrogano il privilegio di dettarne le regole al resto del mondo. Recentemente il premio Nobel per la pace Desmond Tutu ha ribadito un concetto che gli è caro: «Quando arrivarono i bianchi in Sudafrica, essi avevano la parola di Dio e i neri la terra, questi ultimi li accolsero e si ritrovarono loro con la parola di Dio tra le mani e i bianchi con la terra dei neri! Come si fa – prosegue Desmond Tutu – a credere in un messaggio così rivoluzionario come il Vangelo e restare indifferenti di fronte al dramma della povertà, della fame e della miseria, che investe milioni di persone?».
Solo ascoltando la voce dei poveri, si può capire quale direzione intraprendere per uscire dall’angusto schema mentale tutto nostrano, che riduce la fede ad autorevole pulpito in difesa di solenni principi etici, mentre le sfide che interpellano i credenti sono di ben altro spessore.
Una purificazione interiore e un discernimento dei cuori e delle coscienze, è un cammino urgente e necessario da percorrere al fine di recuperare quella novità rivoluzionaria insita nel Vangelo, capace di trasformare la società e le coscienze dei cristiani del Nord come del Sud del mondo.
Mario Bandera (NO)
basta fare un viaggio nei paesi del così detto terzo mondo, e in modo particolare in uno dei più poveri come il Burundi, per capire ogni volta che si rientra in Italia che viviamo in un mondo assai strano. Paesi europei che non hanno materie prime né risorse naturali come l’Italia, o densamente popolate se comparate al loro territorio come l’Olanda e il Belgio, hanno un tenore di vita incredibilmente alto mentre nazioni come il Congo, l’Angola, la Tanzania ecc., pur essendo adagiate su enormi giacimenti di oro, diamanti, petrolio, rame, coltan ecc., sono invece tra i più poveri del mondo. Evidentemente qualcosa non quadra se ci sono macroscopiche differenze come quelle accennate che allargano il fossato in maniera sempre più evidente tra il mondo ricco e il mondo povero.
Sempre tenendo fisso lo sguardo sull’Africa, scopriamo che ogni cinque secondi muore un bambino sotto i dieci anni per fame e malnutrizione. L’anno scorso nel continente nero sono morte di aids quasi tre milioni di persone e, rispetto solo a dieci anni fa, ci sono quaranta milioni di affamati in più che implorano aiuto, ma, paradosso ancora più sconvolgente, è che, mentre l’Africa si riempie di poveri e di disperati e aumenta la mortalità per fame, essa continua a pagare trentacinque milioni di dollari di interessi relativi a debiti contratti negli anni sessanta/settanta, già abbondantemente ripagati, ma che, a causa dei perversi meccanismi dei tassi di interesse creati dalle istituzioni internazionali che gestiscono i prestiti, non riesce ad estinguere.
Qualche studioso ha calcolato che con questi soldi che i poveri “donano” ai ricchi dell’Occidente, si potrebbero salvare ventun milioni di vite ogni anno. A voler essere ancor più analitici, in una lettura già di per sé tragica si deve aggiungere che milioni di africani vivono in maleodoranti baraccopoli e che un’intera generazione di bambini e ragazzi vive rovistando la spazzatura delle megalopoli africane.
Occorre tener presente sempre questi dati, proprio perché, di fronte al dramma della miseria mondiale, esiste il rischio di leggere questa realtà come se essa fosse una specie di “seccatura” da lasciare a quelle anime belle come i missionari, ai volontari laici o, al massimo, da togliersi l’eventuale scrupolo di coscienza con un’offerta magari un tantino più generosa della volta precedente. Non ci stancheremo mai di ripetere che questo stato di cose non può essere il frutto del caso. Come ricordava don Milani, un carro armato non fa danni solo perché qualcuno preme il grilletto da cui parte un colpo mortale; in una certa qual misura esiste una responsabilità globale che non può essere sempre taciuta. Se noi pensiamo, ad esempio, che da due anni le spese per gli armamenti di tutti gli stati del mondo hanno sforato per la prima volta i mille miliardi annui di dollari, avremmo chiaro il concetto che le risorse per vincere fame, povertà e malattie endemiche ci sono; il problema sta nel fatto che queste risorse vengono investite in strumenti di morte, in guerre preventive e in apparati polizieschi costituiti solo ed esclusivamente per difendere gli interessi di pochi.Al recente “Forum Sociale” che si è tenuto a Nairobi, alcuni teologi dei paesi del Sud del mondo hanno espresso il concetto che «il cristianesimo (soprattutto quello praticato dalle nazioni di antica cristianità) ha bisogno di un battesimo d’immersione nel calvario dei popoli. Se non si ha il coraggio, non dico di fare questo passo ma semplicemente di prendere in considerazione questa prospettiva pastorale da cui partire per il nostro agire da credenti in un mondo globalizzato, rischieremmo davvero di presentarci come i difensori dello status quo, dove chi è ricco diventa sempre più ricco e chi è povero diventa sempre più povero, senza essere minimamente sfiorati dal dubbio che anche noi abbiamo bisogno di conversione. Qualche anno fa ebbi la possibilità di visitare l’isola di Goré in Senegal. Goré è poco più di un isolotto a neanche un chilometro dalla costa di Dakar, su cui sorge una costruzione nella quale nei secoli scorsi venivano rinchiusi e ammassati uomini e donne catturati in ogni parte dell’Africa per essere incatenati e successivamente imbarcati per le Americhe. Gli schiavi uscivano da una porticina che li immetteva, tramite una passerella, direttamente sulle navi negriere. Un giovane studente che illustrava i meccanismi infernali che regolavano questo flusso di poveri cristi sottratti alla loro terra, alzando la voce e rivolgendosi in modo particolare ai bianchi presenti disse: «Voi siete ricchi perché da questa porta avete rubato il tesoro più grande dell’Africa, da questa porta sono passate le nostre forze migliori che i vostri paesi hanno depredato senza neanche porsi il problema di risarcire il danno causato».
È chiaro che non si può vivere il messaggio evangelico senza tenere presente questa storia e ciò che vi è racchiuso. Il Vangelo non può essere scippato ed edulcorato, per non dire tradito dalla tribù dei bianchi che si arrogano il privilegio di dettarne le regole al resto del mondo. Recentemente il premio Nobel per la pace Desmond Tutu ha ribadito un concetto che gli è caro: «Quando arrivarono i bianchi in Sudafrica, essi avevano la parola di Dio e i neri la terra, questi ultimi li accolsero e si ritrovarono loro con la parola di Dio tra le mani e i bianchi con la terra dei neri! Come si fa – prosegue Desmond Tutu – a credere in un messaggio così rivoluzionario come il Vangelo e restare indifferenti di fronte al dramma della povertà, della fame e della miseria, che investe milioni di persone?».
Solo ascoltando la voce dei poveri, si può capire quale direzione intraprendere per uscire dall’angusto schema mentale tutto nostrano, che riduce la fede ad autorevole pulpito in difesa di solenni principi etici, mentre le sfide che interpellano i credenti sono di ben altro spessore.
Una purificazione interiore e un discernimento dei cuori e delle coscienze, è un cammino urgente e necessario da percorrere al fine di recuperare quella novità rivoluzionaria insita nel Vangelo, capace di trasformare la società e le coscienze dei cristiani del Nord come del Sud del mondo.
Mario Bandera (NO)
LA MESSA DI SAN PIO V: CHIUSUA O APERTURA DELLA CHIESA?
Cara Settimana,
il giorno 29 giugno la rubrica curata da M. Gramellini sulla prima pagina de La Stampa aveva per titolo Libertà di messa e presentava alcune brevi riflessioni sulla annunciata «reintroduzione» della messa tridentina nella chiesa cattolica. Vale la pena riassumere le idee espresse in quelle poche righe.
Anzitutto si esprime un giudizio duro sulla riforma liturgica, riducendola alla «messa in chitarra e jeans» e pensando la «messa in volgare» come una sorta di volgarizzazione della «versione originale», che sarebbe quella di Pio V. Si aggiunge poi che la scelta che il papa starebbe per compiere appare «rivoluzionaria soprattutto nella forma», poiché non toglie, ma aggiunge: «aumenta le possibilità di scelta senza ridurre la libertà di nessuno». A margine viene anche indicata la preminenza del latino sulle lingue volgari con la seguente argomentazione: «la lingua del cattolicesimo è il latino e le tradizioni si smarriscono anche per colpa delle traduzioni». Infine – ma forse qui sta il fulcro dell'intero percorso – Gramellini esorta a tener conto che questo metodo «liberale» di approccio alla liturgia dovrebbe essere esteso anche alle questioni di diritto civile, come il rapporto tra unioni di fatto e di diritto, uscendo da una lettura solo pedagogica della legge.
Poiché concentra in sé una serie di luoghi comuni abbastanza ovvii nella coscienza civile contemporanea, questo breve articolo merita una serie di accurate puntualizzazioni.
In primo luogo bisogna ricordare che la riforma liturgica viene da molto prima del 1968: già ai primi del 1800 vi erano uomini che lamentavano la grande crisi della “messa di Pio V”!
Coloro che prima hanno scritto il concilio e poi la riforma liturgica si sono preoccupati di dare risposta ad una crisi della messa che durava da almeno 150 anni. Accusarli di aver determinato la «messa in jeans e chitarra» è come minimo una grave imprecisione. Esattamente come considerare la «messa in volgare» una brutta copia dell'«originale».
Qui bisogna essere molto precisi. La messa “volgare” in italiano, come quella in francese o in tedesco, ha un suo originale latino che è molto diverso e molto più ricco della messa di Pio V. La messa tridentina non è l'«originale» della messa in volgare, ma è il rito che è stato riformato dopo il concilio a causa delle sue lacune, per formulare quel diverso rito latino – più ricco e più sobrio – che noi celebriamo ordinariamente nella traduzione in lingua volgare. È un grave fraintendimento non distinguere tra ciò che determinava la crisi (la messa di Pio V) e ciò che ha contribuito al suo superamento (il nuovo rito postconciliare).
Qui bisogna poi inserire una piccola precisazione circa il rapporto tra tradizione e traduzione. Non è affatto vero che le traduzioni siano la corruzione delle tradizioni. Almeno per il cristianesimo, l'unica possibilità di mantenere la tradizione è quella di tradurre. È sempre stato così, fin da quando l'aramaico si è fatto greco, il greco latino e poi il latino le molte lingue che l'uomo parla, fino alle nostre. Quando non si è più disposti a tradurre, allora si perde la tradizione, cadendo nelle forme del tradizionalismo senza futuro. La liturgia non è un museo con una grande offerta di “beni culturali” e la chiesa non è un’agenzia di servizi religiosi, che da domani avrà un nuovo prodotto a disposizione dei clienti.
Infine, merita un’ultima osservazione proprio la valutazione conclusiva di Gramellini. È vero, la logica «liberale» che sembra ispirare molti luoghi comuni intorno alla liturgia nella chiesa di oggi potrebbe far pensare che la soluzione pluralista in liturgia possa essere estesa anche al campo morale o giuridico, con bella coerenza.
Io sarei invece del parere che si possa capovolgere il paragone. L'identità cristiana non può sopportare un’identità liturgica che non sia capace di vera unità. Proprio quando acquisisce senza traumi la logica di una “nuova liturgia”, che rilegge autorevolmente la tradizione secondo nuove lingue e nuove culture, allora la chiesa è in grado di affrontare le questioni politiche, etiche e giuridiche con quella apertura e quella serenità che può tenerla lontana da ogni forma di rigida contrapposizione.
Ma, in fondo, questo sta scritto irreversibilmente nella storia della chiesa degli ultimi 40 anni. Da 40 anni noi formiamo i cristiani e gli stessi preti secondo le lingue, le culture, le teologie e le spiritualità scritte nei gesti e nei silenzi, nei riti e nei canti della nuova liturgia. Ciò è tanto vero che non è affatto escluso che, se domani qualche cristiano in buona coscienza si recherà dal proprio parroco per chiedere la celebrazione della messa secondo il rito di Pio V, potrà sentirsi rispondere, in totale buona fede: «Mi perdoni, ma non ne sono capace: questa non è né la chiesa né la liturgia in cui ho imparato a credere, a vivere e a pregare».
Noi tutti, che siamo stati formati dopo il concilio Vaticano II, siamo “oltre” la messa di Pio V: lo si voglia o no, indietro non si torna.
Andrea Grillo
il giorno 29 giugno la rubrica curata da M. Gramellini sulla prima pagina de La Stampa aveva per titolo Libertà di messa e presentava alcune brevi riflessioni sulla annunciata «reintroduzione» della messa tridentina nella chiesa cattolica. Vale la pena riassumere le idee espresse in quelle poche righe.
Anzitutto si esprime un giudizio duro sulla riforma liturgica, riducendola alla «messa in chitarra e jeans» e pensando la «messa in volgare» come una sorta di volgarizzazione della «versione originale», che sarebbe quella di Pio V. Si aggiunge poi che la scelta che il papa starebbe per compiere appare «rivoluzionaria soprattutto nella forma», poiché non toglie, ma aggiunge: «aumenta le possibilità di scelta senza ridurre la libertà di nessuno». A margine viene anche indicata la preminenza del latino sulle lingue volgari con la seguente argomentazione: «la lingua del cattolicesimo è il latino e le tradizioni si smarriscono anche per colpa delle traduzioni». Infine – ma forse qui sta il fulcro dell'intero percorso – Gramellini esorta a tener conto che questo metodo «liberale» di approccio alla liturgia dovrebbe essere esteso anche alle questioni di diritto civile, come il rapporto tra unioni di fatto e di diritto, uscendo da una lettura solo pedagogica della legge.
Poiché concentra in sé una serie di luoghi comuni abbastanza ovvii nella coscienza civile contemporanea, questo breve articolo merita una serie di accurate puntualizzazioni.
In primo luogo bisogna ricordare che la riforma liturgica viene da molto prima del 1968: già ai primi del 1800 vi erano uomini che lamentavano la grande crisi della “messa di Pio V”!
Coloro che prima hanno scritto il concilio e poi la riforma liturgica si sono preoccupati di dare risposta ad una crisi della messa che durava da almeno 150 anni. Accusarli di aver determinato la «messa in jeans e chitarra» è come minimo una grave imprecisione. Esattamente come considerare la «messa in volgare» una brutta copia dell'«originale».
Qui bisogna essere molto precisi. La messa “volgare” in italiano, come quella in francese o in tedesco, ha un suo originale latino che è molto diverso e molto più ricco della messa di Pio V. La messa tridentina non è l'«originale» della messa in volgare, ma è il rito che è stato riformato dopo il concilio a causa delle sue lacune, per formulare quel diverso rito latino – più ricco e più sobrio – che noi celebriamo ordinariamente nella traduzione in lingua volgare. È un grave fraintendimento non distinguere tra ciò che determinava la crisi (la messa di Pio V) e ciò che ha contribuito al suo superamento (il nuovo rito postconciliare).
Qui bisogna poi inserire una piccola precisazione circa il rapporto tra tradizione e traduzione. Non è affatto vero che le traduzioni siano la corruzione delle tradizioni. Almeno per il cristianesimo, l'unica possibilità di mantenere la tradizione è quella di tradurre. È sempre stato così, fin da quando l'aramaico si è fatto greco, il greco latino e poi il latino le molte lingue che l'uomo parla, fino alle nostre. Quando non si è più disposti a tradurre, allora si perde la tradizione, cadendo nelle forme del tradizionalismo senza futuro. La liturgia non è un museo con una grande offerta di “beni culturali” e la chiesa non è un’agenzia di servizi religiosi, che da domani avrà un nuovo prodotto a disposizione dei clienti.
Infine, merita un’ultima osservazione proprio la valutazione conclusiva di Gramellini. È vero, la logica «liberale» che sembra ispirare molti luoghi comuni intorno alla liturgia nella chiesa di oggi potrebbe far pensare che la soluzione pluralista in liturgia possa essere estesa anche al campo morale o giuridico, con bella coerenza.
Io sarei invece del parere che si possa capovolgere il paragone. L'identità cristiana non può sopportare un’identità liturgica che non sia capace di vera unità. Proprio quando acquisisce senza traumi la logica di una “nuova liturgia”, che rilegge autorevolmente la tradizione secondo nuove lingue e nuove culture, allora la chiesa è in grado di affrontare le questioni politiche, etiche e giuridiche con quella apertura e quella serenità che può tenerla lontana da ogni forma di rigida contrapposizione.
Ma, in fondo, questo sta scritto irreversibilmente nella storia della chiesa degli ultimi 40 anni. Da 40 anni noi formiamo i cristiani e gli stessi preti secondo le lingue, le culture, le teologie e le spiritualità scritte nei gesti e nei silenzi, nei riti e nei canti della nuova liturgia. Ciò è tanto vero che non è affatto escluso che, se domani qualche cristiano in buona coscienza si recherà dal proprio parroco per chiedere la celebrazione della messa secondo il rito di Pio V, potrà sentirsi rispondere, in totale buona fede: «Mi perdoni, ma non ne sono capace: questa non è né la chiesa né la liturgia in cui ho imparato a credere, a vivere e a pregare».
Noi tutti, che siamo stati formati dopo il concilio Vaticano II, siamo “oltre” la messa di Pio V: lo si voglia o no, indietro non si torna.
Andrea Grillo
L'OMELIA È FATTA BENE?
Caro don Franco,
ho ascoltato domenica scorsa la sua predica alla messa di mezzogiorno, e debbo dire –pur con tutta la stima che ho per lei – che mi ha un po’ deluso. Lei mi perdonerà se con estrema sincerità dirò quello che penso. Premetto: appartengo a quella schiera di cattolici che chiamerei “dialoganti”, convinti che l’obbedienza e il silenzio non siano le massime virtù di un credente. Anzi. Penso che tutto possa essere discusso tranne i dogmi, figuriamoci poi una predica domenicale.
Sarò dunque sincero, e le dirò da semplice credente la mia opinione.
Lei appartiene a quella categoria di sacerdoti che si sono convertiti al foglietto scritto. La vedo, caro don Franco, mentre legge quello che ha buttato giù la sera prima. Non sbircia velocemente una scaletta per poi andare a braccio. No. Lei recita la sua omelia come un attore che abbia imparato la parte, e ogni parola sembra essenziale come se si trattasse di un documento politico in cui anche una sfumatura riveste un significato particolare. Ma, così facendo, la sua predica è già morta prima di essere pronunciata per due ragioni: innanzi tutto perché perde di immediatezza, e non c’è più comunicazione fra fedeli e sacerdote. I vecchi oratori sapevano dosare gli effetti a seconda della rispondenza del pubblico. Se avessero visto qualcuno che sbadigliava, cambiavano strada. La predica scritta la sera prima è come un pesce surgelato: sarà anche buono ma il sapore di quello fresco è diverso. E la seconda ragione è che, nella maggioranza dei casi, l’omelia è tratta, sia pure a grandi linee, da qualche manuale di predicazione, salvo ritocchi e modifiche, e dunque diventa asettica, impersonale e, quel che più conta, noiosa.
Quand’ero bambino ero abituato al pulpito. Allora – eravamo in periodo preconciliare – anche durante la messa, salvo che all’elevazione, il sacerdote predicava per tutta la durata del rito. E anche la sera, nelle chiese principali come S. Ignazio o al Gesù, si esibivano i grandi oratori che sapevano tener desto l’uditorio con tutti gli arnesi del mestiere: il gesto, la mano levata a mo’ di ammonimento, la voce ora minacciosa ora suadente, le pause studiate. È probabile che molte di quelle prediche fossero troppo artefatte, troppo sceneggiate. Non lo nego. Ma avevano il pregio di farsi ascoltare anche se facevano ricorso a tutto l’armamentario un po’ consunto di apparizioni, miracoli e storie edificanti.
I predicatori di oggi – salvo naturalmente le debite eccezioni – non hanno nemmeno quei vecchi pregi. Conosco alcune parrocchie dove il risultato finale dell’omelia è la noia mortale. Il fedele dentro di sé pensa: “Dio mio, ma quando finisce?”.
La seconda osservazione che mi viene da fare è la lunghezza. Viviamo tutti in un’epoca di velocità, con dei ritmi estremamente serrati. Chi le scrive ha fatto l’inviato in tante parti del mondo. Il tempo massimo permesso dai telegiornali e giornali radio era di due minuti se l’avvenimento era importante, ma si riduceva a un minuto e mezzo se il fatto era di secondaria importanza. E allora mi chiedo: perché costringere la gente inchiodata al banco per venti minuti quando i tempi vanno contati sul metro dell’attualità? Ora non dico che un’omelia debba durare un minuto, ma deve essere stringata e viaggiare su misure alle quali il fedele è abituato. Del resto, la stessa televisione e radio danno esempi di brevità anche nelle rubriche religiose dove una meditazione non supera i tre minuti. Fra i tanti programmi andati in onda, ricordo qui una serie di Piero Gheddo che era esemplare per sintesi.
Ma, caro don Franco, lei mi potrebbe obiettare che quello che conta non è né il tempo, né il foglietto scritto. Ma quello che c’è dentro la predica, cioè il pensiero, il messaggio, l’essenza.
Concordo con lei. Il messaggio è la cosa più importante. Ma è proprio qui che si colgono in tanti predicatori domenicali i limiti della comunicazione. Non si può imbottire la coscienza del fedele di tanti precetti che, finita la messa, svaniscono come neve al sole. Non si può dire alla gente che dev’essere casta, devota, caritatevole, mite, di preghiera, di sacrificio, ligia ai propri doveri di stato, buoni mariti o buone mogli, e tutto questo in venti minuti. Il risultato è che di tanti saggi consigli non resta niente se non un vago invito ad essere buoni.
Sono del parere che la predica debba dare al fedele un concetto, uno solo. Qualcosa che lo accompagni durante la settimana. Un pensiero chiaro, limpido, essenziale che non muoia, appunto, all’uscita della chiesa. E questo consiglio resterà impresso quanto più sarà stato lineare. Ma tutto questo esige dal sacerdote preparazione, cultura, senso del pubblico e capacità di comunicazione. Lo so, è un lavoro che richiede fatica e intelligenza. A fare una predica infarcita di luoghi comuni ci vuole poco. Per colpire il fedele e lasciare un segno, ci vuole molto. Come diceva Montanelli, la chiarezza costa una grande fatica. Vale per un articolo e per una predica. Occorre sfrondare il testo da tutte le cose accessorie e puntare all’essenziale.
C’è poi una cosa, caro don Franco, che nella predica di tanti sacerdoti trovo astruso: il distacco dalla vita reale.
Provo a chiedere a me stesso: cosa cerchi in un’omelia? Ecco, io cerco qualcosa che si inserisca nella mia vita di ogni giorno. L’omelia dev’essere – mi piace usare questo termine – esistenziale, deve calarsi nella mia vita personale, di famiglia, di ufficio, politica, civile. Deve trattare con quello che tocca la mia sfera personale, il dolore, la malattia, la morte, la disoccupazione, il clientelismo, le disillusioni, le amarezze, i figli, la suocera, la professione, il successo o l’insuccesso, la solitudine, la vecchiaia. Qualcuno dirà: ma la domenica il sacerdote deve spiegare il vangelo. D’accordo. Ma il vangelo deve parlare all’esistenza di ognuno, dev’essere attualizzato, dev’essere una verità rimodellata sulla vita di oggi, resa contemporanea.
Sento invece sempre di più in giro un vangelo asettico che non incide sui miei problemi personali, sui problemi quotidiani della gente, un vangelo rarefatto, sospeso a mezz’aria, buono per tutte le stagioni, ieri come oggi. E proprio perché così, non incide nella mia coscienza, mi passa sopra come acqua che scivola via. Riassumere i fatti del vangelo con altre parole, sbrodolare una parabola succinta con un riassunto abborracciato non serve a niente. Irrita solamente.
Faccio qualche esempio perché il mio discorso non sembri solo teorico. Vivo in una parrocchia dove i fedeli sono in maggioranza professionisti, alti dirigenti di stato o di banche, politici, giornalisti. Quali saranno i peccati di questa gente? Solo l’amante, l’adulterio, il tradimento come è ormai un consumato cliché?
Conoscendo qualcuno di loro, so che si sentono a posto con la coscienza perché non hanno divorziato, non hanno praticato l’aborto e non hanno tradito la moglie. La vita cristiana finisce dunque tutta qui? Proprio perché ne conosco personalmente alcuni, so che esistono altre forme di peccato sulle quali non si richiama mai l’attenzione. Molti di costoro improntano il loro lavoro al più bieco clientelismo. Se non si è della stessa parrocchia politica, non c’è spazio. E dunque favoriscono appalti truccati, falsi concorsi in cui si sa già chi è il vincitore. Direttori generali e dirigenti che umiliano chi non ha santi in paradiso e che emarginano i meritevoli. I quali magari porteranno questa ferita per chissà quanti anni. Ebbene, io penso che un’omelia “esistenziale” non possa prescindere da problemi come questi. È inutile parlare di giustizia in termini vaghi che lasciano il tempo che trovano, occorre risvegliare nel fedele una sensibilità per questi temi del nostro tempo.
Mi sembra, caro don Franco, che vi sia oggi molto formalismo religioso che si appaga di formule vuote. Faccio un esempio: ogni volta che dopo il Pater noster viene l’invito a stringere la mano in segno di pace, penso sempre che si tratta di un simbolo che bisognerebbe caricare di significati concreti. Mi piacerebbe che il sacerdote dicesse: “Perdonate dentro di voi la persona che non amate, vostra suocera, vostra moglie, la segretaria, il capufficio. Perdonate in cuor vostro la persona che odiate”.
Ecco, allora il segno di pace diventerebbe un segno tangibile, tale da incidere nella nostra vita quotidiana. Ma qui il discorso ci porterebbe troppo lontano.
Lei mi chiederà a questo punto, caro don Franco, perché si verificano fra i sacerdoti questi che potremmo chiamare disguidi di formazione. La ragione, a mio modo di vedere, sta nella crisi che investe il clero sempre meno sicuro della sua identità e della sua funzione sociale. Ricordo nella mia infanzia parroci di paese che si sentivano veramente pastori della comunità, e la comunità li considerava una guida. Oggi incontro nelle campagne poveri parroci che non hanno più nemmeno la perpetua, che si cucinano da soli e che vivono spesso trascurati o dimenticati dal paese. Non è possibile che una situazione sociale così disastrata non si ripercuota in modo sensibile sul clero.
C’è inoltre un deficit di cultura. Non che la cultura basti di per se stessa. Un sant’uomo irraggia attorno a sé un alone di amore e di carità che vale diecimila prediche intelligenti. Ma qui parliamo di gente normale. QQQuando si ha una cultura modesta e non si è santi, allora il difetto è visibile. Un sacerdote deve essere in sintonia col proprio tempo, deve leggere i giornali (non solo Avvenire e l’Osservatore), deve guardare – anche se stanca – la televisione per sapere cosa bolle in pentola. Solo così si entra in sintonia con lo stesso ambiente dei propri parrocchiani. Solo così quel brano di vangelo può essere attualizzato, immerso nella realtà, e non un vangelo atemporale ed evanescente che sa di supermercato sacro, buono per ogni domenica e per tutti gli ambienti.
Mi rendo conto, caro don Franco, delle difficoltà che questo tipo di catechesi incontra. A mio parere, occorre battere la strada della “riqualificazione” come si usa in tutte le aziende del mondo. Gli anni di seminario non bastano per tutta una vita. Penso che dei corsi veloci, essenziali, sintetici potrebbero migliorare la situazione. Non capisco perché industriali e uomini politici si affidano a esperti di comunicazione, e un sacerdote può fare a meno di questi sussidi. Resto convinto che un po’ di tecnica e di buono studio potrebbe darci dei risultati. Non si tratta di organizzare dei corsi di lunga durata ma semplicemente di tanto in tanto una “tre giorni” che rinfreschi la mente e rimetta in circolo nuove idee.
Caro don Franco, quello che le ho scritto è la mia modesta esperienza di fedele, suscettibile di critica e di disaccordo. Non pretendo di aver ragione. Avanzo solo dubbi e perplessità. Se queste righe potranno suscitare un dibattito, ne sarò lieto. Chi avrà da guadagnarne sarà la spiritualità di tutti noi.
Mi creda sempre con affetto, suo
Carlo Napoli
carlo.napoli5@tin.it
ho ascoltato domenica scorsa la sua predica alla messa di mezzogiorno, e debbo dire –pur con tutta la stima che ho per lei – che mi ha un po’ deluso. Lei mi perdonerà se con estrema sincerità dirò quello che penso. Premetto: appartengo a quella schiera di cattolici che chiamerei “dialoganti”, convinti che l’obbedienza e il silenzio non siano le massime virtù di un credente. Anzi. Penso che tutto possa essere discusso tranne i dogmi, figuriamoci poi una predica domenicale.
Sarò dunque sincero, e le dirò da semplice credente la mia opinione.
Lei appartiene a quella categoria di sacerdoti che si sono convertiti al foglietto scritto. La vedo, caro don Franco, mentre legge quello che ha buttato giù la sera prima. Non sbircia velocemente una scaletta per poi andare a braccio. No. Lei recita la sua omelia come un attore che abbia imparato la parte, e ogni parola sembra essenziale come se si trattasse di un documento politico in cui anche una sfumatura riveste un significato particolare. Ma, così facendo, la sua predica è già morta prima di essere pronunciata per due ragioni: innanzi tutto perché perde di immediatezza, e non c’è più comunicazione fra fedeli e sacerdote. I vecchi oratori sapevano dosare gli effetti a seconda della rispondenza del pubblico. Se avessero visto qualcuno che sbadigliava, cambiavano strada. La predica scritta la sera prima è come un pesce surgelato: sarà anche buono ma il sapore di quello fresco è diverso. E la seconda ragione è che, nella maggioranza dei casi, l’omelia è tratta, sia pure a grandi linee, da qualche manuale di predicazione, salvo ritocchi e modifiche, e dunque diventa asettica, impersonale e, quel che più conta, noiosa.
Quand’ero bambino ero abituato al pulpito. Allora – eravamo in periodo preconciliare – anche durante la messa, salvo che all’elevazione, il sacerdote predicava per tutta la durata del rito. E anche la sera, nelle chiese principali come S. Ignazio o al Gesù, si esibivano i grandi oratori che sapevano tener desto l’uditorio con tutti gli arnesi del mestiere: il gesto, la mano levata a mo’ di ammonimento, la voce ora minacciosa ora suadente, le pause studiate. È probabile che molte di quelle prediche fossero troppo artefatte, troppo sceneggiate. Non lo nego. Ma avevano il pregio di farsi ascoltare anche se facevano ricorso a tutto l’armamentario un po’ consunto di apparizioni, miracoli e storie edificanti.
I predicatori di oggi – salvo naturalmente le debite eccezioni – non hanno nemmeno quei vecchi pregi. Conosco alcune parrocchie dove il risultato finale dell’omelia è la noia mortale. Il fedele dentro di sé pensa: “Dio mio, ma quando finisce?”.
La seconda osservazione che mi viene da fare è la lunghezza. Viviamo tutti in un’epoca di velocità, con dei ritmi estremamente serrati. Chi le scrive ha fatto l’inviato in tante parti del mondo. Il tempo massimo permesso dai telegiornali e giornali radio era di due minuti se l’avvenimento era importante, ma si riduceva a un minuto e mezzo se il fatto era di secondaria importanza. E allora mi chiedo: perché costringere la gente inchiodata al banco per venti minuti quando i tempi vanno contati sul metro dell’attualità? Ora non dico che un’omelia debba durare un minuto, ma deve essere stringata e viaggiare su misure alle quali il fedele è abituato. Del resto, la stessa televisione e radio danno esempi di brevità anche nelle rubriche religiose dove una meditazione non supera i tre minuti. Fra i tanti programmi andati in onda, ricordo qui una serie di Piero Gheddo che era esemplare per sintesi.
Ma, caro don Franco, lei mi potrebbe obiettare che quello che conta non è né il tempo, né il foglietto scritto. Ma quello che c’è dentro la predica, cioè il pensiero, il messaggio, l’essenza.
Concordo con lei. Il messaggio è la cosa più importante. Ma è proprio qui che si colgono in tanti predicatori domenicali i limiti della comunicazione. Non si può imbottire la coscienza del fedele di tanti precetti che, finita la messa, svaniscono come neve al sole. Non si può dire alla gente che dev’essere casta, devota, caritatevole, mite, di preghiera, di sacrificio, ligia ai propri doveri di stato, buoni mariti o buone mogli, e tutto questo in venti minuti. Il risultato è che di tanti saggi consigli non resta niente se non un vago invito ad essere buoni.
Sono del parere che la predica debba dare al fedele un concetto, uno solo. Qualcosa che lo accompagni durante la settimana. Un pensiero chiaro, limpido, essenziale che non muoia, appunto, all’uscita della chiesa. E questo consiglio resterà impresso quanto più sarà stato lineare. Ma tutto questo esige dal sacerdote preparazione, cultura, senso del pubblico e capacità di comunicazione. Lo so, è un lavoro che richiede fatica e intelligenza. A fare una predica infarcita di luoghi comuni ci vuole poco. Per colpire il fedele e lasciare un segno, ci vuole molto. Come diceva Montanelli, la chiarezza costa una grande fatica. Vale per un articolo e per una predica. Occorre sfrondare il testo da tutte le cose accessorie e puntare all’essenziale.
C’è poi una cosa, caro don Franco, che nella predica di tanti sacerdoti trovo astruso: il distacco dalla vita reale.
Provo a chiedere a me stesso: cosa cerchi in un’omelia? Ecco, io cerco qualcosa che si inserisca nella mia vita di ogni giorno. L’omelia dev’essere – mi piace usare questo termine – esistenziale, deve calarsi nella mia vita personale, di famiglia, di ufficio, politica, civile. Deve trattare con quello che tocca la mia sfera personale, il dolore, la malattia, la morte, la disoccupazione, il clientelismo, le disillusioni, le amarezze, i figli, la suocera, la professione, il successo o l’insuccesso, la solitudine, la vecchiaia. Qualcuno dirà: ma la domenica il sacerdote deve spiegare il vangelo. D’accordo. Ma il vangelo deve parlare all’esistenza di ognuno, dev’essere attualizzato, dev’essere una verità rimodellata sulla vita di oggi, resa contemporanea.
Sento invece sempre di più in giro un vangelo asettico che non incide sui miei problemi personali, sui problemi quotidiani della gente, un vangelo rarefatto, sospeso a mezz’aria, buono per tutte le stagioni, ieri come oggi. E proprio perché così, non incide nella mia coscienza, mi passa sopra come acqua che scivola via. Riassumere i fatti del vangelo con altre parole, sbrodolare una parabola succinta con un riassunto abborracciato non serve a niente. Irrita solamente.
Faccio qualche esempio perché il mio discorso non sembri solo teorico. Vivo in una parrocchia dove i fedeli sono in maggioranza professionisti, alti dirigenti di stato o di banche, politici, giornalisti. Quali saranno i peccati di questa gente? Solo l’amante, l’adulterio, il tradimento come è ormai un consumato cliché?
Conoscendo qualcuno di loro, so che si sentono a posto con la coscienza perché non hanno divorziato, non hanno praticato l’aborto e non hanno tradito la moglie. La vita cristiana finisce dunque tutta qui? Proprio perché ne conosco personalmente alcuni, so che esistono altre forme di peccato sulle quali non si richiama mai l’attenzione. Molti di costoro improntano il loro lavoro al più bieco clientelismo. Se non si è della stessa parrocchia politica, non c’è spazio. E dunque favoriscono appalti truccati, falsi concorsi in cui si sa già chi è il vincitore. Direttori generali e dirigenti che umiliano chi non ha santi in paradiso e che emarginano i meritevoli. I quali magari porteranno questa ferita per chissà quanti anni. Ebbene, io penso che un’omelia “esistenziale” non possa prescindere da problemi come questi. È inutile parlare di giustizia in termini vaghi che lasciano il tempo che trovano, occorre risvegliare nel fedele una sensibilità per questi temi del nostro tempo.
Mi sembra, caro don Franco, che vi sia oggi molto formalismo religioso che si appaga di formule vuote. Faccio un esempio: ogni volta che dopo il Pater noster viene l’invito a stringere la mano in segno di pace, penso sempre che si tratta di un simbolo che bisognerebbe caricare di significati concreti. Mi piacerebbe che il sacerdote dicesse: “Perdonate dentro di voi la persona che non amate, vostra suocera, vostra moglie, la segretaria, il capufficio. Perdonate in cuor vostro la persona che odiate”.
Ecco, allora il segno di pace diventerebbe un segno tangibile, tale da incidere nella nostra vita quotidiana. Ma qui il discorso ci porterebbe troppo lontano.
Lei mi chiederà a questo punto, caro don Franco, perché si verificano fra i sacerdoti questi che potremmo chiamare disguidi di formazione. La ragione, a mio modo di vedere, sta nella crisi che investe il clero sempre meno sicuro della sua identità e della sua funzione sociale. Ricordo nella mia infanzia parroci di paese che si sentivano veramente pastori della comunità, e la comunità li considerava una guida. Oggi incontro nelle campagne poveri parroci che non hanno più nemmeno la perpetua, che si cucinano da soli e che vivono spesso trascurati o dimenticati dal paese. Non è possibile che una situazione sociale così disastrata non si ripercuota in modo sensibile sul clero.
C’è inoltre un deficit di cultura. Non che la cultura basti di per se stessa. Un sant’uomo irraggia attorno a sé un alone di amore e di carità che vale diecimila prediche intelligenti. Ma qui parliamo di gente normale. QQQuando si ha una cultura modesta e non si è santi, allora il difetto è visibile. Un sacerdote deve essere in sintonia col proprio tempo, deve leggere i giornali (non solo Avvenire e l’Osservatore), deve guardare – anche se stanca – la televisione per sapere cosa bolle in pentola. Solo così si entra in sintonia con lo stesso ambiente dei propri parrocchiani. Solo così quel brano di vangelo può essere attualizzato, immerso nella realtà, e non un vangelo atemporale ed evanescente che sa di supermercato sacro, buono per ogni domenica e per tutti gli ambienti.
Mi rendo conto, caro don Franco, delle difficoltà che questo tipo di catechesi incontra. A mio parere, occorre battere la strada della “riqualificazione” come si usa in tutte le aziende del mondo. Gli anni di seminario non bastano per tutta una vita. Penso che dei corsi veloci, essenziali, sintetici potrebbero migliorare la situazione. Non capisco perché industriali e uomini politici si affidano a esperti di comunicazione, e un sacerdote può fare a meno di questi sussidi. Resto convinto che un po’ di tecnica e di buono studio potrebbe darci dei risultati. Non si tratta di organizzare dei corsi di lunga durata ma semplicemente di tanto in tanto una “tre giorni” che rinfreschi la mente e rimetta in circolo nuove idee.
Caro don Franco, quello che le ho scritto è la mia modesta esperienza di fedele, suscettibile di critica e di disaccordo. Non pretendo di aver ragione. Avanzo solo dubbi e perplessità. Se queste righe potranno suscitare un dibattito, ne sarò lieto. Chi avrà da guadagnarne sarà la spiritualità di tutti noi.
Mi creda sempre con affetto, suo
Carlo Napoli
carlo.napoli5@tin.it
OSSERVAZIONI SULL'OMELIA
Spettabile Settimana,
ho letto con curiosità e interesse l’articolo di Carlo Napoli sulle omelie e sui gesti della santa messa.
Sono un organista liturgico, per cui abitualmente seguo la messa domenicale con lo stesso predicatore. La nostra è una messa extraparrocchiale in quanto vengono persone anche occasionali, anche se lo “zoccolo duro” è il medesimo. Concordo, comunque, con Carlo Napoli praticamente in tutto.
1. Durata dell’omelia: è proprio con 5 minuti che si raggiungono di più i cuori, magari sviscerando i concetti chiave della nostra fede: la risurrezione, l’annuncio, le tasse, il lavoro, il sacrificio di tirare avanti tutti i giorni ecc., e sui questi problemi lanciare un’àncora, come per esempio il personale confronto con la Parola, l’affidarsi in modo reale, non emotivo a Dio come a colui che vede e provvede il nostro vero bene.
2. Ho sperimentato proprio di recente come l’avere affidato nella preghiera la mia voglia di riconciliazione con i nemici quotidiani (clienti, concorrenti, persone che mi hanno denigrato per ignoranza, colleghi di lavoro, conoscenti….), dentro il sacrificio eucaristico ha dato veramente esiti quantomeno “strani”: durante la settimana successiva ho potuto sperimentare come la preghiera a cui ho cercato di applicare il desiderio autentico dell’azione è stata veramente efficace o comunque mi si sono aperti orizzonti insperati.
3. Sulla considerazione della formazione del clero sono molto più perplesso: per il mio lavoro opero in collaborazione con alcune associazioni culturali ecclesiali e conosco bene la realtà del clero della mia diocesi. Esempio lampante un recente incontro serale con una personalità di livello nazionale dell’AC (il vescovo Lambiasi, all’epoca assistente nazionale e ora arcivescovo nominato di Rimini), nel quale si discuteva la pastorale del “dopo Verona” – quindi il tema fondante dell’azione delle parrocchie e dei parroci dei prossimi dieci anni – al quale erano presenti il vescovo e non più di 5 preti, su oltre 200 (!) della diocesi. Se non si ha il tempo di ascoltare, meditare, recepire le linee della pastorale, come si fa a non pensare che tutto è improvvisato e tutto è nelle mani di sentimenti, sensazioni e non si è parte di una famiglia (la chiesa) che dovrebbe essere veramente una, consapevole del ruolo che incarna…?
4. Anche il ruolo laicale è ancora molto mortificato nella assemblea liturgica e nella chiesa in genere, spesso frutto di deleghe in bianco di qualche prete troppo o troppo poco attivo o frutto di nomine autoreferenziali dove, per motivi vari, alcune persone si incaricano da sé di compiere gesti e azioni che trovano la condiscendenza di sacerdoti timorosi o di comunità menefreghiste.
Grazie della vostra missione.
Luca Ferrari
ho letto con curiosità e interesse l’articolo di Carlo Napoli sulle omelie e sui gesti della santa messa.
Sono un organista liturgico, per cui abitualmente seguo la messa domenicale con lo stesso predicatore. La nostra è una messa extraparrocchiale in quanto vengono persone anche occasionali, anche se lo “zoccolo duro” è il medesimo. Concordo, comunque, con Carlo Napoli praticamente in tutto.
1. Durata dell’omelia: è proprio con 5 minuti che si raggiungono di più i cuori, magari sviscerando i concetti chiave della nostra fede: la risurrezione, l’annuncio, le tasse, il lavoro, il sacrificio di tirare avanti tutti i giorni ecc., e sui questi problemi lanciare un’àncora, come per esempio il personale confronto con la Parola, l’affidarsi in modo reale, non emotivo a Dio come a colui che vede e provvede il nostro vero bene.
2. Ho sperimentato proprio di recente come l’avere affidato nella preghiera la mia voglia di riconciliazione con i nemici quotidiani (clienti, concorrenti, persone che mi hanno denigrato per ignoranza, colleghi di lavoro, conoscenti….), dentro il sacrificio eucaristico ha dato veramente esiti quantomeno “strani”: durante la settimana successiva ho potuto sperimentare come la preghiera a cui ho cercato di applicare il desiderio autentico dell’azione è stata veramente efficace o comunque mi si sono aperti orizzonti insperati.
3. Sulla considerazione della formazione del clero sono molto più perplesso: per il mio lavoro opero in collaborazione con alcune associazioni culturali ecclesiali e conosco bene la realtà del clero della mia diocesi. Esempio lampante un recente incontro serale con una personalità di livello nazionale dell’AC (il vescovo Lambiasi, all’epoca assistente nazionale e ora arcivescovo nominato di Rimini), nel quale si discuteva la pastorale del “dopo Verona” – quindi il tema fondante dell’azione delle parrocchie e dei parroci dei prossimi dieci anni – al quale erano presenti il vescovo e non più di 5 preti, su oltre 200 (!) della diocesi. Se non si ha il tempo di ascoltare, meditare, recepire le linee della pastorale, come si fa a non pensare che tutto è improvvisato e tutto è nelle mani di sentimenti, sensazioni e non si è parte di una famiglia (la chiesa) che dovrebbe essere veramente una, consapevole del ruolo che incarna…?
4. Anche il ruolo laicale è ancora molto mortificato nella assemblea liturgica e nella chiesa in genere, spesso frutto di deleghe in bianco di qualche prete troppo o troppo poco attivo o frutto di nomine autoreferenziali dove, per motivi vari, alcune persone si incaricano da sé di compiere gesti e azioni che trovano la condiscendenza di sacerdoti timorosi o di comunità menefreghiste.
Grazie della vostra missione.
Luca Ferrari
lunedì 28 maggio 2007
E DOPO IL "FAMILY DAY"?
Cara Settimana,
di ritorno dal grande raduno romano del “Family Day” (ma perché poi un nome inglese…?), alcuni miei amici hanno testimoniato con grande entusiasmo il clima di serenità, fraternità e imparzialità politica che vi si respirava, davvero una grande festa della famiglia, a difesa dell’istituto familiare ma senza battaglie ideologiche o “di campo”. Hanno poi sottolineato il grande valore di testimonianza dell’esserci stati, come cattolici, e lasciato intendere – tra le righe, ovviamente! – che questa pacifica battaglia avrebbe dovuto coinvolgere e muovere tutte le coscienze credenti (ben oltre il milione di partecipanti…) veramente preoccupate di tutelare l’unità e il valore della famiglia.
Confesso che, dopo aver ammirato le belle immagini dei passeggini o dei bimbi sdraiati sul prato di Piazza San Giovanni nel solare sabato del maggio romano e gli sguardi sorridenti dei politici (quasi tutti del Centro-destra…però) che in maniche di camicia sfilavano felici tra la folla quasi incurante di loro, mi sono un poco incupito e sentito alquanto in colpa – come cattolico praticante anch’io – per non aver accolto l’invito dei vescovi e partecipato all’Evento, sponsorizzato attraverso le migliaia di parrocchie italiane (non tutte, per la verità, hanno distribuito ai fedeli i colorati volantini).
Dalla piccola discussione che ne è sorta ho tratto alcune domande e considerazioni che mi piacerebbe trovassero eco sulla vostra apprezzata rivista, di cui sono affezionato lettore. Tutti noi cattolici amiamo la famiglia e vogliamo difenderne il valore istituzionale rispetto a forme contraffatte e surrogate (vedi i casi francese e spagnolo), ma – come si chiedeva Domenico Rosati dalle colonne de Il Mattino del 12 maggio – «chi non partecipa [al Family Day] detesta la famiglia o l’ama di meno?».
Il punto critico – a mio avviso – non è partecipare o meno ad una manifestazione, che si presta ad inevitabili manipolazioni e strumentalizzazioni politiche di parte (vedi i diversi slogan contro il ministro Rosy Bindi o le esternazioni di Silvio Berlusconi sulla necessità per un cattolico di votare Centro-destra), ma sostenere l’unione familiare fondata sul matrimonio senza disconoscere la necessità di regolare la situazione delle tante e sempre più diffuse coppie di fatto; secondo le fonti Istat negli ultimi dieci anni esse sono raddoppiate in Italia (oltre mezzo milione) e non sempre per una «volontà trasgressiva dei conviventi» – come afferma Bartolomeo Sorge su Aggiornamenti sociali n. 5/2007 –, ma spesso per «impedimenti obiettivi, difficilmente superabili, di natura economica o psicologica». Per cui «le coppie di fatto vanno rispettate» e non è possibile eludere il problema.
Credo che come cattolici, incarnati in una «società “politeista” in cerca di approdi» (Rosati), per il duplice principio – anch’esso “non negoziabile” come quello della famiglia! – della responsabilità della coscienza personale e della laicità dello stato, non possiamo tirarci indietro dalle scelte e dai rischi nella «costruzione di un bene comune da inventare, con tutti, sui faticosi sentieri della democrazia».
Mi viene anzi da pensare che, per un cattolico, manifestare per una cosa ovvia e condivisa (il valore della famiglia), ma all’interno di una polemica politica scoppiata all’indomani del disegno di legge governativo sui Dico e della successiva Nota firmata dai vescovi del Consiglio permanente della Cei sul valore della famiglia e sulle iniziative di legge in materia di unioni di fatto, possa essere stata la strada più facile per non vedere la complessità dei problemi e delle responsabilità a cui sono chiamati i cattolici, specie quelli impegnati in politica.
E qui mi allaccio ad un altro tema strettamente collegato al precedente. Mi pare evidente che il laicato cattolico non sia un tutt’uno compatto e indistinto, anche nel modo di intendere la traduzione dei valori cristiani condivisi in concrete scelte politiche o pastorali, ma che al suo interno coesistano diverse anime (quelle che l’on. Binetti ha definito come “cattolicesimo democratico” e “cattolicesimo popolare”).
Ho però l’impressione che si stia delineando e promuovendo sempre più un laicato di tipo “popolare” e devoto, affascinato da una visione piuttosto emotiva della spiritualità cristiana, attratto più dalle devozioni e dalla divulgazione religiosa, che da una robusta formazione biblica, teologica e spirituale di matrice conciliare.
Sinceramente – e mi scuso per la schiettezza, che non vuole offendere nessuno – oggi mi sembra di vedere laici alquanto allineati su posizioni che hanno scarsamente approfondito e deboli nel “rendere fondatamente ragione della speranza che abita in loro”, forse più preoccupati del loro benessere psico-fisico-spirituale personale e familiare che del bene comune, interessati sì a “guadagnarsi” un pezzo di paradiso ma esulando un po’ dalla storia in cui sono immersi e dalla complessità delle sue problematiche.
Mi chiedo allora – e qui sento diminuire i sensi di colpa per non essere quel tipo di cattolico “militante” che da più parti si invoca –: il pur legittimo “devoto allineamento” (Rosati) di tanti cattolici (anche di grandi organizzazioni cattoliche) può forse farci desiderare un modo diverso di essere “coerenti e responsabili” (come auspica la Nota)?
Antonio Russo (Caserta)
di ritorno dal grande raduno romano del “Family Day” (ma perché poi un nome inglese…?), alcuni miei amici hanno testimoniato con grande entusiasmo il clima di serenità, fraternità e imparzialità politica che vi si respirava, davvero una grande festa della famiglia, a difesa dell’istituto familiare ma senza battaglie ideologiche o “di campo”. Hanno poi sottolineato il grande valore di testimonianza dell’esserci stati, come cattolici, e lasciato intendere – tra le righe, ovviamente! – che questa pacifica battaglia avrebbe dovuto coinvolgere e muovere tutte le coscienze credenti (ben oltre il milione di partecipanti…) veramente preoccupate di tutelare l’unità e il valore della famiglia.
Confesso che, dopo aver ammirato le belle immagini dei passeggini o dei bimbi sdraiati sul prato di Piazza San Giovanni nel solare sabato del maggio romano e gli sguardi sorridenti dei politici (quasi tutti del Centro-destra…però) che in maniche di camicia sfilavano felici tra la folla quasi incurante di loro, mi sono un poco incupito e sentito alquanto in colpa – come cattolico praticante anch’io – per non aver accolto l’invito dei vescovi e partecipato all’Evento, sponsorizzato attraverso le migliaia di parrocchie italiane (non tutte, per la verità, hanno distribuito ai fedeli i colorati volantini).
Dalla piccola discussione che ne è sorta ho tratto alcune domande e considerazioni che mi piacerebbe trovassero eco sulla vostra apprezzata rivista, di cui sono affezionato lettore. Tutti noi cattolici amiamo la famiglia e vogliamo difenderne il valore istituzionale rispetto a forme contraffatte e surrogate (vedi i casi francese e spagnolo), ma – come si chiedeva Domenico Rosati dalle colonne de Il Mattino del 12 maggio – «chi non partecipa [al Family Day] detesta la famiglia o l’ama di meno?».
Il punto critico – a mio avviso – non è partecipare o meno ad una manifestazione, che si presta ad inevitabili manipolazioni e strumentalizzazioni politiche di parte (vedi i diversi slogan contro il ministro Rosy Bindi o le esternazioni di Silvio Berlusconi sulla necessità per un cattolico di votare Centro-destra), ma sostenere l’unione familiare fondata sul matrimonio senza disconoscere la necessità di regolare la situazione delle tante e sempre più diffuse coppie di fatto; secondo le fonti Istat negli ultimi dieci anni esse sono raddoppiate in Italia (oltre mezzo milione) e non sempre per una «volontà trasgressiva dei conviventi» – come afferma Bartolomeo Sorge su Aggiornamenti sociali n. 5/2007 –, ma spesso per «impedimenti obiettivi, difficilmente superabili, di natura economica o psicologica». Per cui «le coppie di fatto vanno rispettate» e non è possibile eludere il problema.
Credo che come cattolici, incarnati in una «società “politeista” in cerca di approdi» (Rosati), per il duplice principio – anch’esso “non negoziabile” come quello della famiglia! – della responsabilità della coscienza personale e della laicità dello stato, non possiamo tirarci indietro dalle scelte e dai rischi nella «costruzione di un bene comune da inventare, con tutti, sui faticosi sentieri della democrazia».
Mi viene anzi da pensare che, per un cattolico, manifestare per una cosa ovvia e condivisa (il valore della famiglia), ma all’interno di una polemica politica scoppiata all’indomani del disegno di legge governativo sui Dico e della successiva Nota firmata dai vescovi del Consiglio permanente della Cei sul valore della famiglia e sulle iniziative di legge in materia di unioni di fatto, possa essere stata la strada più facile per non vedere la complessità dei problemi e delle responsabilità a cui sono chiamati i cattolici, specie quelli impegnati in politica.
E qui mi allaccio ad un altro tema strettamente collegato al precedente. Mi pare evidente che il laicato cattolico non sia un tutt’uno compatto e indistinto, anche nel modo di intendere la traduzione dei valori cristiani condivisi in concrete scelte politiche o pastorali, ma che al suo interno coesistano diverse anime (quelle che l’on. Binetti ha definito come “cattolicesimo democratico” e “cattolicesimo popolare”).
Ho però l’impressione che si stia delineando e promuovendo sempre più un laicato di tipo “popolare” e devoto, affascinato da una visione piuttosto emotiva della spiritualità cristiana, attratto più dalle devozioni e dalla divulgazione religiosa, che da una robusta formazione biblica, teologica e spirituale di matrice conciliare.
Sinceramente – e mi scuso per la schiettezza, che non vuole offendere nessuno – oggi mi sembra di vedere laici alquanto allineati su posizioni che hanno scarsamente approfondito e deboli nel “rendere fondatamente ragione della speranza che abita in loro”, forse più preoccupati del loro benessere psico-fisico-spirituale personale e familiare che del bene comune, interessati sì a “guadagnarsi” un pezzo di paradiso ma esulando un po’ dalla storia in cui sono immersi e dalla complessità delle sue problematiche.
Mi chiedo allora – e qui sento diminuire i sensi di colpa per non essere quel tipo di cattolico “militante” che da più parti si invoca –: il pur legittimo “devoto allineamento” (Rosati) di tanti cattolici (anche di grandi organizzazioni cattoliche) può forse farci desiderare un modo diverso di essere “coerenti e responsabili” (come auspica la Nota)?
Antonio Russo (Caserta)
mercoledì 9 maggio 2007
SUI DICO: EDUCARE I CRISTIANI A SCELTE RESPONSABILI
Cara Settimana,
vorrei esprimere la mia opinione circa l’attuale dibattito sui Dico fra la gerarchia della chiesa cattolica e l’attuale governo.
Intanto vorrei precisare che uno stato laico come quello italiano deve legiferare nell’interesse di tutti i cittadini al di là della loro religione, della propria fede, della propria cultura…
La chiesa, a mio modesto parere, ha il diritto/dovere di esprimere la sua opinione, ma non si può sostituire alla coscienza delle singole persone, poiché la coscienza di ogni uomo risponde direttamente a Dio.
Questo modo di agire della chiesa gerarchica cattolica, frequente in passato, ha portato alla conseguenza che ancora oggi abbiamo molte persone che vogliono sapere dal parroco come comportarsi in diverse situazioni, in particolare per quale partito è bene votare o quale politico è bene sostenere. Non chiedono semplicemente un parere o un consiglio, ma vogliono sapere con precisione come comportarsi. Questo retaggio di una vecchia educazione non incoraggia le persone ad assumersi le proprie responsabilità. È un atteggiamento ereditato dal passato clericalismo ma esso, in parte, è ancora presente in molti cristiani del nostro tempo.
Con le decise prese di posizione e proibizioni della gerarchia della chiesa, il cristiano viene asservito all’obbedienza alla chiesa, ma in questo modo non maturerà mai la propria responsabilità umana e cristiana.
La legge sui Dico – si dice – distruggerebbe la famiglia. Ma la famiglia è già stata in parte distrutta, non penso dallo stato e tanto meno dalla chiesa. Penso piuttosto dal benessere, dalla mancanza di punti di riferimento forti come il sapersi decidere di prendere una decisione che vincoli una vita intera. Viviamo in una società dal pensiero debole in cui ciò che decido oggi domani non vale più.
Di fronte a questo dibattito specifico, mi domando come mai altrettanti dibattiti non si verifichino per i grandi problemi planetari del mondo contemporaneo: le guerre, la fame, l’ingiustizia dilagante, l’inquinamento, lo sfruttamento sistematico, l’accoglienza dello straniero e gli uguali diritti di tutti gli esseri umani. Certamente la chiesa ne parla, ma senza scaldarsi, senza prendere posizioni drastiche come sul fatto sui Dico.
Di fronte ad uno stato laico il compito dei vescovi e dei parroci dovrebbe essere, secondo me, quello di dire alla gente che si dichiara cristiana e che frequenta le nostre chiese che le leggi dello stato non sempre coincidono con le leggi della chiesa. E che quindi è necessario fare le proprie scelte responsabili da cristiani, spesso contro corrente.
I cristiani di oggi, che si riconoscono tali, devono accettare di essere minoranza e diventare lievito del mondo e la chiesa segno profetico innalzato fra le nazioni. Questo mi sembrerebbe il compito della chiesa istituzionale, affinché la gente, e soprattutto la gente più semplice, non faccia di ogni erba un fascio.
La gerarchia della chiesa cattolica dichiara di riconoscere lo stato laico, ma lo fa, mi sembra, molto a malincuore.
don Piero Raffaelli (LU)
vorrei esprimere la mia opinione circa l’attuale dibattito sui Dico fra la gerarchia della chiesa cattolica e l’attuale governo.
Intanto vorrei precisare che uno stato laico come quello italiano deve legiferare nell’interesse di tutti i cittadini al di là della loro religione, della propria fede, della propria cultura…
La chiesa, a mio modesto parere, ha il diritto/dovere di esprimere la sua opinione, ma non si può sostituire alla coscienza delle singole persone, poiché la coscienza di ogni uomo risponde direttamente a Dio.
Questo modo di agire della chiesa gerarchica cattolica, frequente in passato, ha portato alla conseguenza che ancora oggi abbiamo molte persone che vogliono sapere dal parroco come comportarsi in diverse situazioni, in particolare per quale partito è bene votare o quale politico è bene sostenere. Non chiedono semplicemente un parere o un consiglio, ma vogliono sapere con precisione come comportarsi. Questo retaggio di una vecchia educazione non incoraggia le persone ad assumersi le proprie responsabilità. È un atteggiamento ereditato dal passato clericalismo ma esso, in parte, è ancora presente in molti cristiani del nostro tempo.
Con le decise prese di posizione e proibizioni della gerarchia della chiesa, il cristiano viene asservito all’obbedienza alla chiesa, ma in questo modo non maturerà mai la propria responsabilità umana e cristiana.
La legge sui Dico – si dice – distruggerebbe la famiglia. Ma la famiglia è già stata in parte distrutta, non penso dallo stato e tanto meno dalla chiesa. Penso piuttosto dal benessere, dalla mancanza di punti di riferimento forti come il sapersi decidere di prendere una decisione che vincoli una vita intera. Viviamo in una società dal pensiero debole in cui ciò che decido oggi domani non vale più.
Di fronte a questo dibattito specifico, mi domando come mai altrettanti dibattiti non si verifichino per i grandi problemi planetari del mondo contemporaneo: le guerre, la fame, l’ingiustizia dilagante, l’inquinamento, lo sfruttamento sistematico, l’accoglienza dello straniero e gli uguali diritti di tutti gli esseri umani. Certamente la chiesa ne parla, ma senza scaldarsi, senza prendere posizioni drastiche come sul fatto sui Dico.
Di fronte ad uno stato laico il compito dei vescovi e dei parroci dovrebbe essere, secondo me, quello di dire alla gente che si dichiara cristiana e che frequenta le nostre chiese che le leggi dello stato non sempre coincidono con le leggi della chiesa. E che quindi è necessario fare le proprie scelte responsabili da cristiani, spesso contro corrente.
I cristiani di oggi, che si riconoscono tali, devono accettare di essere minoranza e diventare lievito del mondo e la chiesa segno profetico innalzato fra le nazioni. Questo mi sembrerebbe il compito della chiesa istituzionale, affinché la gente, e soprattutto la gente più semplice, non faccia di ogni erba un fascio.
La gerarchia della chiesa cattolica dichiara di riconoscere lo stato laico, ma lo fa, mi sembra, molto a malincuore.
don Piero Raffaelli (LU)
UN PARROCO VALUTA IL FAMILY DAY DEL 12 MAGGIO
Cara Settimana,
qualche giorno fa a me parroco – come credo a tutti parroci d’Italia – è arrivata una lunga lettera del presidente del Forum delle associazioni familiari e responsabile del “Family day”, che mi ha lasciato un po’ di amaro in bocca.
Mi sembra di capire che scopo della lettera è dimostrare ai parroci che il loro aiuto sarà determinante per la riuscita del “Family day”. Ricorda che la decisione di quella manifestazione è sì nata dai movimenti ecclesiali laicali, ma sono soprattutto i parroci in grado di farsi ascoltare dal popolo che costituisce le nostre parrocchie. In conclusione: forza parroci, lavorate perché la gente venga e farete bene se verrete anche voi!
L’amaro in bocca cui mi riferivo nasce da questo pensiero: perché, se noi parroci siamo così determinanti, non siamo stati consultati prima di prendere la decisione di organizzare il “Family day?”. Sarebbe bastata una breve lettera, con preghiera di rispondere a strettissimo giro di posta, per sapere cosa ne pensano i parroci d’Italia. Perché aver lasciato decidere tutto ai movimenti e poi scrivere ai parroci di darsi una mossa e di mandare gente? Sono proprio sicuri – gli ideatori di quella giornata – che essa sarà un fatto ecclesiale del tutto pacifico e solo positivo, senza lasciare ulteriori strascichi di divisione e scollatura tra i laici cristiani?
Ricordo che nelle grandi manifestazioni del recente passato – come i vari Giubilei per categorie durante l’Anno Santo del 2000 – non ci sono giunte sollecitazioni perché il popolo cristiano si muovesse. Quando i cattolici “sentono”, si muovono senza particolari insistenze. Perché stavolta in una manifestazione che – pur con tutte le rette intenzioni – un certo “sapore” politico rischia di averlo, ci si raccomanda ai parroci perché la gente vada? Gli organizzatori hanno forse un sommesso timore che siano troppo pochi i cattolici per riempire l’immensa Piazza San Giovanni abituata a folle oceaniche di ogni tipo?
Su Avvenire di qualche settimana fa abbiamo tutti letto un intervento del sociologo cattolico Campanini che si domandava se si fosse ben ponderato il «costo pastorale» degli innumerevoli interventi ad ogni livello sul famoso disegno di legge riguardante le coppie di fatto. È del tutto improprio rifarsi la stessa domanda su questo convegno romano del 12 maggio?
Quanto poi al nome della manifestazione, in un editoriale sul Corriere del 20 marzo scorso, il giornalista Beppe Severgnini osservava: «Il 12 maggio tocca al “Family day”: forse abbiamo scelto un inutile nome inglese per nasconderci cosa abbiamo in programma, un’altra giornata eccezionale in un’Italia in deficit di normalità».
Un parroco (lettera firmata)
qualche giorno fa a me parroco – come credo a tutti parroci d’Italia – è arrivata una lunga lettera del presidente del Forum delle associazioni familiari e responsabile del “Family day”, che mi ha lasciato un po’ di amaro in bocca.
Mi sembra di capire che scopo della lettera è dimostrare ai parroci che il loro aiuto sarà determinante per la riuscita del “Family day”. Ricorda che la decisione di quella manifestazione è sì nata dai movimenti ecclesiali laicali, ma sono soprattutto i parroci in grado di farsi ascoltare dal popolo che costituisce le nostre parrocchie. In conclusione: forza parroci, lavorate perché la gente venga e farete bene se verrete anche voi!
L’amaro in bocca cui mi riferivo nasce da questo pensiero: perché, se noi parroci siamo così determinanti, non siamo stati consultati prima di prendere la decisione di organizzare il “Family day?”. Sarebbe bastata una breve lettera, con preghiera di rispondere a strettissimo giro di posta, per sapere cosa ne pensano i parroci d’Italia. Perché aver lasciato decidere tutto ai movimenti e poi scrivere ai parroci di darsi una mossa e di mandare gente? Sono proprio sicuri – gli ideatori di quella giornata – che essa sarà un fatto ecclesiale del tutto pacifico e solo positivo, senza lasciare ulteriori strascichi di divisione e scollatura tra i laici cristiani?
Ricordo che nelle grandi manifestazioni del recente passato – come i vari Giubilei per categorie durante l’Anno Santo del 2000 – non ci sono giunte sollecitazioni perché il popolo cristiano si muovesse. Quando i cattolici “sentono”, si muovono senza particolari insistenze. Perché stavolta in una manifestazione che – pur con tutte le rette intenzioni – un certo “sapore” politico rischia di averlo, ci si raccomanda ai parroci perché la gente vada? Gli organizzatori hanno forse un sommesso timore che siano troppo pochi i cattolici per riempire l’immensa Piazza San Giovanni abituata a folle oceaniche di ogni tipo?
Su Avvenire di qualche settimana fa abbiamo tutti letto un intervento del sociologo cattolico Campanini che si domandava se si fosse ben ponderato il «costo pastorale» degli innumerevoli interventi ad ogni livello sul famoso disegno di legge riguardante le coppie di fatto. È del tutto improprio rifarsi la stessa domanda su questo convegno romano del 12 maggio?
Quanto poi al nome della manifestazione, in un editoriale sul Corriere del 20 marzo scorso, il giornalista Beppe Severgnini osservava: «Il 12 maggio tocca al “Family day”: forse abbiamo scelto un inutile nome inglese per nasconderci cosa abbiamo in programma, un’altra giornata eccezionale in un’Italia in deficit di normalità».
Un parroco (lettera firmata)
MORTI BIANCHE E COSCIENZE SPORCHE
Caro direttore,
le notizie di questi ultimi giorni relative ai morti sul lavoro, definite dai mass media “morti bianche”, sono impressionanti! Nella grancassa dei mass media nazionali, raffinati opinionisti si sono affrettati a spiegare il fenomeno dicendo che il numero complessivo delle vittime in Italia, non si discosta più di tanto dalle medie degli altri paesi europei e che in una certa qual misura questo è il prezzo doloroso che le società avanzate devono pagare ad un progresso pressoché inarrestabile.
Varrà perciò la pena, di fronte a questi tentativi di anestesia totale sulle coscienze degli italiani, ricordare che nel nostro paese nel 2006, sono stati quasi 1.300 i morti caduti sul fronte del lavoro e questa non è che la punta di un iceberg che ignora una realtà ancor più nascosta dove è logico supporre ci siano altre vittime che non vengono denunciate.
Pensiamo al lavoro sommerso, una piaga per la realtà italiana, e immaginiamo quanto questo fenomeno sia ancor più tragico e devastante per il mondo degli extracomunitari. Aggiungiamo, inoltre, quel considerevole numero di vittime legato al settore degli autotrasporti dove chi muore in auto o sui camion viene inglobato negli incidenti stradali, mentre dovrebbe essere annoverato come vittima del lavoro. Sempre per restare nel campo della mobilità, andrebbero considerati anche quei pendolari che restano coinvolti in incidenti stradali, a volte lontani centinaia di chilometri da casa.
E poi come tacere il triste fenomeno delle malattie contratte in ambienti insalubri (pensiamo solo alla tragica realtà della lavorazione dell’amianto, fortemente presente nelle nostre zone) dove un killer cancerogeno silenzioso, contratto durante gli anni lavorativi, agisce a volte, a distanza di tempo, distruggendo i restanti anni di pensione?
Abbiamo da poco celebrato il 1° Maggio, data simbolo per le classi lavoratrici di tutto il mondo. Non possiamo nascondere che se i lavoratori hanno raggiunto (grazie alle coraggiose lotte condotte da generazioni di uomini e donne che non accettavano più di essere sfruttati) considerevoli traguardi per quanto riguarda la qualità della vita, molto resta ancora da fare per quanto riguarda la sicurezza negli ambienti lavorativi.
Un sistema economico-produttivo che mette al centro esclusivamente il profitto, infischiandosene delle persone considerate come un elemento “sostituibile” nelle dinamiche produttive alla stregua di un qualsiasi pezzo di ricambio in caso di “guasto”, rende ancora più urgente e necessario portare all’attenzione dell’opinione pubblica e in modo particolare alle comunità cristiane che il lavoro – ma in modo più puntuale bisognerebbe dire “la persona che si realizza in pienezza e dignità attraverso una specifica attività lavorativa” – deve essere posto al centro di ogni attenzione politica, economica, sociale e primariamente pastorale.
Dobbiamo essere vicini alle famiglie provate dal dolore per la tragica scomparsa di un loro caro morto sul lavoro.
Le “morti bianche” proliferano là dove è presente e si alimenta nel silenzio acquiescente di un'opinione pubblica inerte e distratta, una “coscienza sporca” legata a interessi economici non sempre trasparenti e cristallini. Impegnarci per cancellarle entrambe è un dovere sacrosanto per tutti e un imperativo morale per ogni credente.
Mario Bandera (NO)
le notizie di questi ultimi giorni relative ai morti sul lavoro, definite dai mass media “morti bianche”, sono impressionanti! Nella grancassa dei mass media nazionali, raffinati opinionisti si sono affrettati a spiegare il fenomeno dicendo che il numero complessivo delle vittime in Italia, non si discosta più di tanto dalle medie degli altri paesi europei e che in una certa qual misura questo è il prezzo doloroso che le società avanzate devono pagare ad un progresso pressoché inarrestabile.
Varrà perciò la pena, di fronte a questi tentativi di anestesia totale sulle coscienze degli italiani, ricordare che nel nostro paese nel 2006, sono stati quasi 1.300 i morti caduti sul fronte del lavoro e questa non è che la punta di un iceberg che ignora una realtà ancor più nascosta dove è logico supporre ci siano altre vittime che non vengono denunciate.
Pensiamo al lavoro sommerso, una piaga per la realtà italiana, e immaginiamo quanto questo fenomeno sia ancor più tragico e devastante per il mondo degli extracomunitari. Aggiungiamo, inoltre, quel considerevole numero di vittime legato al settore degli autotrasporti dove chi muore in auto o sui camion viene inglobato negli incidenti stradali, mentre dovrebbe essere annoverato come vittima del lavoro. Sempre per restare nel campo della mobilità, andrebbero considerati anche quei pendolari che restano coinvolti in incidenti stradali, a volte lontani centinaia di chilometri da casa.
E poi come tacere il triste fenomeno delle malattie contratte in ambienti insalubri (pensiamo solo alla tragica realtà della lavorazione dell’amianto, fortemente presente nelle nostre zone) dove un killer cancerogeno silenzioso, contratto durante gli anni lavorativi, agisce a volte, a distanza di tempo, distruggendo i restanti anni di pensione?
Abbiamo da poco celebrato il 1° Maggio, data simbolo per le classi lavoratrici di tutto il mondo. Non possiamo nascondere che se i lavoratori hanno raggiunto (grazie alle coraggiose lotte condotte da generazioni di uomini e donne che non accettavano più di essere sfruttati) considerevoli traguardi per quanto riguarda la qualità della vita, molto resta ancora da fare per quanto riguarda la sicurezza negli ambienti lavorativi.
Un sistema economico-produttivo che mette al centro esclusivamente il profitto, infischiandosene delle persone considerate come un elemento “sostituibile” nelle dinamiche produttive alla stregua di un qualsiasi pezzo di ricambio in caso di “guasto”, rende ancora più urgente e necessario portare all’attenzione dell’opinione pubblica e in modo particolare alle comunità cristiane che il lavoro – ma in modo più puntuale bisognerebbe dire “la persona che si realizza in pienezza e dignità attraverso una specifica attività lavorativa” – deve essere posto al centro di ogni attenzione politica, economica, sociale e primariamente pastorale.
Dobbiamo essere vicini alle famiglie provate dal dolore per la tragica scomparsa di un loro caro morto sul lavoro.
Le “morti bianche” proliferano là dove è presente e si alimenta nel silenzio acquiescente di un'opinione pubblica inerte e distratta, una “coscienza sporca” legata a interessi economici non sempre trasparenti e cristallini. Impegnarci per cancellarle entrambe è un dovere sacrosanto per tutti e un imperativo morale per ogni credente.
Mario Bandera (NO)
FAMIGLIE E COPPIE DI FATTO TRA STATO E CHIESA
Cara Settimana,
all’indomani della presentazione del disegno di legge sulle coppie di fatto non posso nascondere di essere profondamente addolorata. Quello che provo, con tutta franchezza, è una sensazione di disorientamento che certo non aiuta a porsi in un atteggiamento di riflessione serena e seria sull’argomento. Prendere atto della necessità di un provvedimento del genere da parte del governo è un’ulteriore conferma dell’indebolimento della famiglia tradizionale.
Credo ancora di più quello che abbiamo sempre affermato nell’Associazione, all’interno del Forum nazionale delle famiglie e nei nostri dibattiti pubblici aperti alla cittadinanza, che la famiglia, cioè, sia stata per lunghi anni dimenticata: poche le politiche familiari attuate, scarsi e inadeguati i servizi offerti. Quel poco che si è fatto è stato confinato nell’ambito dell’assistenzialismo… dando un quadro già precario di una famiglia “malata” o “quasi morente”. Poco si è parlato e si è fatto per le famiglie eroiche che, nella normalità di tutti i giorni, hanno tirato su generazioni, hanno accolto bambini con l’affidamento e l’adozione, hanno prestato cure ai malati, hanno accolto e vissuto l’handicap o i disagi psichici dei propri figli, non hanno abbandonato gli anziani scegliendo di accompagnarli fino alla morte...
Ancora una volta la famiglia sembra abbandonata dal legislatore. Le questioni che riguardano le politiche familiari non sembrano essere tra le priorità e non creano nessuna risonanza mediatica nell’opinione pubblica.
Purtroppo, gli animi accesi portano il dibattito non tanto sullo stato di salute e di tenuta delle nostre famiglie, ma piuttosto sull’altra importante questione delle cosiddette unioni civili.
Penso che i toni accesi di certe indignazioni sul riconoscimento delle coppie di fatto non ci aiutino a mantenere una certa lucidità sull’argomento. La società di oggi è molto complessa, le scelte sono sempre più individuali e a volte anche vissute in solitudine. Di fronte a tutto ciò che investe la persona, dovremmo riscoprire un atteggiamento di religioso rispetto che valuta le situazioni, ma evita di generalizzare in modo superficiale e si esime dal dare giudizi.
Credo che la vera minaccia per il matrimonio e la famiglia non siano tanto le convivenze, ma piuttosto le separazioni e i divorzi che sono diventati tollerati e praticati tanto da rientrare nella mentalità dei più e sono ormai costume sociale. Solo nella nostra città, a Prato, ci sono circa 1.200 separazioni l’anno. Al tribunale di Prato sono tre i giorni dedicati alla materia: il lunedì per la “trattazione delle cause”, il mercoledì e il venerdì per la comparizione dei coniugi nel tentativo di conciliazione e sottoscrizione del verbale nel caso di mancata conciliazione.
Ho lavorato con le coppie di fidanzati e di giovani sposi per circa 15 anni e ho tenuto insiemi ad altri per alcuni anni la segreteria nazionale del Movimento familiare cristiano. Devo dire che negli ultimi anni ho partecipato al matrimonio civile e/o religioso di diverse coppie di conviventi. È vero che la loro scelta di convivenza si ispirava a uno stile di vita più o meno condivisibile, ma per alcuni era dettata anche da problemi economici per poter meglio sfuggire agli appuntamenti fiscali, vista la precarietà del lavoro, l’impossibilità di acquistare una nuova casa... A volte tempi lunghi di attesa prima del matrimonio dovuti a ritmi di studio, a impegni di assistenza nei confronti di anziani genitori e ad altre situazioni, portano a scegliere la convivenza. Le convivenze di oggi non credo siano tutte di proposito “alternative” al matrimonio, anzi spesso possono diventare un preludio al matrimonio stesso. Sempre più spesso le convivenze sono la conseguenza di separazioni o divorzi fatti o subiti.
Il disegno di legge sembra rispondere al problema di dover in qualche modo regolamentare la confusione e il disagio sociale ed economico che si è creato nella pratica di divorzi e separazioni. Chi governa non può ignorare quello che c’è. La funzione di arginare e contenere certi fenomeni di disagio, a mio parere, è prioritaria rispetto a una “certa” funzione morale che potremmo attribuire al potere di una legge. A volte si tratta davvero di tutelare la persona debole che, riaccompagnandosi, non ha nessuna garanzia di futuro. Penso a tante donne separate, con figli, in attesa di divorzio, abbandonate dal marito ed esposte ai rischi di una convivenza che non le tutela. Penso alle coppie di vedovi, a fratelli e sorelle, che vedono riconosciuto un legame che ha alleviato le loro solitudini.
Che questa legge crei anche un’opportunità per le coppie omosessuali è inevitabile, perché tra le convivenze c’è anche questo tipo di convivenza, discutibile sì, ma da rispettare. Considero al riguardo molto più pericoloso, e decisamente da riprovare, il fatto di aver permesso che si istituissero i registri delle unioni civili per questi tipi di coppie. Prestare il fianco al rischio di celebrazioni con tanto di atti ufficiali lo trovo alquanto ideologico e propagandistico, mentre trovo un’accortezza intelligente fare dichiarazioni di convivenza non congiunte – come prevede il disegno di legge –. Così non si dà adito a celebrazioni. Perché ad essere celebrato deve essere solo il matrimonio religioso o civile.
Il dibattito su questo disegno di legge dovrebbe diventare per tutti uno stimolo per impegnarsi nei confronti della famiglia. Dovrebbe aiutarci a creare i presupposti per una maggiore tenuta dei legami familiari, magari investendo più energie nei percorsi di preparazione al matrimonio, dando maggior sostegno alla funzione genitoriale, più agevolazioni fiscali e riconoscimenti economici alle famiglie.
Alla chiesa di oggi è richiesta una grande capacità di dialogare con le persone per poter ancora evangelizzare. Fare solo affermazioni di principio spesso allontana e aumenta la distanza tra chi evangelizza e chi desidera l’annuncio evangelico.
Occorre capire senza per questo giustificare, perdonare affermando la verità in cui si crede. Penso che bisogna riscoprire il valore di una testimonianza di vita che faccia presa sull’altro e sia più forte delle idee e dei principi che spesso proclamiamo. Diffido di coloro che difendono strenuamente la famiglia vivendo storie personali di separazioni o di più matrimoni. Non li sento credibili. Molte coppie di separati riaccompagnati stanno sulle soglie delle nostre chiese ad aspettare un gesto d’accoglienza. Non vorrei che per la troppa insistenza sulle affermazioni di principio perdessimo l’occasione dell’incontro vero con la persona. La pastorale spesso interroga la dottrina, ma nel momento in cui pastorale e dottrina dialogano tra loro allora si aprono cammini di verità nell’amore e si svela il valore pregnante della persona che non può essere asservita a nessun principio, a nessuna idea, a nessun altro valore che non sia la possibilità di vivere una vita in pienezza.
Con stima e rispetto,
Cheli Maria Laura
***
Cara Settimana,
ho visto e accolto con molto interesse il sussidio pastorale Trasformò l’acqua in vino (EDB), curato da don Enrico Solmi, che, partendo dal Direttorio di pastorale familiare della Cei, propone principi di orientamento e percorsi formativi per le formazioni familiari irregolari.
È un segno incoraggiante e positivo per quelle situazioni difficili, oggi purtroppo sempre più numerose, che non devono sentirsi abbandonate dalla chiesa, bensì seguite con attenzione e premura materna.
Ma qui io non posso fare a meno di chiedermi perché si debba vietare allo stato di interessarsi a quelle stesse situazioni con i mezzi e gli strumenti propri di una società secolare e pluriculturale, che ha a cuore la dignità, i diritti, i dovuti riconoscimenti ai cittadini che, secondo le proprie convinzioni, vivono da soli o in forma familiare tradizionale o in altre forme di convivenza nate da scelta d’amore, rispetto e assistenza reciproca.
Non dovremmo essere contenti anche noi credenti di vedere in quelle condizioni di vita un principio di valore e di benevolenza (spesso esemplare) da incoraggiare e orientare verso la sua più piena realizzazione e maturazione?
Mi viene da concludere col richiamo evangelico: «Date a Dio quel che è di Dio e a Cesare quel che è di Cesare» (Mt 22,21).
don Faustino Pinelli (MO)
all’indomani della presentazione del disegno di legge sulle coppie di fatto non posso nascondere di essere profondamente addolorata. Quello che provo, con tutta franchezza, è una sensazione di disorientamento che certo non aiuta a porsi in un atteggiamento di riflessione serena e seria sull’argomento. Prendere atto della necessità di un provvedimento del genere da parte del governo è un’ulteriore conferma dell’indebolimento della famiglia tradizionale.
Credo ancora di più quello che abbiamo sempre affermato nell’Associazione, all’interno del Forum nazionale delle famiglie e nei nostri dibattiti pubblici aperti alla cittadinanza, che la famiglia, cioè, sia stata per lunghi anni dimenticata: poche le politiche familiari attuate, scarsi e inadeguati i servizi offerti. Quel poco che si è fatto è stato confinato nell’ambito dell’assistenzialismo… dando un quadro già precario di una famiglia “malata” o “quasi morente”. Poco si è parlato e si è fatto per le famiglie eroiche che, nella normalità di tutti i giorni, hanno tirato su generazioni, hanno accolto bambini con l’affidamento e l’adozione, hanno prestato cure ai malati, hanno accolto e vissuto l’handicap o i disagi psichici dei propri figli, non hanno abbandonato gli anziani scegliendo di accompagnarli fino alla morte...
Ancora una volta la famiglia sembra abbandonata dal legislatore. Le questioni che riguardano le politiche familiari non sembrano essere tra le priorità e non creano nessuna risonanza mediatica nell’opinione pubblica.
Purtroppo, gli animi accesi portano il dibattito non tanto sullo stato di salute e di tenuta delle nostre famiglie, ma piuttosto sull’altra importante questione delle cosiddette unioni civili.
Penso che i toni accesi di certe indignazioni sul riconoscimento delle coppie di fatto non ci aiutino a mantenere una certa lucidità sull’argomento. La società di oggi è molto complessa, le scelte sono sempre più individuali e a volte anche vissute in solitudine. Di fronte a tutto ciò che investe la persona, dovremmo riscoprire un atteggiamento di religioso rispetto che valuta le situazioni, ma evita di generalizzare in modo superficiale e si esime dal dare giudizi.
Credo che la vera minaccia per il matrimonio e la famiglia non siano tanto le convivenze, ma piuttosto le separazioni e i divorzi che sono diventati tollerati e praticati tanto da rientrare nella mentalità dei più e sono ormai costume sociale. Solo nella nostra città, a Prato, ci sono circa 1.200 separazioni l’anno. Al tribunale di Prato sono tre i giorni dedicati alla materia: il lunedì per la “trattazione delle cause”, il mercoledì e il venerdì per la comparizione dei coniugi nel tentativo di conciliazione e sottoscrizione del verbale nel caso di mancata conciliazione.
Ho lavorato con le coppie di fidanzati e di giovani sposi per circa 15 anni e ho tenuto insiemi ad altri per alcuni anni la segreteria nazionale del Movimento familiare cristiano. Devo dire che negli ultimi anni ho partecipato al matrimonio civile e/o religioso di diverse coppie di conviventi. È vero che la loro scelta di convivenza si ispirava a uno stile di vita più o meno condivisibile, ma per alcuni era dettata anche da problemi economici per poter meglio sfuggire agli appuntamenti fiscali, vista la precarietà del lavoro, l’impossibilità di acquistare una nuova casa... A volte tempi lunghi di attesa prima del matrimonio dovuti a ritmi di studio, a impegni di assistenza nei confronti di anziani genitori e ad altre situazioni, portano a scegliere la convivenza. Le convivenze di oggi non credo siano tutte di proposito “alternative” al matrimonio, anzi spesso possono diventare un preludio al matrimonio stesso. Sempre più spesso le convivenze sono la conseguenza di separazioni o divorzi fatti o subiti.
Il disegno di legge sembra rispondere al problema di dover in qualche modo regolamentare la confusione e il disagio sociale ed economico che si è creato nella pratica di divorzi e separazioni. Chi governa non può ignorare quello che c’è. La funzione di arginare e contenere certi fenomeni di disagio, a mio parere, è prioritaria rispetto a una “certa” funzione morale che potremmo attribuire al potere di una legge. A volte si tratta davvero di tutelare la persona debole che, riaccompagnandosi, non ha nessuna garanzia di futuro. Penso a tante donne separate, con figli, in attesa di divorzio, abbandonate dal marito ed esposte ai rischi di una convivenza che non le tutela. Penso alle coppie di vedovi, a fratelli e sorelle, che vedono riconosciuto un legame che ha alleviato le loro solitudini.
Che questa legge crei anche un’opportunità per le coppie omosessuali è inevitabile, perché tra le convivenze c’è anche questo tipo di convivenza, discutibile sì, ma da rispettare. Considero al riguardo molto più pericoloso, e decisamente da riprovare, il fatto di aver permesso che si istituissero i registri delle unioni civili per questi tipi di coppie. Prestare il fianco al rischio di celebrazioni con tanto di atti ufficiali lo trovo alquanto ideologico e propagandistico, mentre trovo un’accortezza intelligente fare dichiarazioni di convivenza non congiunte – come prevede il disegno di legge –. Così non si dà adito a celebrazioni. Perché ad essere celebrato deve essere solo il matrimonio religioso o civile.
Il dibattito su questo disegno di legge dovrebbe diventare per tutti uno stimolo per impegnarsi nei confronti della famiglia. Dovrebbe aiutarci a creare i presupposti per una maggiore tenuta dei legami familiari, magari investendo più energie nei percorsi di preparazione al matrimonio, dando maggior sostegno alla funzione genitoriale, più agevolazioni fiscali e riconoscimenti economici alle famiglie.
Alla chiesa di oggi è richiesta una grande capacità di dialogare con le persone per poter ancora evangelizzare. Fare solo affermazioni di principio spesso allontana e aumenta la distanza tra chi evangelizza e chi desidera l’annuncio evangelico.
Occorre capire senza per questo giustificare, perdonare affermando la verità in cui si crede. Penso che bisogna riscoprire il valore di una testimonianza di vita che faccia presa sull’altro e sia più forte delle idee e dei principi che spesso proclamiamo. Diffido di coloro che difendono strenuamente la famiglia vivendo storie personali di separazioni o di più matrimoni. Non li sento credibili. Molte coppie di separati riaccompagnati stanno sulle soglie delle nostre chiese ad aspettare un gesto d’accoglienza. Non vorrei che per la troppa insistenza sulle affermazioni di principio perdessimo l’occasione dell’incontro vero con la persona. La pastorale spesso interroga la dottrina, ma nel momento in cui pastorale e dottrina dialogano tra loro allora si aprono cammini di verità nell’amore e si svela il valore pregnante della persona che non può essere asservita a nessun principio, a nessuna idea, a nessun altro valore che non sia la possibilità di vivere una vita in pienezza.
Con stima e rispetto,
Cheli Maria Laura
***
Cara Settimana,
ho visto e accolto con molto interesse il sussidio pastorale Trasformò l’acqua in vino (EDB), curato da don Enrico Solmi, che, partendo dal Direttorio di pastorale familiare della Cei, propone principi di orientamento e percorsi formativi per le formazioni familiari irregolari.
È un segno incoraggiante e positivo per quelle situazioni difficili, oggi purtroppo sempre più numerose, che non devono sentirsi abbandonate dalla chiesa, bensì seguite con attenzione e premura materna.
Ma qui io non posso fare a meno di chiedermi perché si debba vietare allo stato di interessarsi a quelle stesse situazioni con i mezzi e gli strumenti propri di una società secolare e pluriculturale, che ha a cuore la dignità, i diritti, i dovuti riconoscimenti ai cittadini che, secondo le proprie convinzioni, vivono da soli o in forma familiare tradizionale o in altre forme di convivenza nate da scelta d’amore, rispetto e assistenza reciproca.
Non dovremmo essere contenti anche noi credenti di vedere in quelle condizioni di vita un principio di valore e di benevolenza (spesso esemplare) da incoraggiare e orientare verso la sua più piena realizzazione e maturazione?
Mi viene da concludere col richiamo evangelico: «Date a Dio quel che è di Dio e a Cesare quel che è di Cesare» (Mt 22,21).
don Faustino Pinelli (MO)
venerdì 20 aprile 2007
QUANTO È VICINA LA CHIESA ALLE PERSONE IN DIFFICOLTÀ
Caro direttore,
a qualcuno parrà strano che una persona attiva nell’assistenza ai separati e divorziati si occupi degli elementi fondanti di quei sistemi, i cui cocci è generalmente chiamato a raccogliere e ahimè! solo rarissime volte, nei limiti delle umane possibilità, a ricomporre.
Quale interesse recondito avrà mai, si domanderà qualcuno, per intervenire nell’attuale appassionato dibattito sui diritti delle convivenze, sui patti che vi intercorrono, sull’atteggiamento della chiesa, o meglio, delle sue diverse componenti: i sacerdoti, le gerarchie ecclesiastiche, i fedeli. In ognuna di esse sono chiaramente riconoscibili gli ultra-ortodossi, i moderati e i progressisti.
Ma sono i vertici della chiesa a determinarne l’atteggiamento nei confronti delle questioni più rilevanti, e io non posso fare a meno di notare una certa discrepanza tra coloro i quali, nella chiesa, sono immersi nella realtà quotidiana e nei problemi della gente comune, e quelli che li percepiscono mediati dall’astrazione e dalla teorizzazione teologica, e per forza di cose sono meno disponibili a transigere sulle questioni di principio. Così però correndo il rischio di distaccarsi a poco a poco dalla realtà in evoluzione e di perdere infine il contatto misericordioso con le sofferenze, stigmatizzando i sofferenti anziché seguire l’esempio di Gesù quando si recò al pozzo di Sicar, tra genti reputate inferiori, non degne, rimanendo a parlare nell’ora più calda sotto il sole a picco con quella donna dai cinque mariti, disprezzata da tutti, da tutti condannata.
La chiesa non tema che i fedeli non capiscano. Moltissimi tra loro sono infatti i divorziati, i separati, gli omosessuali, i diversi e i reietti di ogni genere. Reietti dai sistemi, reietti dalle convenzioni, reietti dalle costrizioni di appartenenza ai sistemi stessi. Ma non respinti dalle braccia del Signore Iddio, che essi vedono nella chiesa e nella misericordia.
Braccia non atte a respingere, ad emarginare, a demonizzare, bensì ad accogliere, a rendere partecipi, a santificare.
Braccia che portano in palmo di mano quanto di inestimabile è racchiuso in ogni cuore che batte, nessuno escluso, e che rischiano invece di soffocarlo, levando inesorabilmente gli indici in stereotipati e sempre meno condivisibili gesti di condanna.
Credo che dalle mie parole chiunque abbia capito che anch’io sono uno di questi fedeli che vorrebbero sentirsi abbracciati, non discriminati in conseguenza di un dolore subìto, come lo è il crollo di un’unione con il proprio partner, e trovando poi l’amore risposandosi ha commesso “l’errore” di non rimanere solo, oppure di una altrettanto dolorosamente vissuta diversità di cui non hanno colpa.
Vorrei chiedere alla chiesa da credente fedele e praticante convinto, religiosamente consapevole e attivo, di rendersi disponibile a recarsi, come fece Gesù, in Galilea, passando per le terre dei derelitti, dei negletti, e lì accettando di parlare e risvegliare il buono che c’è anche nei loro cuori.
Lasciarli in un ghetto con per di più il peso di una condanna non mi sembra, in tutta coscienza, l’idea migliore.
Elio Cirimbelli
direttore del Centro A.S.Di. (BZ)
Rispondiamo alla sua lettera, riprendendo alcuni stralci del discorso che l’arcivescovo di Milano, il card. Tettamanzi, ha rivolto al Consiglio pastorale diocesano lo scorso 17 febbraio sul tema della famiglia e delle unioni di fatto. Ci sembrano parole illuminanti per uno stile di chiesa che vuole essere vicina alle sofferenze delle persone.
«La mia prima preoccupazione di vescovo – esordiva il card. Tettamanzi – sono le coppie e le famiglie cristiane, quelle fondate e sostenute dal sacramento del matrimonio, e dunque con la grazia e la responsabilità di vivere il matrimonio e la famiglia secondo il disegno di Dio e, proprio per questo, secondo le esigenze più profonde e autentiche del cuore dell’uomo e della donna…
Questa prima preoccupazione sprigiona uno sguardo attento e un profondo interesse anche per tutte le altre situazioni di coppia, sia che si tratti di famiglie nate da un vincolo matrimoniale civile o religioso non cristiano, sia che si tratti di realtà di “convivenza”. Al riguardo non dobbiamo dimenticare che la grazia di Dio si fa presente e operante in tutte le situazioni umane. Lo ricordavo nel percorso pastorale diocesano anche a proposito di realtà nate successivamente al fallimento del matrimonio, per le quali occorre saper “valorizzare quegli elementi umani ed evangelici che possono comunque essere presenti anche nelle unioni e nelle famiglie che spesso nascono da un’esperienza di separazione o di divorzio” (L’amore di Dio è in mezzo a noi, n. 41).
Queste esperienze di convivenze toccano non soltanto le singole persone coinvolte, ma anche la stessa società nel suo complesso: rivestono, infatti, un’innegabile dimensione sociale, ma prima ancora sono oggetto di una cura pastorale della chiesa attenta alla persona e alla società secondo il disegno di Dio. Prima di una questione politica, queste esperienze di relazione tra le persone interessano la chiesa e la sua missione di annuncio e di testimonianza del “vangelo dell’amore”».
Il card. Tettamanzi proseguiva il suo discorso affrontando il dibattito politico in corso in Italia sulla regolamentazione giuridica delle unioni di fatto. Egli ricordava che l’impegno “politico” «richiede una paziente e coraggiosa opera di confronto veritiero… in una prospettiva di autentico servizio alla persona e alla società».
Dopo aver dichiarato che occorre «rilanciare con convinzione e forza l’inscindibile legame tra verità e carità, tra ideale normativo e cammino esistenziale verso di esso», il porporato terminava così il suo intervento: «Permettetemi di concludere queste riflessioni, ritornando a ribadire la necessità di un’azione pastorale verso i conviventi. È un campo dove la chiesa è chiamata tutta intera ad agire in prima persona, senza sottrarsi alle complessità attuali e alla fatica di cercare forme nuove di vicinanza e di sostegno. Il Vangelo è parola di speranza per l’oggi, per ogni uomo e donna che vive in questo mondo che cambia: questa deve essere la nostra ferma e gioiosa convinzione.
Vorrei semplicemente rileggere con voi quanto scrivevo in proposito nel percorso pastorale: “Un numero sempre crescente di persone, pur provenendo dalle comunità cristiane, non sceglie l’istituzione del matrimonio per dire e per vivere il proprio amore. Alcuni, per i motivi più diversi, legati alla loro storia o alle loro paure, agli esempi negativi vissuti, alle loro convinzioni civili o religiose, alla precarietà delle situazioni di vita o alle condizioni economiche, all’insicurezza reciproca o all’incertezza sul futuro, preferiscono non celebrare in chiesa il loro rapporto affettivo, ma scelgono o il semplice matrimonio civile o la convivenza come espressione del loro amore. Queste condizioni di vita non possono lasciare indifferente e assente la comunità cristiana. Essa si sente obbligata ad interrogarsi su come essere più vicina a queste persone e a queste situazioni, sia nel loro sorgere come nel loro evolversi lungo gli anni. Sì, essere più vicina nel senso di offrire, anzitutto, esempi semplici e convincenti di una vita coniugale secondo verità e, insieme, di condividere con amore paziente e incoraggiante un cammino verso la verità dell’amore, la sola che libera e dona autentica felicità” (L’amore di Dio è in mezzo a noi, n. 34)».
Ci sembra di percepire in queste parole un approccio pastorale sincero verso le situazioni da lei richiamate, che richiedono l’atteggiamento del “prendersi cura”.
a qualcuno parrà strano che una persona attiva nell’assistenza ai separati e divorziati si occupi degli elementi fondanti di quei sistemi, i cui cocci è generalmente chiamato a raccogliere e ahimè! solo rarissime volte, nei limiti delle umane possibilità, a ricomporre.
Quale interesse recondito avrà mai, si domanderà qualcuno, per intervenire nell’attuale appassionato dibattito sui diritti delle convivenze, sui patti che vi intercorrono, sull’atteggiamento della chiesa, o meglio, delle sue diverse componenti: i sacerdoti, le gerarchie ecclesiastiche, i fedeli. In ognuna di esse sono chiaramente riconoscibili gli ultra-ortodossi, i moderati e i progressisti.
Ma sono i vertici della chiesa a determinarne l’atteggiamento nei confronti delle questioni più rilevanti, e io non posso fare a meno di notare una certa discrepanza tra coloro i quali, nella chiesa, sono immersi nella realtà quotidiana e nei problemi della gente comune, e quelli che li percepiscono mediati dall’astrazione e dalla teorizzazione teologica, e per forza di cose sono meno disponibili a transigere sulle questioni di principio. Così però correndo il rischio di distaccarsi a poco a poco dalla realtà in evoluzione e di perdere infine il contatto misericordioso con le sofferenze, stigmatizzando i sofferenti anziché seguire l’esempio di Gesù quando si recò al pozzo di Sicar, tra genti reputate inferiori, non degne, rimanendo a parlare nell’ora più calda sotto il sole a picco con quella donna dai cinque mariti, disprezzata da tutti, da tutti condannata.
La chiesa non tema che i fedeli non capiscano. Moltissimi tra loro sono infatti i divorziati, i separati, gli omosessuali, i diversi e i reietti di ogni genere. Reietti dai sistemi, reietti dalle convenzioni, reietti dalle costrizioni di appartenenza ai sistemi stessi. Ma non respinti dalle braccia del Signore Iddio, che essi vedono nella chiesa e nella misericordia.
Braccia non atte a respingere, ad emarginare, a demonizzare, bensì ad accogliere, a rendere partecipi, a santificare.
Braccia che portano in palmo di mano quanto di inestimabile è racchiuso in ogni cuore che batte, nessuno escluso, e che rischiano invece di soffocarlo, levando inesorabilmente gli indici in stereotipati e sempre meno condivisibili gesti di condanna.
Credo che dalle mie parole chiunque abbia capito che anch’io sono uno di questi fedeli che vorrebbero sentirsi abbracciati, non discriminati in conseguenza di un dolore subìto, come lo è il crollo di un’unione con il proprio partner, e trovando poi l’amore risposandosi ha commesso “l’errore” di non rimanere solo, oppure di una altrettanto dolorosamente vissuta diversità di cui non hanno colpa.
Vorrei chiedere alla chiesa da credente fedele e praticante convinto, religiosamente consapevole e attivo, di rendersi disponibile a recarsi, come fece Gesù, in Galilea, passando per le terre dei derelitti, dei negletti, e lì accettando di parlare e risvegliare il buono che c’è anche nei loro cuori.
Lasciarli in un ghetto con per di più il peso di una condanna non mi sembra, in tutta coscienza, l’idea migliore.
Elio Cirimbelli
direttore del Centro A.S.Di. (BZ)
Rispondiamo alla sua lettera, riprendendo alcuni stralci del discorso che l’arcivescovo di Milano, il card. Tettamanzi, ha rivolto al Consiglio pastorale diocesano lo scorso 17 febbraio sul tema della famiglia e delle unioni di fatto. Ci sembrano parole illuminanti per uno stile di chiesa che vuole essere vicina alle sofferenze delle persone.
«La mia prima preoccupazione di vescovo – esordiva il card. Tettamanzi – sono le coppie e le famiglie cristiane, quelle fondate e sostenute dal sacramento del matrimonio, e dunque con la grazia e la responsabilità di vivere il matrimonio e la famiglia secondo il disegno di Dio e, proprio per questo, secondo le esigenze più profonde e autentiche del cuore dell’uomo e della donna…
Questa prima preoccupazione sprigiona uno sguardo attento e un profondo interesse anche per tutte le altre situazioni di coppia, sia che si tratti di famiglie nate da un vincolo matrimoniale civile o religioso non cristiano, sia che si tratti di realtà di “convivenza”. Al riguardo non dobbiamo dimenticare che la grazia di Dio si fa presente e operante in tutte le situazioni umane. Lo ricordavo nel percorso pastorale diocesano anche a proposito di realtà nate successivamente al fallimento del matrimonio, per le quali occorre saper “valorizzare quegli elementi umani ed evangelici che possono comunque essere presenti anche nelle unioni e nelle famiglie che spesso nascono da un’esperienza di separazione o di divorzio” (L’amore di Dio è in mezzo a noi, n. 41).
Queste esperienze di convivenze toccano non soltanto le singole persone coinvolte, ma anche la stessa società nel suo complesso: rivestono, infatti, un’innegabile dimensione sociale, ma prima ancora sono oggetto di una cura pastorale della chiesa attenta alla persona e alla società secondo il disegno di Dio. Prima di una questione politica, queste esperienze di relazione tra le persone interessano la chiesa e la sua missione di annuncio e di testimonianza del “vangelo dell’amore”».
Il card. Tettamanzi proseguiva il suo discorso affrontando il dibattito politico in corso in Italia sulla regolamentazione giuridica delle unioni di fatto. Egli ricordava che l’impegno “politico” «richiede una paziente e coraggiosa opera di confronto veritiero… in una prospettiva di autentico servizio alla persona e alla società».
Dopo aver dichiarato che occorre «rilanciare con convinzione e forza l’inscindibile legame tra verità e carità, tra ideale normativo e cammino esistenziale verso di esso», il porporato terminava così il suo intervento: «Permettetemi di concludere queste riflessioni, ritornando a ribadire la necessità di un’azione pastorale verso i conviventi. È un campo dove la chiesa è chiamata tutta intera ad agire in prima persona, senza sottrarsi alle complessità attuali e alla fatica di cercare forme nuove di vicinanza e di sostegno. Il Vangelo è parola di speranza per l’oggi, per ogni uomo e donna che vive in questo mondo che cambia: questa deve essere la nostra ferma e gioiosa convinzione.
Vorrei semplicemente rileggere con voi quanto scrivevo in proposito nel percorso pastorale: “Un numero sempre crescente di persone, pur provenendo dalle comunità cristiane, non sceglie l’istituzione del matrimonio per dire e per vivere il proprio amore. Alcuni, per i motivi più diversi, legati alla loro storia o alle loro paure, agli esempi negativi vissuti, alle loro convinzioni civili o religiose, alla precarietà delle situazioni di vita o alle condizioni economiche, all’insicurezza reciproca o all’incertezza sul futuro, preferiscono non celebrare in chiesa il loro rapporto affettivo, ma scelgono o il semplice matrimonio civile o la convivenza come espressione del loro amore. Queste condizioni di vita non possono lasciare indifferente e assente la comunità cristiana. Essa si sente obbligata ad interrogarsi su come essere più vicina a queste persone e a queste situazioni, sia nel loro sorgere come nel loro evolversi lungo gli anni. Sì, essere più vicina nel senso di offrire, anzitutto, esempi semplici e convincenti di una vita coniugale secondo verità e, insieme, di condividere con amore paziente e incoraggiante un cammino verso la verità dell’amore, la sola che libera e dona autentica felicità” (L’amore di Dio è in mezzo a noi, n. 34)».
Ci sembra di percepire in queste parole un approccio pastorale sincero verso le situazioni da lei richiamate, che richiedono l’atteggiamento del “prendersi cura”.
OGGI È TEMPO DI APPROCCIO "DOGMATICO" O "PASTORALE"?
Caro direttore,
vorrei invitare a riflettere sulla scelta che papa Giovanni XIII fece nell’indire un concilio non “dogmatico”, che non partisse dalla definizione di “dogmi”, di verità in sé, anatematizzando (cioè scomunicando) quanti non le avrebbero accettate, bensì “pastorale”, che partisse dalla sensibilità e dalle attese della gente, non certo per accontentarla automaticamente, ma per farla risalire pian piano verso i principi.
È un metodo più laborioso, ma più efficace. Partire infatti dai principi porta ad escludere fin dall’inizio quanti non concordano totalmente, premunendosi anche contro tutte le conseguenze, non solo quelle inevitabili ma anche quelle eventuali; mentre, partire dalla gente rende più disponibili e più possibilisti, e soprattutto più misericordiosi. Gesù stesso, spesso particolarmente severo con gli scribi e i farisei, custodi della Legge, era invece più disponibile nei confronti dei pubblicani o dei samaritani, i peccatori e gli eretici di allora.
Credo che sia un principio pastorale importante oggi più che mai, nell’attenzione ai “segni dei tempi” di un mondo che sta correndo indipendentemente da noi. E non vorrei limitarlo solo al tema attuale delle convivenze, che possiamo vedere come una premessa inevitabile al peggio, o che invece potremmo valutare come un primo barlume d’amore, da riconoscere e da orientare, sempre fraternamente.
Grazie per l’ospitalità.
Luigi Bettazzi
vescovo emerito di Ivrea
vorrei invitare a riflettere sulla scelta che papa Giovanni XIII fece nell’indire un concilio non “dogmatico”, che non partisse dalla definizione di “dogmi”, di verità in sé, anatematizzando (cioè scomunicando) quanti non le avrebbero accettate, bensì “pastorale”, che partisse dalla sensibilità e dalle attese della gente, non certo per accontentarla automaticamente, ma per farla risalire pian piano verso i principi.
È un metodo più laborioso, ma più efficace. Partire infatti dai principi porta ad escludere fin dall’inizio quanti non concordano totalmente, premunendosi anche contro tutte le conseguenze, non solo quelle inevitabili ma anche quelle eventuali; mentre, partire dalla gente rende più disponibili e più possibilisti, e soprattutto più misericordiosi. Gesù stesso, spesso particolarmente severo con gli scribi e i farisei, custodi della Legge, era invece più disponibile nei confronti dei pubblicani o dei samaritani, i peccatori e gli eretici di allora.
Credo che sia un principio pastorale importante oggi più che mai, nell’attenzione ai “segni dei tempi” di un mondo che sta correndo indipendentemente da noi. E non vorrei limitarlo solo al tema attuale delle convivenze, che possiamo vedere come una premessa inevitabile al peggio, o che invece potremmo valutare come un primo barlume d’amore, da riconoscere e da orientare, sempre fraternamente.
Grazie per l’ospitalità.
Luigi Bettazzi
vescovo emerito di Ivrea
mercoledì 4 aprile 2007
ANCH'IO AVREI ASSOLTO QUELLA SIGNORA, PERÓ...
Caro direttore,
chiedo scusa a lei e ai lettori se di nuovo faccio il chiosatore di lettere apparse su Settimana. Questa volta mi riferisco a quella di don Guido Oliveri (cf. Sett. n. 11, del 18 marzo 2007).
Ho letto con interesse quella lettera e preciso subito che
a) anch’io, come don Guido, non derogo dalla disciplina attuale della chiesa, perché, se si sta nella chiesa, occorre anche viverne la disciplina. È la grande coerenza ascetica che nasce dal mistero ecclesiale;
b) ma, nello stesso tempo, trovo giusto chiedere una trasformazione dell’attuale disciplina al riguardo.
Nel frattempo, il percorso che don Oliveri ha fatto con la signora è giusto. Ma è giusto anche porre alcune domande.
1. Nella chiesa è bella e forte la preoccupazione per il matrimonio e la famiglia. Ma perché non c’è altrettanta cura riguardo al restante spazio della vita? C’è ora la dichiarazione circa il voto sui Dico, ma come mai non è stato detto niente riguardo alla legge sul falso in bilancio? Sulla falsità il vangelo è forse più morbido che sul matrimonio? E sulla ricchezza? E sul potere? Domando in particolare: perché – seguendo la severità della disciplina eucaristica – non rifiutiamo i sacramenti a chi, per esempio, è complice di un sistema bancario che non dà nulla come frutto a chi porta soldi ma impone tassi esosi a chi i soldi li chiede in mutuo? Ci facciamo domande sull’uso che le banche fanno dei risparmi che vi poniamo? Sia io che qualsiasi altro siamo complici se la banca investe in armi? È che dire di chi – anche se fa parte dell’Ior – investe in industrie chimiche che producono medicinali “immorali”? E quanti lavorano in industrie di armamento? Chiedo poi a coloro che lavorano nell’ambito della comunicazione, dove tutto sembra rispondere al solo risultato economico: fanno comunicazione o interesse?
E si potrebbe continuare con questi interrogativi… E, noi operatori pastorali, o meglio “odegeti”, guide sulla strada, non pecchiamo forse di guida parziale? Siamo allora ammissibili all’eucaristia?
2. Se noi estendessimo la stessa severità che adoperiamo per i temi “eticamente sensibili” (ridotti esplicitamente nei documenti magisteriali a matrimonio, aborto, scuola cattolica), a tutta la tematica morale, imposteremmo una linea tale che potrebbe vivere l’eucaristia solo una sparuta minoranza. Perché allora questa severità sul matrimonio (per ritornare al caso concreto riportato da don Guido)? Per la parola del vangelo? Ma Gesù ha detto parole altrettanto severe sulla ricchezza, sul potere, sulla falsità, sul tradimento, sul rigore nel lavoro, sulla preghiera, sul perdono…
3. Gesù ha predicato una morale o ha piuttosto aperto una via di pienezza, nella quale ci invita ad entrare con un animo insieme penitenziale ed escatologico? Non è forse perché la chiesa si limita al cabotaggio etico (eppure è stato detto “Vai al largo!”) che un critico come Steiner dice che “ci manca un principio speranza”? Non si sente qui una frustata a noi-chiesa di oggi?
4. Riguardo alle molte presenze del Signore con cui può comunicare anche un divorziato risposato, per favore usciamo dalla retorica. Le altre presenze di Cristo sono vere presenze? E allora: se la condizione di peccato della divorziata impedisce la comunione eucaristica, impedisce ogni altra comunione, perché, se uno è morto nell’anima (diciamo così, ma usate tutte le immagini che volete), è morto sia nell’ascolto della parola che nell’eucaristia. D’altra parte: se avviene una vera comunione e niente ostacola la comunione con Cristo nella comunità, perché allora non si può comunicare con Cristo eucaristia?
A me resta una tristezza nell’anima, quando vedo l’ultima moda ecclesiastica di citare l’eucaristia come forma di esclusione. Il sacramento della comunione viene usato come segno di interdizione! Certo, comunicare con Cristo-eucaristia è impegnativo, ma sempre comunicare con Cristo impegna tutta la vita, senza scuse, tutti.
Termino con le parole del bellissimo canto che liturgia ambrosiana ha sciolto il giovedì santo: «Oggi, Figlio dell’Eterno, come amico al banchetto tuo stupendo tu mi accogli. Non affiderò agli indegni il tuo mistero né ti bacerò tradendo come Giuda, ma ti imploro come il ladro sulla croce, di ricevermi, Signore, nel tuo regno!».
don Paolo Giannoni
eremo di Mosciano
chiedo scusa a lei e ai lettori se di nuovo faccio il chiosatore di lettere apparse su Settimana. Questa volta mi riferisco a quella di don Guido Oliveri (cf. Sett. n. 11, del 18 marzo 2007).
Ho letto con interesse quella lettera e preciso subito che
a) anch’io, come don Guido, non derogo dalla disciplina attuale della chiesa, perché, se si sta nella chiesa, occorre anche viverne la disciplina. È la grande coerenza ascetica che nasce dal mistero ecclesiale;
b) ma, nello stesso tempo, trovo giusto chiedere una trasformazione dell’attuale disciplina al riguardo.
Nel frattempo, il percorso che don Oliveri ha fatto con la signora è giusto. Ma è giusto anche porre alcune domande.
1. Nella chiesa è bella e forte la preoccupazione per il matrimonio e la famiglia. Ma perché non c’è altrettanta cura riguardo al restante spazio della vita? C’è ora la dichiarazione circa il voto sui Dico, ma come mai non è stato detto niente riguardo alla legge sul falso in bilancio? Sulla falsità il vangelo è forse più morbido che sul matrimonio? E sulla ricchezza? E sul potere? Domando in particolare: perché – seguendo la severità della disciplina eucaristica – non rifiutiamo i sacramenti a chi, per esempio, è complice di un sistema bancario che non dà nulla come frutto a chi porta soldi ma impone tassi esosi a chi i soldi li chiede in mutuo? Ci facciamo domande sull’uso che le banche fanno dei risparmi che vi poniamo? Sia io che qualsiasi altro siamo complici se la banca investe in armi? È che dire di chi – anche se fa parte dell’Ior – investe in industrie chimiche che producono medicinali “immorali”? E quanti lavorano in industrie di armamento? Chiedo poi a coloro che lavorano nell’ambito della comunicazione, dove tutto sembra rispondere al solo risultato economico: fanno comunicazione o interesse?
E si potrebbe continuare con questi interrogativi… E, noi operatori pastorali, o meglio “odegeti”, guide sulla strada, non pecchiamo forse di guida parziale? Siamo allora ammissibili all’eucaristia?
2. Se noi estendessimo la stessa severità che adoperiamo per i temi “eticamente sensibili” (ridotti esplicitamente nei documenti magisteriali a matrimonio, aborto, scuola cattolica), a tutta la tematica morale, imposteremmo una linea tale che potrebbe vivere l’eucaristia solo una sparuta minoranza. Perché allora questa severità sul matrimonio (per ritornare al caso concreto riportato da don Guido)? Per la parola del vangelo? Ma Gesù ha detto parole altrettanto severe sulla ricchezza, sul potere, sulla falsità, sul tradimento, sul rigore nel lavoro, sulla preghiera, sul perdono…
3. Gesù ha predicato una morale o ha piuttosto aperto una via di pienezza, nella quale ci invita ad entrare con un animo insieme penitenziale ed escatologico? Non è forse perché la chiesa si limita al cabotaggio etico (eppure è stato detto “Vai al largo!”) che un critico come Steiner dice che “ci manca un principio speranza”? Non si sente qui una frustata a noi-chiesa di oggi?
4. Riguardo alle molte presenze del Signore con cui può comunicare anche un divorziato risposato, per favore usciamo dalla retorica. Le altre presenze di Cristo sono vere presenze? E allora: se la condizione di peccato della divorziata impedisce la comunione eucaristica, impedisce ogni altra comunione, perché, se uno è morto nell’anima (diciamo così, ma usate tutte le immagini che volete), è morto sia nell’ascolto della parola che nell’eucaristia. D’altra parte: se avviene una vera comunione e niente ostacola la comunione con Cristo nella comunità, perché allora non si può comunicare con Cristo eucaristia?
A me resta una tristezza nell’anima, quando vedo l’ultima moda ecclesiastica di citare l’eucaristia come forma di esclusione. Il sacramento della comunione viene usato come segno di interdizione! Certo, comunicare con Cristo-eucaristia è impegnativo, ma sempre comunicare con Cristo impegna tutta la vita, senza scuse, tutti.
Termino con le parole del bellissimo canto che liturgia ambrosiana ha sciolto il giovedì santo: «Oggi, Figlio dell’Eterno, come amico al banchetto tuo stupendo tu mi accogli. Non affiderò agli indegni il tuo mistero né ti bacerò tradendo come Giuda, ma ti imploro come il ladro sulla croce, di ricevermi, Signore, nel tuo regno!».
don Paolo Giannoni
eremo di Mosciano
È TEMPO DI APPROCCIO "DOGMATICO" O "PASTORALE"?
Caro direttore,
vorrei invitare a riflettere sulla scelta che papa Giovanni XIII fece nell’indire un concilio non “dogmatico”, che non partisse dalla definizione di “dogmi”, di verità in sé, anatematizzando (cioè scomunicando) quanti non le avrebbero accettate, bensì “pastorale”, che partisse dalla sensibilità e dalle attese della gente, non certo per accontentarla automaticamente, ma per farla risalire pian piano verso i principi.
È un metodo più laborioso, ma più efficace. Partire infatti dai principi porta ad escludere fin dall’inizio quanti non concordano totalmente, premunendosi anche contro tutte le conseguenze, non solo quelle inevitabili ma anche quelle eventuali; mentre, partire dalla gente rende più disponibili e più possibilisti, e soprattutto più misericordiosi. Gesù stesso, spesso particolarmente severo con gli scribi e i farisei, custodi della Legge, era invece più disponibile nei confronti dei pubblicani o dei samaritani, i peccatori e gli eretici di allora.
Credo che sia un principio pastorale importante oggi più che mai, nell’attenzione ai “segni dei tempi” di un mondo che sta correndo indipendentemente da noi. E non vorrei limitarlo solo al tema attuale delle convivenze, che possiamo vedere come una premessa inevitabile al peggio, o che invece potremmo valutare come un primo barlume d’amore, da riconoscere e da orientare, sempre fraternamente.
Grazie per l’ospitalità.
Luigi Bettazzi
vescovo emerito di Ivrea
vorrei invitare a riflettere sulla scelta che papa Giovanni XIII fece nell’indire un concilio non “dogmatico”, che non partisse dalla definizione di “dogmi”, di verità in sé, anatematizzando (cioè scomunicando) quanti non le avrebbero accettate, bensì “pastorale”, che partisse dalla sensibilità e dalle attese della gente, non certo per accontentarla automaticamente, ma per farla risalire pian piano verso i principi.
È un metodo più laborioso, ma più efficace. Partire infatti dai principi porta ad escludere fin dall’inizio quanti non concordano totalmente, premunendosi anche contro tutte le conseguenze, non solo quelle inevitabili ma anche quelle eventuali; mentre, partire dalla gente rende più disponibili e più possibilisti, e soprattutto più misericordiosi. Gesù stesso, spesso particolarmente severo con gli scribi e i farisei, custodi della Legge, era invece più disponibile nei confronti dei pubblicani o dei samaritani, i peccatori e gli eretici di allora.
Credo che sia un principio pastorale importante oggi più che mai, nell’attenzione ai “segni dei tempi” di un mondo che sta correndo indipendentemente da noi. E non vorrei limitarlo solo al tema attuale delle convivenze, che possiamo vedere come una premessa inevitabile al peggio, o che invece potremmo valutare come un primo barlume d’amore, da riconoscere e da orientare, sempre fraternamente.
Grazie per l’ospitalità.
Luigi Bettazzi
vescovo emerito di Ivrea
mercoledì 28 marzo 2007
PER UN MATRIMONIO VERO E SOBRIO
Cara Settimana,
la celebrazione del sacramento del matrimonio in forma “classica” attualmente è parecchio costosa. Alcuni si accontentano di convivere, altri ricorrono al matrimonio civile.
Se c’è qualche credente che vorrebbe il sacramento, ma è tentato di ricorrere ai surrogati per motivi economici, si propone la celebrazione semplice: in una santa messa di orario, feriale o festivo, i fidanzati che si trovano in mezzo ai fedeli nella navata della chiesa, escono dopo l’omelia con i testimoni. Si mettono davanti all’altare in piedi. Pronunciano la formula sacramentale, si danno la mano, si mettono gli anelli e tornano in mezzo alla navata. Dopo la messa vanno in sacrestia a firmare e quindi si leggono gli articoli del Codice civile. È ammesso al massimo un amico che scatti qualche foto. Così c’è il risparmio degli inviti e delle bomboniere, delle corsie e dei fiori, dei canti e dei musicanti, per non parlare di abiti bianchi, pranzi e viaggi di nozze.
don Pietro Mozzato
Vetrego di Mirano (VE)
Se il matrimonio diventa una spesa non indifferente, non è certo a causa del rito cristiano. Il rituale del matrimonio cattolico, infatti, non prevede tutte quelle cose che costituiscono un peso finanziario tale da diventare veramente un ostacolo alla forma… “classica” delle nozze cristiane. Non prevede neppure le cosiddette “tariffe” ecclesiastiche. Anzi, uno spirito veramente evangelico suggerirebbe le scelta di comportamenti assai più liberi e controcorrente da ambo le parti. «Il mistero di salvezza che si comunica nella povertà dei segni umani e il carattere propriamente religioso del rito, esigono una celebrazione del matrimonio che si caratterizzi ad un tempo per la sua solennità e per la sua semplicità, l’una e l’altra rivelazione e annuncio della gioia cristiana di fronte al dono di Dio» (Cei, Evangelizzazione e sacramento del matrimonio, 88).
Semplicità e solennità non sono in contraddizione; basta chiarirci sui termini. «Si tenga presente che la vera solennità di un’azione liturgica dipende non tanto dalla forma più ricca del canto e dall’apparato più fastoso delle cerimonie, quanto piuttosto dal modo degno e religioso della celebrazione, che tiene conto dell’integrità dell’azione liturgica, dell’esecuzione cioè di tutte le sue parti, secondo la loro natura». Così si legge nell’istruzione Musicam sacram n. 11, pubblicata nel 1967).
La semplicità non è sciatteria. La festa ha un ruolo importantissimo nella vita dell’uomo ed essa si manifesta e si esprime anche attraverso il rito, un’azione abitualmente connessa a certi eventi e che pertanto diventa un segnale: l’abito, i fiori, il pranzo con i familiari e gli amici, la musica, ecc… Del resto, nei vangeli la gioia dell’incontro con Cristo e l’accoglienza del regno di Dio sfociano sempre in una festa che in genere si esprime con un banchetto (basti ricordare l’incontro con Zaccheo e la parabola del padre misericordioso).
Non solo gli orientamenti pastorali della chiesa italiana per questo primo decennio del XXI secolo affermano che è «assolutamente centrale approfondire il senso della festa e della liturgia» (Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, 49), ma anche il recente convegno ecclesiale di Verona ha affrontato il tema del lavoro e della festa come ambito dell’evangelizzazione. Si tratta di ritrovare il vero senso della festa che «non è qualcosa che si consuma», ma una questione di relazioni. Non si tratta di ostracizzare i segni della festa, ma quelle esagerazioni che ne oscurano l’autentico significato, specie quando la festa intende essere espressione della fede evangelica.
Nel caso specifico si tratta di dare verità e significatività ai segni del matrimonio cristiano. «La comune e gratuita partecipazione alla salvezza di Dio chiede che, nel suo svolgimento esteriore, il rito sia dignitoso ed eguale per tutte le copie di sposi, perché maggiormente appaia il carattere comunitario della celebrazione e sia affermata la medesima dignità di tutti i fedeli» Cei, doc. cit., 88).
Un corretto itinerario di preparazione al matrimonio cristiano non dovrebbe esaurirsi semplicemente in problematiche psicologiche, morali e giuridiche, come purtroppo capita sovente, ma dovrebbe anche condurre i futuri sposi ad una gestione più coerente del rito liturgico come pure delle tradizioni che lo circondano e condizionano, senza per questo rinunciare alla festa che ri-crea la vita e dà senso alla ferialità.
Tanto per cominciare, si dovrebbe convincere gli sposi che non è lecito addobbare la chiesa con fiori o altro per ostentare la propria condizione sociale umiliando le coppie meno abbienti (cf. Rito del matrimonio (RM) 31). Pur rispettando i gusti personali, l’addobbo floreale dovrebbe essere contenuto in una misura uguale per tutti e possibile a tutti.
È vero poi che il rituale non prevede una precisa collocazione per gli sposi, tuttavia non mi pare giusto che siano confusi nell’assemblea. Non è così per nessun altro sacramento. Lo stesso rito prevede un’accoglienza che immediatamente e giustamente pone i nubendi in una posizione di rilievo (cf. RM 45). Nel rito attuale inoltre è prevista la memoria battesimale che sostituisce l’atto penitenziale e coinvolge tutta l’assemblea (cf. RM 51-58). Con tutto ciò non è detto che gli sposi, con relativi testimoni, debbano essere collocati nella posizione “classica”, con poltrone e inginocchiatoio al centro, davanti all’altare. Né si può dire che questa sia la collocazione migliore, anzi… Tuttavia un posto di rilievo in testa all’assemblea o altrove, secondo la disposizione del luogo, è più che opportuno. Certamente trovo significativo e conforme alle norme che il consenso abbia luogo davanti all’altare e all’assemblea, dove gli sposi in piedi si pongono l’uno di fronte all’altro (cf. RM 70) e dove, in ginocchio, ricevono la solenne benedizione nuziale (cf. RM 79 e 84).
Sebbene abbia suscitato qualche perplessità, il nuovo rito colloca la lettura degli articoli del Codice civile prima della benedizione e del congedo (cf. RM 91).
Anche le foto sono una “memoria” importante da non ostracizzare (in certi riti di ordinazione se ne fanno anche di più). Da qualche anno esiste un regolamento preparato dall’Ufficio liturgico nazionale e proposto alle diocesi quale modello per redigere una convenzione con i fotografi che, dopo un corso di preparazione, vengono autorizzati per il servizio durante i matrimoni nel rispetto della celebrazione liturgica e per evitare la confusione causata da amici e parenti improvvisati fotografi.
L’inserimento del rito nuziale nell’assemblea eucaristica domenicale e festiva sarebbe l’ideale perché, oltre ad esprimere chiaramente non solo il matrimonio in chiesa ma anche e soprattutto nella chiesa, risolverebbe alla radice il problema di cantanti e musicanti (cf. RM 28 e 30). Sarebbe l’assemblea che canta, come di norma. Purtroppo, nello stato attuale di cose, in molti casi questa prassi susciterebbe più problemi di quanti non ne risolverebbe. Si tratta di salvaguardare la dignità dell’assemblea dei credenti!
Lasciamo agli sposi di decidere sull’abito, il pranzo, le bomboniere, il viaggio di nozze… Sono faccende private che esulano dalla liturgia. Tuttavia, una buona preparazione dovrebbe aiutare gli sposi ad essere anche liberi da tutti questi condizionamenti e senza complessi; capaci di cogliere il messaggio e lo spirito che sta alla radice degli orientamenti pastorali della Cei: «La celebrazione del sacramento non può essere scambiata in cerimonia folcloristica o trasformata, più o meno gravemente, in uno spettacolo profano. La rinuncia ad un lusso che contraddice alla povertà di tanti fratelli, deve fare del momento delle nozze un’occasione di carità più largamente diffusa per i fratelli poveri e più abbandonati. Alla responsabile valutazione e decisione degli sposi deve essere affidato il compito di limitare le esteriorità delle nozze e di andare incontro alle varie necessità della comunità ecclesiale» (Evangelizzazione e sacramento del matrimonio, 89).
Sono sempre in numero maggiore gli sposi che hanno compreso e preso sul serio questa dimensione della festa cristiana che si esprime nella condivisione. Le bomboniere sono sostituite da un semplice annuncio e invito dove si dice che la somma corrispondente sarà destinata ad una precisa attività caritativa. C’è anche chi ha sostituito la solita lista-regali con una lista di doni, a costi diversificati, a favore di concreti progetti di solidarietà nei paesi del terzo mondo. (Silvano Sirboni)
la celebrazione del sacramento del matrimonio in forma “classica” attualmente è parecchio costosa. Alcuni si accontentano di convivere, altri ricorrono al matrimonio civile.
Se c’è qualche credente che vorrebbe il sacramento, ma è tentato di ricorrere ai surrogati per motivi economici, si propone la celebrazione semplice: in una santa messa di orario, feriale o festivo, i fidanzati che si trovano in mezzo ai fedeli nella navata della chiesa, escono dopo l’omelia con i testimoni. Si mettono davanti all’altare in piedi. Pronunciano la formula sacramentale, si danno la mano, si mettono gli anelli e tornano in mezzo alla navata. Dopo la messa vanno in sacrestia a firmare e quindi si leggono gli articoli del Codice civile. È ammesso al massimo un amico che scatti qualche foto. Così c’è il risparmio degli inviti e delle bomboniere, delle corsie e dei fiori, dei canti e dei musicanti, per non parlare di abiti bianchi, pranzi e viaggi di nozze.
don Pietro Mozzato
Vetrego di Mirano (VE)
Se il matrimonio diventa una spesa non indifferente, non è certo a causa del rito cristiano. Il rituale del matrimonio cattolico, infatti, non prevede tutte quelle cose che costituiscono un peso finanziario tale da diventare veramente un ostacolo alla forma… “classica” delle nozze cristiane. Non prevede neppure le cosiddette “tariffe” ecclesiastiche. Anzi, uno spirito veramente evangelico suggerirebbe le scelta di comportamenti assai più liberi e controcorrente da ambo le parti. «Il mistero di salvezza che si comunica nella povertà dei segni umani e il carattere propriamente religioso del rito, esigono una celebrazione del matrimonio che si caratterizzi ad un tempo per la sua solennità e per la sua semplicità, l’una e l’altra rivelazione e annuncio della gioia cristiana di fronte al dono di Dio» (Cei, Evangelizzazione e sacramento del matrimonio, 88).
Semplicità e solennità non sono in contraddizione; basta chiarirci sui termini. «Si tenga presente che la vera solennità di un’azione liturgica dipende non tanto dalla forma più ricca del canto e dall’apparato più fastoso delle cerimonie, quanto piuttosto dal modo degno e religioso della celebrazione, che tiene conto dell’integrità dell’azione liturgica, dell’esecuzione cioè di tutte le sue parti, secondo la loro natura». Così si legge nell’istruzione Musicam sacram n. 11, pubblicata nel 1967).
La semplicità non è sciatteria. La festa ha un ruolo importantissimo nella vita dell’uomo ed essa si manifesta e si esprime anche attraverso il rito, un’azione abitualmente connessa a certi eventi e che pertanto diventa un segnale: l’abito, i fiori, il pranzo con i familiari e gli amici, la musica, ecc… Del resto, nei vangeli la gioia dell’incontro con Cristo e l’accoglienza del regno di Dio sfociano sempre in una festa che in genere si esprime con un banchetto (basti ricordare l’incontro con Zaccheo e la parabola del padre misericordioso).
Non solo gli orientamenti pastorali della chiesa italiana per questo primo decennio del XXI secolo affermano che è «assolutamente centrale approfondire il senso della festa e della liturgia» (Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, 49), ma anche il recente convegno ecclesiale di Verona ha affrontato il tema del lavoro e della festa come ambito dell’evangelizzazione. Si tratta di ritrovare il vero senso della festa che «non è qualcosa che si consuma», ma una questione di relazioni. Non si tratta di ostracizzare i segni della festa, ma quelle esagerazioni che ne oscurano l’autentico significato, specie quando la festa intende essere espressione della fede evangelica.
Nel caso specifico si tratta di dare verità e significatività ai segni del matrimonio cristiano. «La comune e gratuita partecipazione alla salvezza di Dio chiede che, nel suo svolgimento esteriore, il rito sia dignitoso ed eguale per tutte le copie di sposi, perché maggiormente appaia il carattere comunitario della celebrazione e sia affermata la medesima dignità di tutti i fedeli» Cei, doc. cit., 88).
Un corretto itinerario di preparazione al matrimonio cristiano non dovrebbe esaurirsi semplicemente in problematiche psicologiche, morali e giuridiche, come purtroppo capita sovente, ma dovrebbe anche condurre i futuri sposi ad una gestione più coerente del rito liturgico come pure delle tradizioni che lo circondano e condizionano, senza per questo rinunciare alla festa che ri-crea la vita e dà senso alla ferialità.
Tanto per cominciare, si dovrebbe convincere gli sposi che non è lecito addobbare la chiesa con fiori o altro per ostentare la propria condizione sociale umiliando le coppie meno abbienti (cf. Rito del matrimonio (RM) 31). Pur rispettando i gusti personali, l’addobbo floreale dovrebbe essere contenuto in una misura uguale per tutti e possibile a tutti.
È vero poi che il rituale non prevede una precisa collocazione per gli sposi, tuttavia non mi pare giusto che siano confusi nell’assemblea. Non è così per nessun altro sacramento. Lo stesso rito prevede un’accoglienza che immediatamente e giustamente pone i nubendi in una posizione di rilievo (cf. RM 45). Nel rito attuale inoltre è prevista la memoria battesimale che sostituisce l’atto penitenziale e coinvolge tutta l’assemblea (cf. RM 51-58). Con tutto ciò non è detto che gli sposi, con relativi testimoni, debbano essere collocati nella posizione “classica”, con poltrone e inginocchiatoio al centro, davanti all’altare. Né si può dire che questa sia la collocazione migliore, anzi… Tuttavia un posto di rilievo in testa all’assemblea o altrove, secondo la disposizione del luogo, è più che opportuno. Certamente trovo significativo e conforme alle norme che il consenso abbia luogo davanti all’altare e all’assemblea, dove gli sposi in piedi si pongono l’uno di fronte all’altro (cf. RM 70) e dove, in ginocchio, ricevono la solenne benedizione nuziale (cf. RM 79 e 84).
Sebbene abbia suscitato qualche perplessità, il nuovo rito colloca la lettura degli articoli del Codice civile prima della benedizione e del congedo (cf. RM 91).
Anche le foto sono una “memoria” importante da non ostracizzare (in certi riti di ordinazione se ne fanno anche di più). Da qualche anno esiste un regolamento preparato dall’Ufficio liturgico nazionale e proposto alle diocesi quale modello per redigere una convenzione con i fotografi che, dopo un corso di preparazione, vengono autorizzati per il servizio durante i matrimoni nel rispetto della celebrazione liturgica e per evitare la confusione causata da amici e parenti improvvisati fotografi.
L’inserimento del rito nuziale nell’assemblea eucaristica domenicale e festiva sarebbe l’ideale perché, oltre ad esprimere chiaramente non solo il matrimonio in chiesa ma anche e soprattutto nella chiesa, risolverebbe alla radice il problema di cantanti e musicanti (cf. RM 28 e 30). Sarebbe l’assemblea che canta, come di norma. Purtroppo, nello stato attuale di cose, in molti casi questa prassi susciterebbe più problemi di quanti non ne risolverebbe. Si tratta di salvaguardare la dignità dell’assemblea dei credenti!
Lasciamo agli sposi di decidere sull’abito, il pranzo, le bomboniere, il viaggio di nozze… Sono faccende private che esulano dalla liturgia. Tuttavia, una buona preparazione dovrebbe aiutare gli sposi ad essere anche liberi da tutti questi condizionamenti e senza complessi; capaci di cogliere il messaggio e lo spirito che sta alla radice degli orientamenti pastorali della Cei: «La celebrazione del sacramento non può essere scambiata in cerimonia folcloristica o trasformata, più o meno gravemente, in uno spettacolo profano. La rinuncia ad un lusso che contraddice alla povertà di tanti fratelli, deve fare del momento delle nozze un’occasione di carità più largamente diffusa per i fratelli poveri e più abbandonati. Alla responsabile valutazione e decisione degli sposi deve essere affidato il compito di limitare le esteriorità delle nozze e di andare incontro alle varie necessità della comunità ecclesiale» (Evangelizzazione e sacramento del matrimonio, 89).
Sono sempre in numero maggiore gli sposi che hanno compreso e preso sul serio questa dimensione della festa cristiana che si esprime nella condivisione. Le bomboniere sono sostituite da un semplice annuncio e invito dove si dice che la somma corrispondente sarà destinata ad una precisa attività caritativa. C’è anche chi ha sostituito la solita lista-regali con una lista di doni, a costi diversificati, a favore di concreti progetti di solidarietà nei paesi del terzo mondo. (Silvano Sirboni)
giovedì 22 marzo 2007
LA CHIESA DI OGGI NON È DA "ROTTAMARE"....
Cara Settimana,
sono un “giovane prete” di quelli di cui parla don Averardo Dini in una recente sua lettera alla vostra rivista. Una duplice impressione dopo la lettura delle sue parole, un senso frammisto di gioia e di tristezza:
– la gioia di sentire che un sacerdote che ama definirsi “rottamato” possa ancora sognare e immaginare una chiesa diversa da quella che sperimenta ogni giorno. Il gap, la distanza fra il sogno e quella che lui descrive come la triste realtà, infatti, può essere il motore che porta ad un suo sviluppo, ad una crescita;
– la tristezza, perché le sue parole esprimono un profondo disagio interiore, l’esperienza della disgregazione di un mondo, il crollo e la fine di un’identità che – come un ciclone – portano don Averardo a smarrire persino la strada evangelica della carità rispetto ad una chiesa a cui egli stesso appartiene.
Anche a me piace sognare e immaginare la chiesa, ma il sogno di cui voglio parlare è un sogno che vedo realizzarsi ogni giorno e non certo sfaldarsi poco a poco.
La chiesa che io sogno i nostri vescovi la definirebbero “comunità missionaria ed evangelizzatrice”, “oratorio di famiglie”, “carità vissuta in un mondo che cambia”, (non mancano coloro che invitano a riscoprire come fondanti certe dimensioni)…: non è chiusa in se stessa ma capace di uscire, comprende gli strumenti moderni quale il computer e i telefonini cellulari ma non è compresa da essi, è santa e peccatrice, capace di parlare quando si vorrebbe tacesse e di tacere quando invece vorremmo che parlasse…
La chiesa dei miei sogni, la chiesa che vedo, fa anche “volantinaggio” prima e dopo la santa messa, avvisa cioè di una presenza, si fa incontro perché vuole guardare più in là rispetto alla punta delle sue scarpe, vuole guardare oltre la punta del suo campanile.
Questa chiesa la incontro nello sguardo di ogni malato visitato (e sono tanti, ma – fortunatamente – le tante mani sinistre non sanno cosa fanno le tante mani destre!) e in questo nostro mondo sono molti i malati (forse anche più dei “sani”): questa chiesa si trova su ogni volto lacerato, su ogni volto mascherato, oppure su ogni volto nascosto che cerca di essere rivelato. Questa chiesa è anche il malato di aids che mi è morto fra le braccia un giorno di qualche anno fa: eppure questa chiesa non fa rumore! Protagonista sembra essere sempre la sagra, la cena, la gita. Eppure dietro a quella tavola imbandita, dietro quel sentiero aperto a tutti, dietro a quella musica o a quell’atmosfera giocosa, ci sono sempre tanti volti e c’è sempre un Volto.
C’è anche la chiesa raccontata da tanti come padre Turoldo, don Milani, un amico come don Emilio Gandolfo, don Vacca Mauri, don Serafino Ceri, ma anche tanti laici che, nella loro semplicità e con le loro storie, ne hanno scritto le pagine! Questa chiesa la narrano anche i più moderni predicatori internauti che parlano la voce moderna del computer come la racconta pure il buon “don Ave” – così lo chiamano i suoi ex parrocchiani –; questa chiesa si trova in film come quelli di don Camillo e di Peppone, ma anche nei più moderni film di registi dell’Uzbekistan, perché è una chiesa che non vuole avere confini di spazio e di tempo; è la chiesa parlata dal vernacolo fiorentino ma è anche cantata dal sorriso amaro di un clown all’oratorio.
È la chiesa che si ispira al vangelo e al volto di Cristo: insieme a quello di Gesù, vede il volto tumefatto e insieme radioso di gente povera e ricca, e in mezzo a questi volti vive.
È la chiesa che vuole incontrare, oltre al 10% della gente che va alla messa – praticanti e forse anche fedeli –, pure il 90% che non frequenta la celebrazione domenicale. Questa chiesa è la chiesa delle gite attentamente preparate per fare del volto di un bambino un sacramento e di una passeggiata un rito capace di indurre il passaggio dalla solitudine alla solidarietà. Forse questa chiesa canterà anche nei concerti, anche con note stonate, ma comunque canta la gioia e il dolore di questa nostra creazione che geme e soffre nelle doglie del parto.
C’è una chiesa che parla molte lingue e fra queste anche il DOS e gli altri linguaggi dell’informatica, ma in queste lingue cerca di dare espressione alla Parola: cerca di comunicare non solo col prossimo vicino ma cerca di farsi prossima ai lontani.
Questa chiesa non può accontentarsi dell’immagine raccontata di una montagna nella storia di chi, quella montagna, l’ha scalata o ha immaginato di scalarla; il suo racconto dovrebbe essere veramente carico di una tensione e di una passione indicibili e incontenibili: la chiesa, quella montagna la deve e la vuole scalare essa stessa con le sue gambe, la deve amare col suo cuore, la deve contemplare con i suoi occhi. Questa chiesa – dice Leonardo Boff – da quella montagna si deve far contemplare, si deve lasciar provocare. Questa sarà la montagna in cui individuare sentieri, tracce di Dio e dell’uomo… e non sarà mai tempo perso tracciare il sentiero!
Questa chiesa, che io immagino, vive nel mondo ma non gli appartiene (l’hanno già detto tanti anni or sono): non corre dietro al denaro, perché deve fidarsi della Provvidenza, eppure deve fare i conti anche con il denaro che può essere mezzo da condividere e strumento di partecipazione alla cosa di tutti; anche il denaro le sarà compagno nella navigazione fra i marosi di questa vita: è evidente che i problemi economici, e specie il loro accumulo negli anni, non dovranno mai assorbirla, appesantirla e renderla incapace di viaggiare…
Questa chiesa ama “viaggiare”. Nella nostra comunità parrocchiale c’è una donna anziana che, anziché definirsi “rottamata”, si è chiamata “madrina dei morti”: mi accompagna in tutti i funerali che celebro (circa cento ogni anno) e soprattutto “accompagna” loro, gli amici che vogliamo salutare. Una specie di Caronte che vince ogni solitudine e racconta tutta la solidarietà. La chiesa è anche questo nel 2007, silenziosa e insieme eloquente sposa di Cristo.
Questa è anche la chiesa che, nella “beata confusione” di un’affollatissima festa, in mezzo a tante solitudini, trova il coraggio di piangere senza vergogna ora lacrime di gioia e ora lacrime di dolore: lo può fare in quanto non è una chiesa di facciate ma di volti e di Volto.
La chiesa compie il suo viaggio sospinta dai venti dello Spirito di Dio ed è spesso sbatacchiata non poco e sicuramente anche a ragione, dal “Dio delle bastonate” che, come un padre, corregge il figlio monello; una chiesa che passa attraverso tempeste e crisi verso il porto sospirato.
Questa chiesa riconosce a tutti il diritto di cittadinanza, dà a tutti un permesso di soggiorno, anche a chi in essa non vorrebbe riconoscersi: c’è chi smarrisce la strada che ad essa porta ma il suo portone d’ingresso resterà sempre spalancato se essa, sposa di Cristo, non vuole rinnegare il suo partner.
Una chiesa così io la vedo ogni giorno: il volto di Cristo almeno in qualche occasione, in qualche suo “forse” lo manifesta, e Dio Padre di questi “forse” si accontenta: sono germi che niente hanno della noia perché parlano di un movimento e di un cammino da compiere che si rinnova e che mai puzza di sorpassato. In questa chiesa trova spazio il volto sorridente e paffuto di un bambino come quello pieno di rughe di colui che si affaccia all’altra riva; trova significato il volto sudato come quello che piange lacrime di sangue: in ognuno di questi volti io vedo la pasqua e vedo Cristo, nostra pasqua.
Per questa chiesa io e tanti abbiamo scommesso la vita e io la amerò anche quando la vedrò lacerata (tanto la mia vita quanto la chiesa, come vorrei fossero un’unità inscindibile!): è la chiesa fatta di preti e di laici che mi hanno preceduto, tutors sulla via della vita, vivi o defunti, sempre e comunque sguardi luminosi e illuminanti che non hanno mai smesso di essere bagliori o riflessi del volto di Dio che fa brillare il sole sui giusti e sugli ingiusti.
Questi tutors e, insieme, compagni di viaggio, ad oggi mi hanno fornito gli scalini e consentito di salire non su di un podio per essere protagonista, campione o premiato nella storia degli uomini, quanto invece di arrampicarmi su una piccola collina dall’alto della quale si assapora la vetta della montagna, ora più vicina: dall’alto di quella rampa io posso allungare la mia mano da mendicante che chiede aiuto e che anela ad essere stretta ad un’altra mano, ben più grande, quella di Dio. Vorrei che questa fiducia nella mano di Dio, che quasi ci avvolge, fosse trasmessa a tutti coloro che vogliono sognare, immaginare, credere e sperare – nella certezza – che, in questa chiesa, non esiste e mai esisterà “rottamazione” perché essa non può smarrirsi nell’“usa e getta” del mondo.
Grazie ad Andrea, a Daniele, a padre Saverio Corradino, a Maria Giovanna, al piccolo Emilio Gandolfo, ai tanti nomi che hanno segnato il mio cammino, e grazie anche a “don Ave”.
don Vittorio Menestrina
sono un “giovane prete” di quelli di cui parla don Averardo Dini in una recente sua lettera alla vostra rivista. Una duplice impressione dopo la lettura delle sue parole, un senso frammisto di gioia e di tristezza:
– la gioia di sentire che un sacerdote che ama definirsi “rottamato” possa ancora sognare e immaginare una chiesa diversa da quella che sperimenta ogni giorno. Il gap, la distanza fra il sogno e quella che lui descrive come la triste realtà, infatti, può essere il motore che porta ad un suo sviluppo, ad una crescita;
– la tristezza, perché le sue parole esprimono un profondo disagio interiore, l’esperienza della disgregazione di un mondo, il crollo e la fine di un’identità che – come un ciclone – portano don Averardo a smarrire persino la strada evangelica della carità rispetto ad una chiesa a cui egli stesso appartiene.
Anche a me piace sognare e immaginare la chiesa, ma il sogno di cui voglio parlare è un sogno che vedo realizzarsi ogni giorno e non certo sfaldarsi poco a poco.
La chiesa che io sogno i nostri vescovi la definirebbero “comunità missionaria ed evangelizzatrice”, “oratorio di famiglie”, “carità vissuta in un mondo che cambia”, (non mancano coloro che invitano a riscoprire come fondanti certe dimensioni)…: non è chiusa in se stessa ma capace di uscire, comprende gli strumenti moderni quale il computer e i telefonini cellulari ma non è compresa da essi, è santa e peccatrice, capace di parlare quando si vorrebbe tacesse e di tacere quando invece vorremmo che parlasse…
La chiesa dei miei sogni, la chiesa che vedo, fa anche “volantinaggio” prima e dopo la santa messa, avvisa cioè di una presenza, si fa incontro perché vuole guardare più in là rispetto alla punta delle sue scarpe, vuole guardare oltre la punta del suo campanile.
Questa chiesa la incontro nello sguardo di ogni malato visitato (e sono tanti, ma – fortunatamente – le tante mani sinistre non sanno cosa fanno le tante mani destre!) e in questo nostro mondo sono molti i malati (forse anche più dei “sani”): questa chiesa si trova su ogni volto lacerato, su ogni volto mascherato, oppure su ogni volto nascosto che cerca di essere rivelato. Questa chiesa è anche il malato di aids che mi è morto fra le braccia un giorno di qualche anno fa: eppure questa chiesa non fa rumore! Protagonista sembra essere sempre la sagra, la cena, la gita. Eppure dietro a quella tavola imbandita, dietro quel sentiero aperto a tutti, dietro a quella musica o a quell’atmosfera giocosa, ci sono sempre tanti volti e c’è sempre un Volto.
C’è anche la chiesa raccontata da tanti come padre Turoldo, don Milani, un amico come don Emilio Gandolfo, don Vacca Mauri, don Serafino Ceri, ma anche tanti laici che, nella loro semplicità e con le loro storie, ne hanno scritto le pagine! Questa chiesa la narrano anche i più moderni predicatori internauti che parlano la voce moderna del computer come la racconta pure il buon “don Ave” – così lo chiamano i suoi ex parrocchiani –; questa chiesa si trova in film come quelli di don Camillo e di Peppone, ma anche nei più moderni film di registi dell’Uzbekistan, perché è una chiesa che non vuole avere confini di spazio e di tempo; è la chiesa parlata dal vernacolo fiorentino ma è anche cantata dal sorriso amaro di un clown all’oratorio.
È la chiesa che si ispira al vangelo e al volto di Cristo: insieme a quello di Gesù, vede il volto tumefatto e insieme radioso di gente povera e ricca, e in mezzo a questi volti vive.
È la chiesa che vuole incontrare, oltre al 10% della gente che va alla messa – praticanti e forse anche fedeli –, pure il 90% che non frequenta la celebrazione domenicale. Questa chiesa è la chiesa delle gite attentamente preparate per fare del volto di un bambino un sacramento e di una passeggiata un rito capace di indurre il passaggio dalla solitudine alla solidarietà. Forse questa chiesa canterà anche nei concerti, anche con note stonate, ma comunque canta la gioia e il dolore di questa nostra creazione che geme e soffre nelle doglie del parto.
C’è una chiesa che parla molte lingue e fra queste anche il DOS e gli altri linguaggi dell’informatica, ma in queste lingue cerca di dare espressione alla Parola: cerca di comunicare non solo col prossimo vicino ma cerca di farsi prossima ai lontani.
Questa chiesa non può accontentarsi dell’immagine raccontata di una montagna nella storia di chi, quella montagna, l’ha scalata o ha immaginato di scalarla; il suo racconto dovrebbe essere veramente carico di una tensione e di una passione indicibili e incontenibili: la chiesa, quella montagna la deve e la vuole scalare essa stessa con le sue gambe, la deve amare col suo cuore, la deve contemplare con i suoi occhi. Questa chiesa – dice Leonardo Boff – da quella montagna si deve far contemplare, si deve lasciar provocare. Questa sarà la montagna in cui individuare sentieri, tracce di Dio e dell’uomo… e non sarà mai tempo perso tracciare il sentiero!
Questa chiesa, che io immagino, vive nel mondo ma non gli appartiene (l’hanno già detto tanti anni or sono): non corre dietro al denaro, perché deve fidarsi della Provvidenza, eppure deve fare i conti anche con il denaro che può essere mezzo da condividere e strumento di partecipazione alla cosa di tutti; anche il denaro le sarà compagno nella navigazione fra i marosi di questa vita: è evidente che i problemi economici, e specie il loro accumulo negli anni, non dovranno mai assorbirla, appesantirla e renderla incapace di viaggiare…
Questa chiesa ama “viaggiare”. Nella nostra comunità parrocchiale c’è una donna anziana che, anziché definirsi “rottamata”, si è chiamata “madrina dei morti”: mi accompagna in tutti i funerali che celebro (circa cento ogni anno) e soprattutto “accompagna” loro, gli amici che vogliamo salutare. Una specie di Caronte che vince ogni solitudine e racconta tutta la solidarietà. La chiesa è anche questo nel 2007, silenziosa e insieme eloquente sposa di Cristo.
Questa è anche la chiesa che, nella “beata confusione” di un’affollatissima festa, in mezzo a tante solitudini, trova il coraggio di piangere senza vergogna ora lacrime di gioia e ora lacrime di dolore: lo può fare in quanto non è una chiesa di facciate ma di volti e di Volto.
La chiesa compie il suo viaggio sospinta dai venti dello Spirito di Dio ed è spesso sbatacchiata non poco e sicuramente anche a ragione, dal “Dio delle bastonate” che, come un padre, corregge il figlio monello; una chiesa che passa attraverso tempeste e crisi verso il porto sospirato.
Questa chiesa riconosce a tutti il diritto di cittadinanza, dà a tutti un permesso di soggiorno, anche a chi in essa non vorrebbe riconoscersi: c’è chi smarrisce la strada che ad essa porta ma il suo portone d’ingresso resterà sempre spalancato se essa, sposa di Cristo, non vuole rinnegare il suo partner.
Una chiesa così io la vedo ogni giorno: il volto di Cristo almeno in qualche occasione, in qualche suo “forse” lo manifesta, e Dio Padre di questi “forse” si accontenta: sono germi che niente hanno della noia perché parlano di un movimento e di un cammino da compiere che si rinnova e che mai puzza di sorpassato. In questa chiesa trova spazio il volto sorridente e paffuto di un bambino come quello pieno di rughe di colui che si affaccia all’altra riva; trova significato il volto sudato come quello che piange lacrime di sangue: in ognuno di questi volti io vedo la pasqua e vedo Cristo, nostra pasqua.
Per questa chiesa io e tanti abbiamo scommesso la vita e io la amerò anche quando la vedrò lacerata (tanto la mia vita quanto la chiesa, come vorrei fossero un’unità inscindibile!): è la chiesa fatta di preti e di laici che mi hanno preceduto, tutors sulla via della vita, vivi o defunti, sempre e comunque sguardi luminosi e illuminanti che non hanno mai smesso di essere bagliori o riflessi del volto di Dio che fa brillare il sole sui giusti e sugli ingiusti.
Questi tutors e, insieme, compagni di viaggio, ad oggi mi hanno fornito gli scalini e consentito di salire non su di un podio per essere protagonista, campione o premiato nella storia degli uomini, quanto invece di arrampicarmi su una piccola collina dall’alto della quale si assapora la vetta della montagna, ora più vicina: dall’alto di quella rampa io posso allungare la mia mano da mendicante che chiede aiuto e che anela ad essere stretta ad un’altra mano, ben più grande, quella di Dio. Vorrei che questa fiducia nella mano di Dio, che quasi ci avvolge, fosse trasmessa a tutti coloro che vogliono sognare, immaginare, credere e sperare – nella certezza – che, in questa chiesa, non esiste e mai esisterà “rottamazione” perché essa non può smarrirsi nell’“usa e getta” del mondo.
Grazie ad Andrea, a Daniele, a padre Saverio Corradino, a Maria Giovanna, al piccolo Emilio Gandolfo, ai tanti nomi che hanno segnato il mio cammino, e grazie anche a “don Ave”.
don Vittorio Menestrina
lunedì 19 marzo 2007
NON LA POSSO ASSOLVERE, MA....
Gentile direttore.
anche se non sono un esperto in materia e non ho nulla da insegnare o di nuovo e di originale da dire, pure io mi inserisco nel discorso/dibattito della pastorale di frontiera nei confronti di coloro che stanno vivendo una situazione coniugale non secondo Dio, ma alla maniera degli uomini (cf. Mc 8,33).
Prendo semplicemente le mosse da un fatto che mi ha ulteriormente illuminato e fatto riflettere.
Mi si presenta una persona che non conosco direttamente e mi chiede se mi può parlare privatamente. Ci vediamo. «Padre, avrà notato che, quando celebra la santa messa, io non faccio mai la comunione; sono divorziata e quindi ne sono esclusa». Mi affretto a dirle che questa situazione non è di per sé un impedimento all’esperienza sacramentale. Mi interrompe. «Mi lasci finire: io ho un compagno».
E così mi racconta la sua storia di moglie tradita dal marito il quale ha avuto un figlio con un’altra donna. Per questo lei non si è più sentita di stare con lui e lui neppure.
Poi continua: «Quando è morta mia mamma e ha fatto la prima comunione mia figlia, ho chiesto al mio prete se potevo comunicarmi perché non potevo dire alla mia bambina le cose come stavano. Il prete, dopo aver sentito la mia vicenda, mi ha detto di sì. E così è avvenuto con mia soddisfazione e senza imbarazzo di mia figlia, ignara di tutto; se non mi fossi comunicata con lei e come lei, certamente mi avrebbe chiesto il perché con grande mio disagio a doverle svelare, di punto in bianco, la mia situazione. Ora vorrei regolarizzare il tutto con una assoluzione e riprendere a comunicarmi perché ne sento un grande bisogno e piacere».
Mi si sono raggelate le vene al pensare di non poterla accontentare e farle sfumare forse la speranza di aver trovato un prete “comprensibile” e “accondiscendente”!
A scanso di equivoci, mi sono buttato a parlare liberamente e, senza mezzi termini, le ho detto che non ero sulla stessa linea del confratello; non per questo lo giudicavo male in quanto lui, essendo esperto in morale, avrà certamente avuto le sue “brave” motivazioni per dire quanto aveva detto e avallato.
Come conclusione di questa prima parte della conversazione, le ho confermato quanto lei aveva già intuito e cioè che in coscienza non potevo e non mi sentivo di assolverla.
Ne è convenuta anche lei perché anche altri preti le avevano espresso la stessa cosa, ossia che le condizioni per risolvere la questione erano due: avviare la causa di verifica della validità o meno del matrimonio ed essere disposta, nel frattempo, a vivere da fratello e sorella col proprio compagno non potendolo lasciare.
La signora mi dice che esclude ambedue le cose per non rivangare il passato coinvolgendo e facendo star male i propri congiunti e perché il proprio compagno non ci starebbe in quanto non è praticante ed è lontano da un discorso religioso e di chiesa.
Allora le faccio un altro discorso: quello sulle varie presenze di Cristo. La invito a prendere atto che la comunione eucaristica è, in realtà, il vertice della fede; tuttavia ci sono altre “comunioni”, non alternative beninteso, che nel frattempo si possono fare abitualmente con Cristo dovunque lui ha rivelato e indicato la sua presenza come, ad esempio:
– ogni volta che avete fatto un gesto di amore verso un prossimo in situazione di povertà e di bisogno, l’avete fatto a me (cf. Mt 25);
– dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro (cf. Mt18,15);
– chi avrà dato un solo bicchiere d’acqua ad un discepolo di Cristo non perderà la sua ricompensa perché è come averlo dato a lui (cf. Mc 9,41)…
Aggiungo che il concilio Vaticano II (cf. SC n. 7) ha messo a fuoco sette presenze vere di Gesù; non le chiama reali, e riserva questo aggettivo solo alla presenza di Gesù nelle sacre specie eucaristiche “per antonomasia”, ma ciò non le destituisce del loro valore di presenza di Cristo.
Provo ad elencargliene alcune:
* quando nella chiesa viene proclamata la parola di Dio, è Dio stesso che, qui e ora, parla al suo popolo,
* quando vengono celebrati i sacramenti, è Cristo stesso che battezza, assolve, consacra ecc.,
* quando si sta o si prega insieme, è ancora Cristo il centro e l’agente dell’unità e della comunione (cf. Mt 18,20),
* quando si vive l’amore vicendevole e fraterno, è sempre Cristo, presente e operante, il dono e la ragione di questa relazione (cf. Gv 13,35),
* lo stesso ministro celebrante è segno vivo di Cristo per cui, quando il sacerdote va all’altare per la santa messa, è Gesù che, nel segno di una persona fisica e visibile come il prete, entra nell’assemblea liturgica e vi ripresenta la sua offerta sacrificale per la nuova ed eterna alleanza con tutti i fedeli compartecipanti,
* Gesù si ritiene maltrattato in chi è perseguitato e combattuto a motivo della propria fede (cf. At 9,4-5).
Man mano che dicevo queste cose, osservavo che gli occhi della donna, inumiditi dalle lacrime per la mancata assoluzione sacramentale, diventavano radiosi nel sorriso per la finestra che si era andata dischiudendo.
La persona in questione, ad un certo punto, ha rotto il silenzio e ha commentato: «Anche se non posso vivere la pienezza della comunione mediante l’eucaristia, posso fare tante comunioni che mi avvicineranno al vertice; anche se la mia condizione, per ora, non mi consente di muovermi al livello, mettiamo, del “dieci”, però anche l’uno, il due, il tre… hanno il loro significato e valore; uno più uno più uno può diventare dieci!».
Mi sono reso conto ancora una volta che la questione dei separati risposati non è solo un problema scabroso di ordine morale e giuridico, ma di fede.
A volte ho l’impressione che si tenga di più ad essere autorizzati a fare la comunione mediante il poter “prendere l’ostia” – come a volte sento dire – che essere una sola cosa con Cristo per se stesso come Persona, morto e risorto per noi, considerato come il collaboratore della nostra libertà, della nostra gioia, del nostro vero e definitivo bene, che avere il suo pensiero (cf. 1Cor 2,16), che condividere il suo progetto-uomo, la sua volontà di amore benevolente.
Le amnistie, gli indulti, le concessioni compassionevoli e benevolenti attutiscono il dolore ma non guariscono.
Gesù, a chi gli chiedeva quali opere erano da fare, ha risposto, senza tergiversare: «Questa è l’opera di Dio: credere in colui che egli ha mandato» (Gv 6,26). Queste parole rivelano che il servizio (azione/opera) fondamentale di Dio è che noi, suoi beneamati figli, siamo capaci di fidarci lui e affidarci a lui, che «è buono e fa il bene» (Salmo 119,68).
Alla samaritana che aveva avuto cinque mariti e quello che aveva non era il suo (cf. Gv 4,19), Gesù ha detto: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “dammi da bere!”, tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva» (Gv 4,10). E la samaritana, avendo incontrato e conosciuto il dono di Dio, ossia il Messia Salvatore, ha dato una svolta alla sua vita (cf. Gv 4,28-29).
Gesù dice che chi ha trovato un tesoro, non esita a vendere tutto quello che ha e a procurarselo (cf. Matteo 13,44-46); chi guarda a chi e a cosa “guadagna”, ha la ragione e la forza di liberarsi (non di rinunciare!) da ciò che impedisce di concludere l’affare.
Sono sempre validi e attuali, anche se sembrano duri e autodistruttivi, i criteri di gestione della propria vita dati da Cristo: «Se il tuo occhio destro ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo via da te; se la tua mano destra ti è occasione di scandalo, tagliala e gettala via da te… conviene che perisca uno dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geenna» (Mt 5,28-30).
È altrettanto significativa l’ingiunzione imperativa di Gesù alla donna adultera: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più» (Gv 8,11).
Si comincia a fare la comunione quando si arriva a dire: il mio bene sei tu (Gesù): non c’è felicità per me senza di te! Chi trova Cristo, trova il più bello e il meglio senza eguali!
Occorre potenziare e intensificare il desiderio e soprattutto la voglia di Gesù per se stesso come l’amato del proprio cuore perché «chi altri avrò per me in cielo? Fuori di te nulla bramo sulla terra… Il mio bene è stare vicino a Dio» (Sal 73,25.28).
Le comunioni di desiderio scavano e predispongono alla comunione reale con Cristo, via, verità e vita. La Verità (Gesù stesso), insieme alla verità della propria ricerca di lui, libera, fa liberi, rende possibile quello che umanamente sembra impossibile, a condizione che si creda in lui come Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna» (Gv 6,68) e, come lui, dicessimo: «Sulla tua parola getterò le reti» (Lc 5,5).
Fanno impressione e fanno pensare e sono provocanti le parole di Gesù: «Voi non volete venire a me per avere la vita» (Gv 5,40) e la domanda che ha posto ai primi discepoli: «Che cercate?» (Gv 1,38).
L’esperienza delle molteplici forme di comunione con Gesù secondo i suoi vari “modi” e “luoghi” di presenza, senza concentrarsi esclusivamente su quella eucaristica, pur non arrivando all’eccesso di non considerarla più o eguagliarla a tutte le altre presenze, mi pare che possa essere una pista percorribile da tutti la quale può sfociare nel «fons et culmen» del sacramento eucaristico.
don Guido Oliveri
anche se non sono un esperto in materia e non ho nulla da insegnare o di nuovo e di originale da dire, pure io mi inserisco nel discorso/dibattito della pastorale di frontiera nei confronti di coloro che stanno vivendo una situazione coniugale non secondo Dio, ma alla maniera degli uomini (cf. Mc 8,33).
Prendo semplicemente le mosse da un fatto che mi ha ulteriormente illuminato e fatto riflettere.
Mi si presenta una persona che non conosco direttamente e mi chiede se mi può parlare privatamente. Ci vediamo. «Padre, avrà notato che, quando celebra la santa messa, io non faccio mai la comunione; sono divorziata e quindi ne sono esclusa». Mi affretto a dirle che questa situazione non è di per sé un impedimento all’esperienza sacramentale. Mi interrompe. «Mi lasci finire: io ho un compagno».
E così mi racconta la sua storia di moglie tradita dal marito il quale ha avuto un figlio con un’altra donna. Per questo lei non si è più sentita di stare con lui e lui neppure.
Poi continua: «Quando è morta mia mamma e ha fatto la prima comunione mia figlia, ho chiesto al mio prete se potevo comunicarmi perché non potevo dire alla mia bambina le cose come stavano. Il prete, dopo aver sentito la mia vicenda, mi ha detto di sì. E così è avvenuto con mia soddisfazione e senza imbarazzo di mia figlia, ignara di tutto; se non mi fossi comunicata con lei e come lei, certamente mi avrebbe chiesto il perché con grande mio disagio a doverle svelare, di punto in bianco, la mia situazione. Ora vorrei regolarizzare il tutto con una assoluzione e riprendere a comunicarmi perché ne sento un grande bisogno e piacere».
Mi si sono raggelate le vene al pensare di non poterla accontentare e farle sfumare forse la speranza di aver trovato un prete “comprensibile” e “accondiscendente”!
A scanso di equivoci, mi sono buttato a parlare liberamente e, senza mezzi termini, le ho detto che non ero sulla stessa linea del confratello; non per questo lo giudicavo male in quanto lui, essendo esperto in morale, avrà certamente avuto le sue “brave” motivazioni per dire quanto aveva detto e avallato.
Come conclusione di questa prima parte della conversazione, le ho confermato quanto lei aveva già intuito e cioè che in coscienza non potevo e non mi sentivo di assolverla.
Ne è convenuta anche lei perché anche altri preti le avevano espresso la stessa cosa, ossia che le condizioni per risolvere la questione erano due: avviare la causa di verifica della validità o meno del matrimonio ed essere disposta, nel frattempo, a vivere da fratello e sorella col proprio compagno non potendolo lasciare.
La signora mi dice che esclude ambedue le cose per non rivangare il passato coinvolgendo e facendo star male i propri congiunti e perché il proprio compagno non ci starebbe in quanto non è praticante ed è lontano da un discorso religioso e di chiesa.
Allora le faccio un altro discorso: quello sulle varie presenze di Cristo. La invito a prendere atto che la comunione eucaristica è, in realtà, il vertice della fede; tuttavia ci sono altre “comunioni”, non alternative beninteso, che nel frattempo si possono fare abitualmente con Cristo dovunque lui ha rivelato e indicato la sua presenza come, ad esempio:
– ogni volta che avete fatto un gesto di amore verso un prossimo in situazione di povertà e di bisogno, l’avete fatto a me (cf. Mt 25);
– dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro (cf. Mt18,15);
– chi avrà dato un solo bicchiere d’acqua ad un discepolo di Cristo non perderà la sua ricompensa perché è come averlo dato a lui (cf. Mc 9,41)…
Aggiungo che il concilio Vaticano II (cf. SC n. 7) ha messo a fuoco sette presenze vere di Gesù; non le chiama reali, e riserva questo aggettivo solo alla presenza di Gesù nelle sacre specie eucaristiche “per antonomasia”, ma ciò non le destituisce del loro valore di presenza di Cristo.
Provo ad elencargliene alcune:
* quando nella chiesa viene proclamata la parola di Dio, è Dio stesso che, qui e ora, parla al suo popolo,
* quando vengono celebrati i sacramenti, è Cristo stesso che battezza, assolve, consacra ecc.,
* quando si sta o si prega insieme, è ancora Cristo il centro e l’agente dell’unità e della comunione (cf. Mt 18,20),
* quando si vive l’amore vicendevole e fraterno, è sempre Cristo, presente e operante, il dono e la ragione di questa relazione (cf. Gv 13,35),
* lo stesso ministro celebrante è segno vivo di Cristo per cui, quando il sacerdote va all’altare per la santa messa, è Gesù che, nel segno di una persona fisica e visibile come il prete, entra nell’assemblea liturgica e vi ripresenta la sua offerta sacrificale per la nuova ed eterna alleanza con tutti i fedeli compartecipanti,
* Gesù si ritiene maltrattato in chi è perseguitato e combattuto a motivo della propria fede (cf. At 9,4-5).
Man mano che dicevo queste cose, osservavo che gli occhi della donna, inumiditi dalle lacrime per la mancata assoluzione sacramentale, diventavano radiosi nel sorriso per la finestra che si era andata dischiudendo.
La persona in questione, ad un certo punto, ha rotto il silenzio e ha commentato: «Anche se non posso vivere la pienezza della comunione mediante l’eucaristia, posso fare tante comunioni che mi avvicineranno al vertice; anche se la mia condizione, per ora, non mi consente di muovermi al livello, mettiamo, del “dieci”, però anche l’uno, il due, il tre… hanno il loro significato e valore; uno più uno più uno può diventare dieci!».
Mi sono reso conto ancora una volta che la questione dei separati risposati non è solo un problema scabroso di ordine morale e giuridico, ma di fede.
A volte ho l’impressione che si tenga di più ad essere autorizzati a fare la comunione mediante il poter “prendere l’ostia” – come a volte sento dire – che essere una sola cosa con Cristo per se stesso come Persona, morto e risorto per noi, considerato come il collaboratore della nostra libertà, della nostra gioia, del nostro vero e definitivo bene, che avere il suo pensiero (cf. 1Cor 2,16), che condividere il suo progetto-uomo, la sua volontà di amore benevolente.
Le amnistie, gli indulti, le concessioni compassionevoli e benevolenti attutiscono il dolore ma non guariscono.
Gesù, a chi gli chiedeva quali opere erano da fare, ha risposto, senza tergiversare: «Questa è l’opera di Dio: credere in colui che egli ha mandato» (Gv 6,26). Queste parole rivelano che il servizio (azione/opera) fondamentale di Dio è che noi, suoi beneamati figli, siamo capaci di fidarci lui e affidarci a lui, che «è buono e fa il bene» (Salmo 119,68).
Alla samaritana che aveva avuto cinque mariti e quello che aveva non era il suo (cf. Gv 4,19), Gesù ha detto: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “dammi da bere!”, tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva» (Gv 4,10). E la samaritana, avendo incontrato e conosciuto il dono di Dio, ossia il Messia Salvatore, ha dato una svolta alla sua vita (cf. Gv 4,28-29).
Gesù dice che chi ha trovato un tesoro, non esita a vendere tutto quello che ha e a procurarselo (cf. Matteo 13,44-46); chi guarda a chi e a cosa “guadagna”, ha la ragione e la forza di liberarsi (non di rinunciare!) da ciò che impedisce di concludere l’affare.
Sono sempre validi e attuali, anche se sembrano duri e autodistruttivi, i criteri di gestione della propria vita dati da Cristo: «Se il tuo occhio destro ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo via da te; se la tua mano destra ti è occasione di scandalo, tagliala e gettala via da te… conviene che perisca uno dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geenna» (Mt 5,28-30).
È altrettanto significativa l’ingiunzione imperativa di Gesù alla donna adultera: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più» (Gv 8,11).
Si comincia a fare la comunione quando si arriva a dire: il mio bene sei tu (Gesù): non c’è felicità per me senza di te! Chi trova Cristo, trova il più bello e il meglio senza eguali!
Occorre potenziare e intensificare il desiderio e soprattutto la voglia di Gesù per se stesso come l’amato del proprio cuore perché «chi altri avrò per me in cielo? Fuori di te nulla bramo sulla terra… Il mio bene è stare vicino a Dio» (Sal 73,25.28).
Le comunioni di desiderio scavano e predispongono alla comunione reale con Cristo, via, verità e vita. La Verità (Gesù stesso), insieme alla verità della propria ricerca di lui, libera, fa liberi, rende possibile quello che umanamente sembra impossibile, a condizione che si creda in lui come Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna» (Gv 6,68) e, come lui, dicessimo: «Sulla tua parola getterò le reti» (Lc 5,5).
Fanno impressione e fanno pensare e sono provocanti le parole di Gesù: «Voi non volete venire a me per avere la vita» (Gv 5,40) e la domanda che ha posto ai primi discepoli: «Che cercate?» (Gv 1,38).
L’esperienza delle molteplici forme di comunione con Gesù secondo i suoi vari “modi” e “luoghi” di presenza, senza concentrarsi esclusivamente su quella eucaristica, pur non arrivando all’eccesso di non considerarla più o eguagliarla a tutte le altre presenze, mi pare che possa essere una pista percorribile da tutti la quale può sfociare nel «fons et culmen» del sacramento eucaristico.
don Guido Oliveri
giovedì 8 marzo 2007
IL CELIBATO E LA SOLITUDINE DEL PRETE
Cara Settimana,
mi sembra importante riconoscere che, nella scelta celibataria del prete, c’è un inevitabile, conseguente “senso di solitudine” che va accettato, sofferto e offerto. Un senso di solitudine che consegue, di tutta logica, alla rinuncia a quel “adiutorium simile sibi” che la stessa natura umana – così come era uscita dalle mani del Creatore – “naturalmente” esigeva, anche dentro i succedanei di un paradiso terrestre. E lui, il Creatore – come ricorda la Genesi – riconosce e afferma che «non è bene che l’uomo sia solo». Trovo quindi senz’altro utile e necessario valorizzare – come giustamente si raccomanda – i preziosi aiuti che una vita comunitaria, l’amicizia fra preti, il legame sacramentale con il presbiterio ecc… possono offrire per sostenere questa inevitabile “solitudine” del prete. A condizione che sia chiaro che la nostra scelta celibataria ci fa mancare quel rapporto profondo di vita che fa dei due “quasi una sola carne” – e non mi riferisco primariamente alle fatiche conseguenti ad una vita casta – consentendo ai due di non affrontare da soli la vita.
Ritengo, cioè, che una certa sofferta “solitudine” rientra nella condizione celibataria in quanto ogni prete – come ogni altro normale essere umano – sentirebbe anche il bisogno di un tipo di relazione che solo la vita di coppia può offrire e di cui probabilmente avvertirà sempre la mancanza. Soprattutto in qualche momento della vita.
Ritengo che né il carisma celibatario con la sua grazia propria, né l’amore sponsale con Dio cancellino questo bisogno e questa umanissima nostalgia. Se mai, costituisce un motivo aggiunto per una spiritualità di relazione delicata e forte con Dio e l’accettazione di condividere nella propria carne le tante sofferte solitudini che ci sono oggi nella società. Anche all’interno della coppia.
don Fernando Pavanello
Breda di Piave (TV)
mi sembra importante riconoscere che, nella scelta celibataria del prete, c’è un inevitabile, conseguente “senso di solitudine” che va accettato, sofferto e offerto. Un senso di solitudine che consegue, di tutta logica, alla rinuncia a quel “adiutorium simile sibi” che la stessa natura umana – così come era uscita dalle mani del Creatore – “naturalmente” esigeva, anche dentro i succedanei di un paradiso terrestre. E lui, il Creatore – come ricorda la Genesi – riconosce e afferma che «non è bene che l’uomo sia solo». Trovo quindi senz’altro utile e necessario valorizzare – come giustamente si raccomanda – i preziosi aiuti che una vita comunitaria, l’amicizia fra preti, il legame sacramentale con il presbiterio ecc… possono offrire per sostenere questa inevitabile “solitudine” del prete. A condizione che sia chiaro che la nostra scelta celibataria ci fa mancare quel rapporto profondo di vita che fa dei due “quasi una sola carne” – e non mi riferisco primariamente alle fatiche conseguenti ad una vita casta – consentendo ai due di non affrontare da soli la vita.
Ritengo, cioè, che una certa sofferta “solitudine” rientra nella condizione celibataria in quanto ogni prete – come ogni altro normale essere umano – sentirebbe anche il bisogno di un tipo di relazione che solo la vita di coppia può offrire e di cui probabilmente avvertirà sempre la mancanza. Soprattutto in qualche momento della vita.
Ritengo che né il carisma celibatario con la sua grazia propria, né l’amore sponsale con Dio cancellino questo bisogno e questa umanissima nostalgia. Se mai, costituisce un motivo aggiunto per una spiritualità di relazione delicata e forte con Dio e l’accettazione di condividere nella propria carne le tante sofferte solitudini che ci sono oggi nella società. Anche all’interno della coppia.
don Fernando Pavanello
Breda di Piave (TV)
SULLA CONFESSIONE E SUI CONFESSORI
Caro direttore,
mi permetto di inviarti qualche riflessione sulla sgradevole vicenda delle false confessioni di cui si è reso protagonista il settimanale L’espresso. Sulla vicenda sono apparsi tempestivamente autorevoli interventi (cf. L. Lorenzetti su Famiglia Cristiana n. 5/2007, p. 31, e l’editoriale di Civiltà Cattolica del 17.2.2007, quaderno n. 3760) e anche Settimana n. 7/2007 del 18.2.2007 ha ospitato una lettera sulla questione. Ecco quanto mi sembra di poter scrivere, partendo dal discorso del papa riportato dall’Osservatore Romano del 19-20 febbraio scorso: «Quante persone in difficoltà cercano il conforto e la consolazione di Cristo! Quanti penitenti trovano nella confessione la pace e la gioia che rincorrevano da tempo! Come non riconoscere che anche in questa nostra epoca, segnata da tante sfide religiose e sociali, vada riscoperto e riproposto questo sacramento?».[1]
Non per cercare conforto e consolazione, né per riscoprire e riproporre al nostro tempo e alla nostra cultura in larga misura secolarizzata il profilo salvifico e misterioso di questo sacramento – al presente in notevole crisi – ma per la curiosità, debitamente stipendiata, di sapere cosa pensa il “grande esercito” dei preti italiani, alcuni inviati de L’espresso[2] sono entrati con identità fittizie nei confessionali di 24 chiese italiane da Torino a Palermo, da Milano a Napoli e Roma, accusando peccati o colpe che toccano l’arco delle questioni più dibattute e scomode dell’oggi e le conseguenti registrazioni delle risposte dei confessori.
I lettori ne sono a conoscenza, perché tutti gli organi di informazione hanno riferito di tale vicenda, che ha un precedente di pochi anni or sono, deplorevole e detestabile violazione della santità del sacramento, nonché della deontologia professionale giornalistica che interdice inganno e frode a fini conoscitivi.
Non tutto il male vien per nuocere. Male c’è stato: è necessario riaffermarlo senza esitazioni e senza sconti. Dissacrazione di un sacramento della chiesa e trappola tesa al confessore con accusa fittizia del tutto priva di dolore e di volontà di conversione e con domande non finalizzate alla richiesta di perdono, ma alla conferma dei propri pregiudizi ideologici, violazione della privacy, cui oggi si presta tanta attenzione.[3] E tuttavia qualcosa di positivo è possibile ricavare da questa triste vicenda.
Le risposte e gli atteggiamenti dei confessori presi alla sprovvista, incapaci di identificare la realtà delle persone sotto la maschera del finto penitente, e quindi da non condannare senza discernimento, inducono a riflettere sulla loro preparazione in campo di etica della vita, di morale sessuale e sociale. Riesce infatti abbastanza facile evidenziare nei loro responsi approssimazioni, superficialità e ambiguità e, in particolare, notevoli divergenze sul fatto di concedere o meno l’assoluzione.
I falsi penitenti tentatori – forse non del tutto consapevoli della malizia del loro gesto – dimostrano di ignorare lo spessore teologico e la realtà complessa del peccato che, oltre al profilo personale riveste anche una dimensione sociale e collettiva,[4] e in particolare la bipolarità della morale: riferimento non obliabile a valori e norme (aspetto oggettivo) e alla soggettività della coscienza della persona in situazione, sempre da rispettare come norma ultima di comportamento (aspetto soggettivo).
A motivo di tale ignoranza dimostrano stupore e scandalo a fronte dei verdetti, ora di assoluta condanna, motivata dalla violazione oggettiva di norme evangeliche o ecclesiali, ora tradizionali e largamente assolutorie, spesso inadeguate alla gravità dei problemi proposti. Questi vertono su temi ardui: aids e uso dei preservativi, liceità o meno del ricorso a cellule staminali embrionali, droghe, fecondazione assistita, aborto e frequentazione di prostitute, omosessualità e comportamenti in linea con tale condizione, sesso con minori, divorzio e convivenze de facto, truffe ed evasioni fiscali.
Che i confessori abbiano dimostrato perplessità e inadeguatezze nei loro responsi non sorprende più di tanto: stupisce però l’impreparazione e l’approssimazione di alcuni, rivelatrice di una scarsa familiarità sia con i documenti della chiesa, sia con le più recenti elaborazioni teologico-morali in queste delicate e complesse questioni. Ovviamente sulla validità di tali inchieste ottenute per la via dell’inganno è necessario fare la dovuta tara e avanzare tutte le opportune riserve.
Saggezza e attualità del messaggio pontificio. Nel discorso da cui abbiamo preso le mosse, papa Benedetto non fa alcun riferimento al doloroso fatto di cronaca che abbiamo brevemente richiamato, ma offre una messe ricca e feconda di riflessioni che aiutano a riproporre in maniera altamente valida e veritiera il sacramento della penitenza e della conversione sia ai confessori che ne sono ministri (persona dramatis) sia alla nostra cultura inetta a percepire il significato dei simboli e lo spessore salvifico del sacramento: rinascita spirituale e trasformazione del penitente in una nuova creatura, non come risultato di un gesto magico, ma attraverso l’incontro della grazia con l’atteggiamento serio di dolore e di conversione del penitente.
Questi, afferma il pontefice, è strumento della misericordia divina: «Pertanto è necessario che egli unisca ad una buona sensibilità spirituale e pastorale una seria preparazione teologica, morale e pedagogica che lo renda capace di comprendere il vissuto della persona. Gli è poi assai utile conoscere gli ambiti sociali, culturali e professionali di quanti si accostano al confessionale per poter offrire idonei consigli e orientamenti spirituali e pratici. Non dimentichi il sacerdote che in questo sacramento egli è chiamato a svolgere il compito di padre, di giudice spirituale, di maestro e di educatore». Ma ciò esige un costante aggiornamento.
Giuseppe Mattai SDB, Alassio
[1] Discorso di Benedetto XVI ai penitenzieri delle quattro basiliche pontificie romane e ai prelati e officiali della Penitenzieria Apostolica, in Osservatore Romano, 19-20 febbraio 2007, p. 9, che, oltre a riferire il testo integrale dell’intervento pontificio, ne evidenzia i passi più significativi.
[2] Vedi il servizio di Riccardo Bocca su L’espresso, n. 4 del 1°febbraio 2007.
[3] Si veda in proposito la lettera a Settimana del 18 febbraio 2007, di don Onerio Manduca.
[4] Cf. Ignazio Schinella, Il peccato, realtà pluridimensionale, in RTM, 153, 2007, pp. 95-106.
mi permetto di inviarti qualche riflessione sulla sgradevole vicenda delle false confessioni di cui si è reso protagonista il settimanale L’espresso. Sulla vicenda sono apparsi tempestivamente autorevoli interventi (cf. L. Lorenzetti su Famiglia Cristiana n. 5/2007, p. 31, e l’editoriale di Civiltà Cattolica del 17.2.2007, quaderno n. 3760) e anche Settimana n. 7/2007 del 18.2.2007 ha ospitato una lettera sulla questione. Ecco quanto mi sembra di poter scrivere, partendo dal discorso del papa riportato dall’Osservatore Romano del 19-20 febbraio scorso: «Quante persone in difficoltà cercano il conforto e la consolazione di Cristo! Quanti penitenti trovano nella confessione la pace e la gioia che rincorrevano da tempo! Come non riconoscere che anche in questa nostra epoca, segnata da tante sfide religiose e sociali, vada riscoperto e riproposto questo sacramento?».[1]
Non per cercare conforto e consolazione, né per riscoprire e riproporre al nostro tempo e alla nostra cultura in larga misura secolarizzata il profilo salvifico e misterioso di questo sacramento – al presente in notevole crisi – ma per la curiosità, debitamente stipendiata, di sapere cosa pensa il “grande esercito” dei preti italiani, alcuni inviati de L’espresso[2] sono entrati con identità fittizie nei confessionali di 24 chiese italiane da Torino a Palermo, da Milano a Napoli e Roma, accusando peccati o colpe che toccano l’arco delle questioni più dibattute e scomode dell’oggi e le conseguenti registrazioni delle risposte dei confessori.
I lettori ne sono a conoscenza, perché tutti gli organi di informazione hanno riferito di tale vicenda, che ha un precedente di pochi anni or sono, deplorevole e detestabile violazione della santità del sacramento, nonché della deontologia professionale giornalistica che interdice inganno e frode a fini conoscitivi.
Non tutto il male vien per nuocere. Male c’è stato: è necessario riaffermarlo senza esitazioni e senza sconti. Dissacrazione di un sacramento della chiesa e trappola tesa al confessore con accusa fittizia del tutto priva di dolore e di volontà di conversione e con domande non finalizzate alla richiesta di perdono, ma alla conferma dei propri pregiudizi ideologici, violazione della privacy, cui oggi si presta tanta attenzione.[3] E tuttavia qualcosa di positivo è possibile ricavare da questa triste vicenda.
Le risposte e gli atteggiamenti dei confessori presi alla sprovvista, incapaci di identificare la realtà delle persone sotto la maschera del finto penitente, e quindi da non condannare senza discernimento, inducono a riflettere sulla loro preparazione in campo di etica della vita, di morale sessuale e sociale. Riesce infatti abbastanza facile evidenziare nei loro responsi approssimazioni, superficialità e ambiguità e, in particolare, notevoli divergenze sul fatto di concedere o meno l’assoluzione.
I falsi penitenti tentatori – forse non del tutto consapevoli della malizia del loro gesto – dimostrano di ignorare lo spessore teologico e la realtà complessa del peccato che, oltre al profilo personale riveste anche una dimensione sociale e collettiva,[4] e in particolare la bipolarità della morale: riferimento non obliabile a valori e norme (aspetto oggettivo) e alla soggettività della coscienza della persona in situazione, sempre da rispettare come norma ultima di comportamento (aspetto soggettivo).
A motivo di tale ignoranza dimostrano stupore e scandalo a fronte dei verdetti, ora di assoluta condanna, motivata dalla violazione oggettiva di norme evangeliche o ecclesiali, ora tradizionali e largamente assolutorie, spesso inadeguate alla gravità dei problemi proposti. Questi vertono su temi ardui: aids e uso dei preservativi, liceità o meno del ricorso a cellule staminali embrionali, droghe, fecondazione assistita, aborto e frequentazione di prostitute, omosessualità e comportamenti in linea con tale condizione, sesso con minori, divorzio e convivenze de facto, truffe ed evasioni fiscali.
Che i confessori abbiano dimostrato perplessità e inadeguatezze nei loro responsi non sorprende più di tanto: stupisce però l’impreparazione e l’approssimazione di alcuni, rivelatrice di una scarsa familiarità sia con i documenti della chiesa, sia con le più recenti elaborazioni teologico-morali in queste delicate e complesse questioni. Ovviamente sulla validità di tali inchieste ottenute per la via dell’inganno è necessario fare la dovuta tara e avanzare tutte le opportune riserve.
Saggezza e attualità del messaggio pontificio. Nel discorso da cui abbiamo preso le mosse, papa Benedetto non fa alcun riferimento al doloroso fatto di cronaca che abbiamo brevemente richiamato, ma offre una messe ricca e feconda di riflessioni che aiutano a riproporre in maniera altamente valida e veritiera il sacramento della penitenza e della conversione sia ai confessori che ne sono ministri (persona dramatis) sia alla nostra cultura inetta a percepire il significato dei simboli e lo spessore salvifico del sacramento: rinascita spirituale e trasformazione del penitente in una nuova creatura, non come risultato di un gesto magico, ma attraverso l’incontro della grazia con l’atteggiamento serio di dolore e di conversione del penitente.
Questi, afferma il pontefice, è strumento della misericordia divina: «Pertanto è necessario che egli unisca ad una buona sensibilità spirituale e pastorale una seria preparazione teologica, morale e pedagogica che lo renda capace di comprendere il vissuto della persona. Gli è poi assai utile conoscere gli ambiti sociali, culturali e professionali di quanti si accostano al confessionale per poter offrire idonei consigli e orientamenti spirituali e pratici. Non dimentichi il sacerdote che in questo sacramento egli è chiamato a svolgere il compito di padre, di giudice spirituale, di maestro e di educatore». Ma ciò esige un costante aggiornamento.
Giuseppe Mattai SDB, Alassio
[1] Discorso di Benedetto XVI ai penitenzieri delle quattro basiliche pontificie romane e ai prelati e officiali della Penitenzieria Apostolica, in Osservatore Romano, 19-20 febbraio 2007, p. 9, che, oltre a riferire il testo integrale dell’intervento pontificio, ne evidenzia i passi più significativi.
[2] Vedi il servizio di Riccardo Bocca su L’espresso, n. 4 del 1°febbraio 2007.
[3] Si veda in proposito la lettera a Settimana del 18 febbraio 2007, di don Onerio Manduca.
[4] Cf. Ignazio Schinella, Il peccato, realtà pluridimensionale, in RTM, 153, 2007, pp. 95-106.
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